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Mercoledì, 29 Maggio 2024
Pericolo pandemia

"L'epidemia del virus H5n1 è già più diffusa di quanto si pensasse": che cosa sappiamo

Come con il Covid l'analisi delle acque reflue ha evidenziato come l'epidemia di influenza aviaria continui a diffondersi negli allevamenti di mucche da latte

Resta alta l’attenzione per l’epidemia di influenza aviaria che ha colpito gli allevamenti di bovini in nove stati americani. Nelle scorse settimane il virus H5n1 ha già causato un caso accertato nell’uomo, ed è stato identificato nel latte delle mucche infette, spingendo i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) americani a sconsigliare il consumo di latte crudo (non sottoposto cioè a pastorizzazione, processo che dovrebbe eliminare qualunque virus vitale) per ridurre al minimo il rischio di ulteriori contagi tra i cittadini. Ora, una ricerca del Baylor College of Medicine di Huston ha riscontrato la presenza di particelle virali anche nelle acque reflue di nove cittadine del Texas, una scoperta che, se pur non indica necessariamente che il virus si stia diffondendo nella popolazione, conferma il sospetto che l’epidemia all’interno degli allevamenti dello stato americano sia più diffusa di quanto dicano i numeri ufficiali. Con il rischio – sempre presente – che l’elevata circolazione favorisca l’adattamento del virus alla nostra specie, e possa innescare una nuova pandemia.

La situazione

Il virus H5N1, responsabile dell’influenza aviaria, è stato identificato per la prima volta in Cina nel 1996, e preoccupa gli esperti perché, seppur al momento risulta scarsamente capace di infettare la nostra specie, negli sporadici casi di contagi umani registrati negli ultimi decenni ha sempre mostrato un’elevata mortalità (superiore al 50%, anche se probabilmente il dato è gonfiato dal fatto che fino ad oggi sono stati testati solamente pazienti con forme gravi della malattia). 

Il serbatoio naturale del virus sono gli uccelli migratori, che almeno dal 2003 stanno sostenendo la circolazione di un’epidemia che ha fatto più volte il giro del pianeta, devastando allevamenti di pollame e le popolazioni di volatili selvatici un po’ in tutto il mondo. H5N1, nelle sue varianti definite ad alta patogenicità, è un virus che provoca infezioni molto gravi negli uccelli, ma non è particolarmente bravo a infettare i mammiferi, e quando lo fa (è stato accertato già in almeno 40 specie), in molti casi risulta in sintomatologie blande o in infezioni asintomatiche. Più un virus circola, però, più ha occasione di adattarsi all’organismo dei nuovi ospiti. Ogni nuova epidemia nei mammiferi rischia quindi di produrre nuove varianti, che potrebbero prima o poi rivelarsi pericolose anche per la nostra specie. 

foto sintomi aviaria congiuntivite

Per questo motivo, la situazione da diverse settimane è seguita con attenzione dalle autorità sanitarie di tutto il mondo: da marzo il virus dell’aviaria ha già provocato due infezioni negli esseri umani (una in Vietnam e una negli Stati Uniti, in entrambi i casi legate a un contagio da animale infetto, e non, fortunatamente, da uomo a uomo), ed ha fatto registrare un’epidemia di contagi tra le mucche da latte degli allevamenti americani. Animali di elevata rilevanza zootecnica, che hanno quindi molte opportunità di entrare in contatto con gli esseri umani, e di trasmettere così il virus alla nostra specie. 

Le acque reflue

Le autorità sanitarie americane sono al lavoro per circoscrivere la reale entità dell’epidemia in corso. L’aviaria nei bovini provoca infatti sintomi banali, e in moltissimi casi infezioni asintomatiche, che rendono difficile identificare con sicurezza tutte le mandrie coinvolte. Non sempre gli allevatori americani, inoltre, si sono rivelati collaborativi, e questo ha complicato il lavoro degli epidemiologi. Le analisi effettuate a campione sul latte presente nei supermercati hanno però rivelato una contaminazione diffusa da parte di particelle virali di H5N1, che se pur non ritenuta pericolosa per i consumatori (nel latte pastorizzato si tratta probabilmente di frammenti di virus inattivati dal calore), dimostra una circolazione negli allevamenti superiore a quella certificata dai test sugli animali. 

Un’altra forma di monitoraggio indiretto che può essere attuata è lo studio delle acque reflue delle città, in cui si concentrano i virus espulsi con le feci da uomini e (se gli impianti di depurazione raccolgono anche gli scarichi degli allevamenti) dagli animali. I Cdc se ne stanno occupando, e hanno annunciato che nei prossimi giorni inizieranno a diffondere online i risultati delle analisi. Nel frattempo, i ricercatori del Baylor College hanno pubblicato i risultati del loro monitoraggio, effettuato in 10 città del Texas tra il 4 marzo e il 25 aprile di quest’anno: in 9 delle città studiate, le acque reflue presentavano traccia del virus H5N1, spesso a livelli paragonabili con quello dell’influenza stagionale. 

Il tipo di analisi effettuato non permette di discernere l’origine del virus (se arrivi cioè da esseri umani o da animali infetti), e l’assenza di casi accertati nella popolazione umana delle città lascia pensare che i campioni trovati siano di provenienza animale. Ma si tratta comunque di una conferma dell’elevata circolazione che sta avendo il virus dell’aviaria almeno in alcune aree degli States. 

Siamo pronti a una nuova pandemia?

Per questo motivo, molti esperti in questi giorni stanno chiedendo di prestare attenzione alle iniziative necessarie per farsi trovare pronti nel caso in cui l’aviaria si trasformasse in una nuova pandemia. Un editoriale del Lancet cita a riguardo le indicazioni dell’European Centre for Disease Prevention and Control and the European Food Safety Authority: migliorare il monitoraggio e la condivisione di dati, controlli e gestione accurata degli animali da pelliccia e del pollame, vaccinazione degli animali da allevamento e della popolazione umana a rischio (riduce le chance di una doppia infezione, che potrebbe facilitare il riassortimento del materiale genetico dei due virus, e quindi la nascita di una variante patogenica per la nostra specie).

In questo senso, si tratta di misure che necessitano di una rafforzata collaborazione tra le autorità sanitarie di tutto il mondo (più che mai auspicabile dopo quanto visto con Covid 19). Sul piano nazionale, invece, cosa potremmo fare in Italia? Il piano pandemico aggiornato è stato annunciato a gennaio dal governo, ma – seppur ritenuto adeguato dagli specialisti – ancora non è operativo. Per farsi trovare pronti, ed evitare la gestione emergenziale che ha caratterizzato l’ultima pandemia, è quindi il caso di sbrigarsi. "Noi dovremmo avere un piano pandemico aggiornato – ha dichiarato Gianni Rezza, docente straordinario di Igiene dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano ed ex Direttore Generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della Salute, all’Adnkronos Salute. Credo sia pronto, anche se non ancora approvato, mi sembra. Spero che avvenga presto, chiaramente con un finanziamento adeguato". 

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