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Lunedì, 24 Gennaio 2022
Nucleare e transizione energetica

Nucleare: l'Italia non è pronta, ma con le nuove tecnologie le cose potrebbero cambiare

I nuovi Small Modular Reactor sono compatti, sicuri, flessibili, e producono meno scorie. Secondo gli esperti potrebbero rivoluzionare il mercato dell'energia green nei prossimi decenni, e anche per gli scettici è il caso di tenerli d'occhio, perché se prenderanno piede non bisogna farsi trovare impreparati

“Oggi il nucleare non trova posto nella strategia energetica italiana, ma è bene tenere aperti per gli sviluppi tecnologici che potrebbero arrivare nei prossimi anni”. Ovvero: al momento le condizioni non ci sono (visto che partiremmo da zero, e che una larga parte dell'opinione pubblica è contraria), ma se in futuro la diffusione dei nuovi reattori nucleari di ultima generazione aprisse delle opportunità interessanti, sarà bene non farsele sfuggire. È l'unica cosa su cui concordano Chicco Testa, presidente di Fise Assoambiente – decisamente schierato a favore del nucleare – e Antonio Misiani, Responsabile Economia e Finanze del Partito Democratico, che in linea con il suo partito, di nucleare in Italia al momento non vuole proprio sentir parlare. L'occasione per il confronto è stato il convegno “Il nuovo nucleare decisivo per la transizione energetica”, organizzato a Roma dall'Associazione Italiana Nucleare per parlare del ruolo che svolgerà l'atomo nella transizione energetica che ci vedrà impegnati nei prossimi decenni. Tema più che mai attuale, visto che nei prossimi giorni la Commissione Europea scioglierà le riserve sull'inserimento di gas e nucleare nella cosiddetta “tassonomia verde”, cioè tra le tecnologie che verranno incentivate per raggiungere gli obbiettivi di decarbonizzazione dell'Unione entro il 2050. E che quasi certamente la Francia – che punta tutto sull'atomo – finirà per averla vinta.

I reattori nucleari d'altronde non sono più quelli di una volta. Lo hanno ribadito tutti gli esperti che si sono avvicendati sul palco: i nuovi Small Modular Reactor (Smr) sono pronti al debutto, e nel giro di una decina di anni potrebbero fare la differenza nella produzione di energia carbon free, con la promessa di maggior sicurezza, migliori prestazioni, meno scorie da smaltire nei depositi. Sono al primo posto nel Pnnr francese (paese da cui importiamo circa il 10% dell'elettricità), “ma non ve ne è traccia in quello italiano, e invece sarebbe importante quanto meno per sostenere la ricerca e le aziende italiane che in questo campo sono di primissimo piano”, ha spiegato Umberto Minopoli, presidente dell’Associazione Italiana Nucleare, “anche perché il nucleare non ha solo finalità energetiche: si può produrre idrogeno, desalinizzare l'acqua, e ha applicazioni importanti in campo medico”.

Ma a cosa ci si riferisce quando si parla di Small Modular Reactor? “Sono piccoli reattori, che non superano i 300 megawatt elettrici di potenza, e sono modulari, che vuol dire che possono essere assemblati in officina e poi trasportati in sito, rendendo molto più facile il loro utilizzo”, ci spiega Stefano Monti, direttore del Nuclear Power Technology Development all'International Atomic Energy Agency. “Offrono diversi vantaggi, grazie alle dimensioni contenute, al costo per singolo reattore che è inferiore di un'unità di misura rispetto alle grandi centrali nucleari, e alla loro flessibilità, che permette molti utilizzi differenti e li rende perfetti per accompagnare una rivoluzione come quella che ci attende con la transizione energetica”. 

Reattori del genere non necessitano dei grandi investimenti che accompagnano lo sviluppo di una centrale atomica, che possono essere proibitivi per paesi di piccole dimensioni, e permettono di spalmare la spesa su un periodo più ampio, accompagnando la transizione progressiva verso fonti energetiche senza emissioni. “Se so che mi serviranno 1.200 megawatt tra 30 anni posso immaginare di comprare un po' alla volta degli Smr e introdurli gradualmente nella rete, utilizzando i soldi guadagnati dal primo per finanziare l'acquisto del secondo, e così via”, ragiona Monti. “Inoltre offrono vantaggi anche in termini di sicurezza, perché le dimensioni contenute ottimizzano l'utilizzo di sistemi di sicurezza passivi e intrinseci, basati su principi fisici, che non richiedono né intervento umano né energia elettrica per entrare in funzione. Sono anche molto flessibili: alcuni modelli permettono contemporaneamente applicazioni elettriche e non, come la produzione di idrogeno, e sono perfetti per stabilizzare le reti elettriche al fianco delle rinnovabili, che producono energia in modo intermittente”.

Al momento ne esistono una settantina in fase di sviluppo, e due sono già operativi, in Russia e in Cina. Secondo l'International Atomic Energy Agency nei prossimi 10 anni circa 20 modelli dovrebbero arrivare a veder mettere in funzione il primo esemplare, e per il 2040/2050 gli Smr saranno quindi diffusi su larga scala. In tempo – insomma – per partecipare a quell'Europa a emissioni zero promessa dal pacchetto climatico dell'Ue “Fit for '55”. 

Non tutti, ovviamente, condividono l'entusiasmo. Molti, come Misiani, ricordano che la produzione energetica con le tecnologie nucleari ha raggiunto un picco sul finire degli anni '90, per poi declinare costantemente negli ultimi due decenni. Così come il numero di reattori attivi a livello globale: 438 nel 2002, scesi oggi a 415. “Se guardiamo al flusso di investimenti, nel 2020 quelli sul nucleare sono ammontati a 18 miliardi di dollari, sulle rinnovabili a oltre 300 – ha spiegato durante il convegno il responsabile di economia e finanze del Pd – quindi il mercato ci dice che il mondo sta andando da una parte, e non verso il nucleare, almeno per come è tecnologicamente caratterizzato oggi”. E se in futuro gli Small Modular Reactor dovessero cambiare la situazione. Beh, ci sarà sempre tempo per una retromarcia. 

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