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Martedì, 18 Giugno 2024
Trapianto da record

Il trapianto dai morti è davvero possibile? Cosa ci dice il successo dell'intervento impossibile

L'intervento dimostra che i trapianti di cuore da "cadavere" sono compatibili con le normative per l'accertamento di morte vigenti nel nostro paese. In questo modo potrebbero aumentare del 30% i trapianti di cuore che vengono effettuati in Italia

Da Padova arriva una piccola, grande, rivoluzione nel mondo dei trapianti, destinata a cambiare la vita di moltissimi pazienti in attesa di un nuovo cuore. L'equipe chirurgica dell'azienda ospedaliera dell'Università di Padova ha eseguito infatti, con successo, il primo intervento italiano di trapianto di cuore da donatore “cadavere”, utilizzando cioè con un organo prelevato da un donatore a cuore fermo. Si tratta di una prima mondiale, perché il periodo di tempo trascorso tra l'arresto cardiocircolatorio e il prelievo dell'organo è il più lungo mai tentato, e dimostra che questa procedura è utilizzabile anche in un paese, come l'Italia, in cui la legge impone 20 minuti di attesa a cuore fermo per l'accertamento della morte cardiocircolatoria. Un traguardo che nel campo della trapiantologia è destinato a fare realmente la differenza.

Di norma, infatti, i trapianti vengono realizzati grazie ad organi donati da persone in stato di morte cerebrale. Pazienti che sono finiti in rianimazione in seguito a malattie o incidenti, le cui funzioni encefaliche sono irreversibilmente cessate e il cui cuore viene mantenuto in funzione utilizzando apparecchiature per il supporto vitale. In questi casi l'accertamento di morte viene effettuato con criteri neurologici, e gli organi possono essere prelevati con relativa facilità, perché non hanno mai smesso di ricevere sangue e ossigeno.

Si tratta però di condizioni relativamente rare. Molto più spesso, infatti, si muore senza essere stati collegati ad un respiratore meccanico, e il decesso viene accertato con criteri cardiocircolatori. Quando il cuore smette di battere in questo modo la circolazione del sangue si ferma, e gli organi vanno incontro ad ischemia, la mancanza di ossigeno che ne danneggia, a poco a poco, le funzioni. Di norma, a questo punto non vengono più considerati idonei per un trapianto. 

Già da qualche anno, in realtà, si è scoperto che è possibile rigenerare gli organi prelevati da persone morte per arresto cardiocircolatorio, in modo che possano essere donati. Nel caso del cuore però le cose sono più complicate: fino ad oggi procedure del genere erano state realizzate solamente in paesi come il Regno Unito e l'Australia, in cui la legge impone pochi minuti di attesa con elettrocardiogramma piatto per stabilire il decesso. In Italia servono invece 20 minuti di osservazione per l'accertamento di morte con criteri cardiocircolatori, un periodo di tempo ritenuto fino ad oggi incompatibile con la donazione. 

“Noi ritenevamo invece che fosse possibile effettuare con successo un trapianto di cuore anche a decine di minuti di distanza dalla morte del paziente, e l'intervento che abbiamo realizzato negli scorsi giorni ci ha dato ragione”, spiega Gino Gerosa, professore di cardiochirurgia dell'Università di Padova. “La tecnica che abbiamo utilizzato ci ha permesso di far ripartire il cuore e di rigenerarlo dopo un periodo di ischemia durato, nel complesso, ben 44 minuti. Questo dimostra che la donazione di cuore da 'cadavere' è possibile anche quando l'attività cardiaca è cessata ormai da tempo, e soprattutto, che è possibile effettuare questi interventi anche nel nostro paese”. 

L'intervento – conferma Gerosa – è andato per il meglio, e l'organo al momento mostra una funzionalità del tutto normale. Il successo è quindi destinato ad ampliare notevolmente la disponibilità di organi per le persone in attesa di un trapianto di cuore, permettendo di ricorrere anche alle donazioni da persone andate incontro a morte cardiocircolatoria. 

“Nei prossimi giorni abbiamo già in programma un incontro con esponenti dei centri di trapiantologia di tutta Italia, in cui illustreremo la nostra metodologia in modo che possa essere applicata al più presto in tutta la penisola”, conclude Gerosa. “Non si tratta della soluzione definitiva al problema della carenza di organi, che credo si potrà superare solamente con lo sviluppo di un cuore artificiale che possa essere impiantato in modo definitivo, e non come ponte in attesa di un trapianto. Ma è comunque un passo in avanti importante: la possibilità di utilizzare organi prelevati in seguito a decesso cardiocircolatorio dovrebbe aumentare di circa il 30% il numero di trapianti di cuore che vengono eseguiti ogni anno nel nostro paese”. 

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