Domenica, 16 Maggio 2021
Cautela

La vitamina D serve a qualcosa contro il Covid?

Il lavoro retrospettivo su 52 pazienti, che ha visto la collaborazione dell’Istituto superiore di sanità, dell’ospedale Sant’Andrea di Roma e di altre istituzioni, è stato pubblicato sulla rivista 'Respiratory Research'

Cosa sappiamo su Covid e vitamina D? Avere una carenza di vitamina D (VitD) sembra predisporre, nelle persone che hanno contratto il coronavirus, a una malattia più grave, ovvero a "stadi clinici di Covid-19 più compromessi". E’ quanto emerge da uno studio retrospettivo su 52 pazienti, che ha visto la collaborazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss), dell’ospedale Sant’Andrea di Roma e di altre istituzioni, pubblicato sulla rivista 'Respiratory Research'. I ricercatori però evidenziano che "è difficile sostenere se l'integrazione di vitamina D possa svolgere un ruolo nel combattere la gravità della malattia e ridurre la sua mortalità, ma - avvertono - può essere una raccomandazione utile e sicura per quasi tutti i pazienti".

Covid e vitamina D (VitD): c'è un legame?

"Nella nostra indagine abbiamo correlato, per la prima volta, i livelli plasmatici di VitD a quelli di diversi marcatori (di infiammazione, di danno cellulare e coagulazione) e ai risultati radiologici tramite Tac durante il ricovero per Covid-19 – spiega Francesco Facchiano, ricercatore dell’Iss, coautore dello studio – e abbiamo osservato che i pazienti con bassi livelli plasmatici di VitD, indipendentemente dall'età, mostravano una significativa compromissione di tali valori, vale a dire risposte infiammatorie alterate e un maggiore coinvolgimento polmonare”.

Per lo studio sono stati arruolati 52 pazienti affetti da Covid-19 con coinvolgimento polmonare (27 femmine e 25 maschi, l'età mediana era di 68,4 anni). I livelli di vitamina D erano carenti (con livelli plasmatici di VitD molto bassi, sotto 10 ng/ml) nell’80% dei pazienti, insufficienti nel 6,5% e normali nel 13,5%. "Recenti osservazioni hanno dimostrato che la vitamina D non è un semplice micronutriente coinvolto nel metabolismo del calcio e nella salute delle ossa, ma svolge anche un ruolo importante come un ormone pluripotente in diversi meccanismi immunologici. È noto che i suoi recettori sono ampiamente distribuiti in tutto l’organismo e in particolare nell'epitelio alveolare polmonare e nel nel sistema immunitario.

Il ruolo della Vitamina D nello sviluppo delle malattie polmonari.

"Anche se gli effetti in vivo della vitamina D non sono completamente compresi – si legge nello studio - una serie di osservazioni sottolineano il ruolo della VitD nello sviluppo delle malattie polmonari. La sua insufficienza è stata collegata alle infezioni virali del tratto respiratorio inferiore e all'esacerbazione delle malattie polmonari ostruttive croniche e dell'asma. Inoltre, i soggetti con bassi livelli di vitamina D al momento del test Covid-19 erano a più alto rischio di essere positivi rispetto ai soggetti con sufficiente stato di VitD". Ma gli studiosi sono cauti: "L'effetto della carenza di VitD nella progressione del Covid-19 o nella gravità della malattia è ancora da valutare. I nostri dati sottolineano una relazione tra i livelli plasmatici di vitamina D e diversi marcatori di malattia".

Una ricerca dell'università di Torino del marzo 2020 aveva riscontrato nei pazienti Covid-19 ricoverati gravi carenze di vitamina D. Il presidente dell'accademia di Medicina di Torino aveva ipotizzato "un ruolo nella modulazione del sistema immunitario". La frequente associazione dell'Ipovitaminosi D con numerose patologie croniche che possono ridurre l'aspettativa di vita nelle persone anziane è invece accertata.

Covid e Vitamina D: le ipotesi

Adeguati livelli di vitamina D al momento dell'infezione con Sars-CoV-2 potrebbero favorire l’azione protettiva dell’interferone di tipo I – uno dei più potenti mediatori della risposta antivirale dell’organismo – e rafforzare l'immunità antivirale innata. E’ questa l’ipotesi proposta da Maria Cristina Gauzzi e Laura Fantuzzi del Centro Nazionale per la Salute Globale dell’ISS nella lettera pubblicata a luglio 2020 sull'American Journal of Physiology – Endocrinology and Metabolism, nell’ambito della corrispondenza scientifica iniziata ad aprile sulla stessa rivista da Hrvoje Jakovac dell'Università di Rijeka (Croazia), con una lettera dal titolo: “COVID-19 and vitamin D-Is there a link and an opportunity for intervention? (COVID-19 e vitamina D - esiste un legame ed una opportunità di intervento?)

“La nostra ipotesi – spiega Maria Cristina Gauzzi - si basa su dati della letteratura che dimostrano come la vitamina D, oltre ad avere un effetto antivirale diretto nei confronti di alcuni virus, possa cooperare con l’interferone di tipo I per potenziare le risposte antivirali”. Questo fenomeno – si osserva nella lettera - è stato descritto nell’infezione con il virus dell’epatite C e con rinovirus. Inoltre, evidenze a supporto di un effetto additivo della vitamina D e dell’interferone di tipo I nell’induzione di geni ad attività antivirale provengono anche da studi condotti in pazienti affetti da sclerosi multipla. “Nelle fasi più avanzate del COVID-19 l’attività immunomodulatoria della vitamina D potrebbe invece contribuire a ridurre il danno legato all’iperinfiammazione nei pazienti con forme severe di malattia. L’interazione tra vitamina D e interferone di tipo I - concludono le due ricercatrici - è ancora poco studiata ma potrebbe rivelarsi di grande importanza, anche in considerazione del fatto che dati recenti della letteratura indicano che le complicanze dell'infezione da SARS-CoV-2 possono essere conseguenti ad una produzione insufficiente o ritardata di interferone nella primissima fase dell'infezione”.

Coronavirus, la carenza di vitamina D può aumentare i rischi: lo studio torinese

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