Martedì, 26 Gennaio 2021

Chi usa spesso la consonante "p" trasmette di più il coronavirus?

Non solo il tono di voce, ma anche la fonetica potrebbe influenzare l'indice di riproduzione del Sars-Cov-2. Lo studio pubblicato sull’Irish Journal of Medical Science

Foto di repertorio

La trasmissibilità del virus Sars-Cov-2 potrebbe essere influenzata solo dal tono di voce, ma anche dalla ricorrenza di alcuni consonanti piuttosto che altre. In particolare, secondo i risultati di uno studio pubblicato sull’Irish Journal of Medical Science, sul “banco degli imputati” ci sarebbe la consonante occlusiva “p” la cui pronuncia, secondo gli autori della ricerca, comporterebbe l’emissione di più particelle di saliva. E dunque una maggiore probabilità di trasmettere il virus. Insomma, anche la fonetica farebbe la sua parte. In realtà va detto che sebbene lo studio sia molto interessante gli stessi autori ci vanno cauti. Nella ricerca viene analizzato in particolar modo il comportamento di 4 consonanti (b,d,p,t) in quanto, si legge, “ci sono prove recenti” che rispetto ad altre possano causare una maggiore emissione di goccioline.

Gli autori della pubblicazione sottolineano che si tratta di consonanti di uso molto comune nelle lingue di tutto il mondo e la cui frequenza varia  dal 60 all'80%. I risultati della ricerca, viene evidenziato, hanno mostrato che la frequenza di occorenza delle consonanti b,d,t non ha alcuna correlazione con il numero di riproduzione di base del virus (R0). È stata osservata invece una piccola correlazione per quanto riguarda la consonante "p". Ciò "potrebbe suggerire" si legge tra le conclusioni, "che le lingue che utilizzano la consonante ‘p’ con più frequenza abbiano una maggiore possibilità di trasmettere il virus". Nello studio viene dunque evidenziato che quando usiamo la "p" emettiamo molte più goccioline e droplets rispetto a quanto riproduciamo altri suoni. Anche se questo potrebbe non essere vero per tutte le lingue. 

"La Stampa" ricorda oggi che già uno studio giapponese "aveva collegato fonetica e trasmissione del Sars-CoV-2", in particolare quando si articolano le lettere  p, t e k.

"Lo scienziato Shigeru Inoue, ex direttore del Centro nazionale di ricerca sulle malattie infettive, ha messo in relazione il contagio con il modo di pronunciare alcune consonanti come la “p”, la “t” e la “k” che, per esempio in giapponese, produce meno goccioline rispetto ad altre lingue. Il giapponese, infatti, prevede un’emissione di aria proporzionalmente più tenue rispetto ad altre lingue nell’articolazione delle consonanti occlusive". 

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