Sabato, 23 Ottobre 2021
L'indagine

Come il covid si diffonde in ospedale: il focolaio nonostante vaccini e mascherine

Un vero e proprio caso di studio, quello che ha riguardato un ospedale in Israele, il Meir Medical Center. Cinque pazienti con malattie pregresse sono morti, mentre gli operatori sanitari sono rimasti asintomatici

L'infezione da Sars-CoV-2 in alcuni casi può "bucare" i vaccini, ma rimane inalterata l'efficacia per quanto riguarda il decorso della malattia. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista medica Eurosurveillance che ha analizzato quanto accaduto in un ospedale israeliano, il Meir Medical Center, nel luglio scorso. Un anziano paziente in dialisi, che non era stato sottoposto a tampone all'ingresso, era poi risultato positivo e aveva contagiato altre 41 persone, tra pazienti, personale sanitario - che indossava le mascherine - e familiari.

Di tutti i contagiati, ben 39 (il 96%) avevano completato il ciclo vaccinale da oltre cinque mesi. Questo, però, non significa che i vaccini siano inutili: a soffrire sono stati i pazienti anziani, ospedalizzati e con malattie pregresse, mentre il personale sanitario è rimasto quasi completamente asintomatico. Questo studio offre diversi spunti di riflessione. Il primo è che l'efficacia dei vaccini, per quanto riguarda la prevenzione dalla malattia grave, risulta inalterata nonostante la diffusione del virus. Il secondo è che, negli ambienti più a rischio, è necessaria una migliore gestione dell'aria con una ventilazione meccanica forzata efficiente. Inoltre, le mascherine vanno sempre indossate in modo adeguato da tutti, anche dai pazienti. Infine, la terza dose di vaccino potrebbe essere utile, se non indispensabile, per proteggere i pazienti più fragili.

Il focolaio in ospedale nonostante vaccini e mascherine

Nell'ospedale israeliano ci sono 780 posti letto, con tre o quattro pazienti a stanza. Da marzo 2020 i pazienti erano stati invitati a indossare sempre almeno una mascherina chirurgica, anche se poi questa indicazione non è stata seguita alla lettera. L'errore dell'ospedale israeliano è stato quello di non testare al Sars-CoV-2 il 70enne paziente in emodialisi da cui sarebbe partito il contagio, ma in quel momento i sintomi erano stati scambiati per una possibile infezione al flusso sanguigno. Solo dopo aver accertato la sua positività, l'ospedale aveva testato anche gli altri tre pazienti nella stessa stanza, risultati tutti positivi. L'indagine sui contatti del paziente 70enne ha permesso di rilevare altri 27 positivi (16 pazienti, nove operatori sanitari e due familiari).

Tutti i positivi erano quindi stati trasferiti nel reparto covid, che però in quel momento era adibito a reparto misto poiché erano molto pochi i pazienti covid. Il paziente 70enne era stato seguito da un operatore sanitario che era guarito dal covid a luglio 2020 e poi si era vaccinato con un'unica dose, come previsto dalle linee guida israeliane. Nel reparto che era ritenuto essere "covid free", però, due pazienti su tre avevano sviluppato sintomi leggeri ed erano risultati essere positivi. In quello stesso reparto era partita un'altra indagine epidemiologica che ha rilevato 19 nuovi casi (10 operatori sanitari, otto pazienti e un familiare). Ben 238 persone, sulle 248 totali esposte al virus, erano state vaccinate. Il virus è stato poi sequenziato: quattro casi avevano una sequenza genetica diversa, tutti gli altri erano riconducibili a un unico focolaio di 42 casi (38 completamente vaccinati con Pfizer, uno con singola dose dopo la guarigione e tre non vaccinati).

L'età media era di 55 anni e il tempo medio trascorso dalla fine del ciclo vaccinale era di circa 5-6 mesi. Tutto il personale sanitario è risultato essere asintomatico o paucisintomatico, mentre tra i pazienti (età media 77 anni e molti immunocompromessi) otto si sono ammalati, cinque erano in condizioni critiche e altri cinque sono morti. Diverso anche il tasso di trasmissibilità tra i pazienti (superiore al 23%) e tra il personale sanitario quasi del tutto vaccinato (10%). Secondo lo studio, però, diverse trasmissioni del virus si sarebbero verificate tra operatori sanitari che indossavano la mascherina e altri dispositivi di protezione individuale.

Cosa è successo nell'ospedale israeliano

Cosa è successo, dunque, in un luogo dove la maggior parte dei lavoratori era vaccinata con doppia dose e dove i protocolli di sicurezza (teoricamente) sono molto rigidi? "Non possiamo escludere che le misure di protezione non siano state indossate in modo ottimale. Tuttavia, la trasmissibilità nell'estate 2021 differisce dalle nostre esperienze nei diciotto mesi precedenti - spiegano gli autori di questo studio -. Quanto accaduto potrebbe essere spiegato dal calo dell'immunità col passare del tempo e per questo una terza dose di vaccino potrebbe comportare un'inversione di tendenza, specialmente per i più fragili e a rischio". I dati di Israele suggeriscono che dopo la terza dose di vaccino l'efficacia di Pfizer è risalita intorno al 95%. Un altro studio condotto nel Regno Unito dimostra che per contrastare l'infezione può essere utile, tramite vari strumenti, filtrare e sterilizzare l'aria soprattutto nei reparti ordinari rispetto alla terapia intensiva, dal momento che la replicazione virale appare essere più veloce nelle prime fasi della malattia e più lenta in quelle successive.
 

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