Sabato, 13 Luglio 2024
Inquinamento

Lo smog arriva fino nei polmoni e nel cervello del feto

Le particelle inquinanti respirate dalle madri sembrano in grado di attraversare la placenta, per accumularsi negli organi dei feti in via di sviluppo. Con conseguenze sconosciute per la salute

Nessuno può dirsi al riparo dagli effetti dell’inquinamento atmosferico. Nemmeno un bambino che deve ancora iniziare a respirare autonomamente, e si trova ancora al sicuro nell’utero materno. A rivelarlo è uno studio appena pubblicato su Lancet Planetary Health da un team di ricercatori belgi e scozzesi, che ha individuato livelli preoccupantemente elevati di particolato nei polmoni, nel fegato e nel cervello dei feti prima della ventesima settimana di gestazione. Una scoperta che i ricercatori definiscono “estremamente preoccupante”, perché riguarda una fase critica dello sviluppo fetale, durante la quale il contatto con agenti inquinanti può quindi avere conseguenze irreparabili.

La ricerca ha preso le mosse dai risultati di diverse indagini precedenti, che avevano suggerito una correlazione tra livelli elevati di particolato nell’aria e un maggiore rischio di aborti spontanei, nascite premature, neonati con un basso peso alla nascita, e persino difetti dello sviluppo cerebrale. Nonostante questa mole crescente di indizi, mancavano prove dirette che gli inquinanti atmosferici potessero attraversare la placenta, e raggiungere direttamente l’organismo del feto.

È qui, ovviamente, che entra in gioco il nuovo studio. Per prima cosa, i ricercatori hanno analizzato diversi campioni di placenta e di sangue cordonale raccolti in Belgio, dimostrando che in entrambi si riscontrano livelli elevati di particolato carbonioso (la componente più fine della fuliggine, più comunemente nota con il nome inglese di “black carbon”), uno dei tipi più pericolosi di particelle che formano il particolato atmosferico.

Facendo quindi ricorso ad un database scozzese che raccoglie tessuti prelevati da interruzioni di gravidanza volontarie, hanno cercato traccia delle particelle di fuliggine direttamente nell’organismo dei feti. Trovandole, dicevamo, nel fegato, nei polmoni e persino nei tessuti del cervello.

“Abbiamo dimostrato per la prima volta che le nanoparticelle di black carbon provenienti dall’atmosfera raggiungono non solo la placenta già nel primo e nel secondo trimestre di gestazione, ma sono in grado di penetrare negli organi dei feti in via di sviluppo”, sottolinea Paul Fowler, dell’Università di Aberdeen. “Quel che è ancora più preoccupante è che queste particelle di fuliggine raggiungono anche il cervello umano. Questo significa che possono persino interagire direttamente con i sistemi di controllo all’interno degli organi e delle cellule fetali”.

Quali effetti abbia l’esposizione al particolato durante lo sviluppo fetale, al momento, non è chiaro. Ma si ritiene che possa alterare lo sviluppo del nascituro, e prediporre a un maggiore rischio di sviluppare disturbi cardiocircolatori, tumori, problemi metabolici e respiratori più avanti nella vita. Per questo – scrivono gli autori dello studio – ridurre l’inquinamento atmosferico nelle aree urbane dovrebbe essere considerata una priorità dai legislatori.

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