Mercoledì, 19 Maggio 2021
La scoperta italiana

Un farmaco per intrappolare il coronavirus: il nuovo studio e una speranza dalla natura

I vaccini, pur essendo molto efficaci, potrebbero non esserlo più in futuro. La ricerca si concentra sui sostanze come l'I3C, un composto naturale che sembrerebbe in grado di contrastare la diffusione del Sars-Cov-2 nell’organismo. Ma i test al momento sono stati condotti solo in vitro

Un farmaco per "intrappolare" il Sars-CoV-2 nelle cellule infettate impedendogli di uscire e moltiplicarsi: a questo mira una ricerca internazionale guidata da Giuseppe Novelli dell'Università di Roma Tor Vergata e Pier Paolo Pandolfi dell'Università di Torino. Tutto verte sulle presunte proprietà anti-Covid del Indolo-3 Carbinolo (I3C), un composto naturale che potrebbe essere utilizzabile come antivirale contro Covid-19.

Il lavoro della ricerca si è concentrato su una classe di enzimi necessari al virus Sars-CoV-2 per uscire dalle cellule infettate e diffondersi a tutti i tessuti dell'organismo. Queste stesse proteine svolgono un'azione simile anche per altri virus come l'Ebola.

L'I3C sembrerebbe un potenziale nuovo trattamento naturale che, almeno nelle sperimentazione in vitro, appare in grado di frenare l’uscita del virus Sars-CoV-2 dalle cellule. Ma ora andrà eseguita la sperimentazione clinica sull'uomo per dimostrarne  l’efficacia sui pazienti Covid 19.

Che cos'è l'Indolo-3 Carbinolo

Tra i lati positivi di questa scoperta vi è senza dubbio il fatto che la sostanza organica capace di inibire gli enzimi necessari al virus è già nota e ben tollerata dall’organismo umano quindi "potenzialmente utilizzabile, come antivirale in forma singola o in combinazione con altre terapie".

I risultati della ricerca sono raccolti in uno studio internazionale sul Covid-19, pubblicato sulla rivista Cell Death & Disease (Nature), coordinato dai Professori Giuseppe Novelli (Università di Tor Vergata – Università del Nevada, Usa) e Pier Paolo Pandolfi (Università di Torino – Università del Nevada, Usa), in collaborazione con l’Ospedale Bambino Gesù (Roma), Istituto Spallanzani (Roma), l’Università San Raffaele (Roma) e diverse Istituzioni americane (Harvard, Yale, Rockfeller, NIH, Mount Sinai, Boston Univ.), canadesi (Univ. of Toronto) e francesi (Inserm Parigi, Hôpital Avicenne).

Si tratta in sostanza della seconda fase della guerra al Covid-19: lo sviluppo di nuovi farmaci in grado di interferire con la replicazione virale, bloccandone la trasmissione.

"Un vaccino – afferma il professor Novelli – è solo una misura profilattica. Dobbiamo testare il farmaco in studi clinici con pazienti Covid-19 per valutare rigorosamente se può prevenire la manifestazione di sintomi gravi e potenzialmente fatali. Avere opzioni per il trattamento, in particolare per i pazienti che non possono essere vaccinati, è di fondamentale importanza per salvare sempre più vite umane e contribuire ad una migliore condizione e gestione della salute pubblica".

I vaccini, pur essendo molto efficaci, potrebbero non esserlo più in futuro, perché il virus muta, e quindi è necessario disporre di più armi per combatterlo. "Dobbiamo pensare a lungo termine – afferma Pandolfi – La scoperta su I3C è importante, e ora dobbiamo avviare studi clinici per dimostrare la sua potenziale efficacia". 

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