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Venerdì, 19 Aprile 2024
Tagli alla scuola

Classi pollaio addio? Macché, il governo vuole eliminare 500 scuole

"Scegliere di ridurre il numero di scuole piuttosto che ridurre il numero di alunni per classe è una logica non condivisibile e dimostra la poca lungimiranza del ministero"

Edifici che cadono a pezzi, dotazioni tecnologiche inadeguate, programmi di studio obsoleti, docenti demotivati, classi sovraffollate, sono solo alcuni dei principali problemi della scuola italiana. Grazie ai fondi del Pnrr le cose potrebbero cambiare, soprattutto per quanto riguarda l’edilizia scolastica e la digitalizzazione mentre c’è poca speranza per le classi pollaio. Perché? Perché secondo quanto previsto dalla legge di Bilancio 2023 in otto anni verranno eliminate oltre 500 scuole sul territorio nazionale, denuncia la Uil.

"Scegliere di ridurre il numero di scuole piuttosto che ridurre il numero di alunni per classe è una logica non condivisibile e dimostra la poca lungimiranza del ministero", ha tuonato Giuseppe D'Aprile, segretario Uil Scuola ricordando che sulla scuola si continua a fare cassa. Eppure quello del sovraffollamento delle classi è un problema storico della scuola italiana, che come sappiamo bene porta a un alto tasso di abbandono scolastico e a una ridotta qualità educativa. Come stanno davvero le cose, com’è la situazione nel resto d’Europa?

In tre anni almeno 330 scuole in meno al Sud

Come sarà la scuola italiana del futuro? Con più mense e strutture per lo sport, con edifici più sicuri, con aule iper connesse e laboratori tecnici all’avanguardia ma con il solito problema delle classi pollaio. Il governo, infatti, ha deciso di non tornare indietro sull’accorpamento e sulla chiusura di centinaia di scuole deciso in legge di Bilancio, scatenando le proteste dell’opposizione e dei sindacati di categoria.

La maggior parte dei tagli avverrà al Sud, avverte il Movimento 5 Stelle specificando che nei prossimi tre anni ci saranno almeno 330 scuole in meno. Il Pd, invece, parla di progetto "spacca Paese", che andrà ad amplificare il divario tra Nord e Sud. Meno scuole, infatti, vuol dire meno lavoro, classi più affollate, ma soprattutto un più alto tasso di abbandono scolastico soprattutto nei territori disagiati, montani e nelle piccole isole. Da considerare poi che nelle aule sovraffollate non è sempre possibile garantire una didattica inclusiva e di qualità e che risulta assai più difficile mettere in atto percorsi didattici personalizzati a misura di studente.

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Quali scuole sono a rischio chiusura

In Italia esistono 8.136 Istituzioni scolastiche principali e 40.466 sedi scolastiche che le compongono, il 69% delle quali dedicato all’infanzia e all’istruzione primaria. Lombardia, Campania e Sicilia risultano essere le regioni con il maggior numero di istituzioni scolastiche mentre Molise, Basilicata e Umbria quelle con meno sedi di dirigenza scolastica (fonte: Ministero dell’Istruzione - Direzione generale per i sistemi informativi e la statistica - Ufficio di statistica).

Di queste quante sono quelle sottodimensionate destinate alla chiusura? Prima una precisazione: le istituzioni scolastiche sottodimensionate sono quelle che hanno meno di 500 studenti, 300 unità per le istituzioni situate nelle piccole isole, nei comuni montani o nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche. Secondo il Ministero dell’Istruzione a settembre 2022 risultavano 151 istituzioni scolastiche sottodimensionate, con il maggior numero in Campania (28), Calabria (22) e Marche (14). Per la Campania stiamo parlando del 3% di tutte le istituzioni scolastiche presenti sul territorio, percentuale che raddoppia nel caso di Calabria e Marche, palesando un rischio importante per il sistema scolastico regionale.

Isituzioni scolastiche sottodimensionate 2022 2023 - Fonte Ministero dell'Istruzione

Il fenomeno delle classi pollaio

Perché il governo ha deciso di tagliare 500 scuole in otto anni? Principalmente per via della denatalità: la crisi delle culle si sta piano piano ripercuotendo sul sistema scolastico, svuotando le classi. In soli quattro anni si è registrato un crollo del 6% del numero di alunni mentre già a partire dal prossimo anno scolastico avremo 127mila studenti in meno. Da qui ai prossimi 10 anni si stima una contrazione del numero degli studenti di 1,4 milioni. Ma allora perché parliamo di sovraffollamento e di classi pollaio?

Serie storica alunni - Fonte Ministero dell'Istruzione

Facendo un po' di calcoli scopriamo che a livello nazionale, mediamente, non ci sono quasi mai più di 20 alunni per classe, eppure i nostri figli si ritrovano con 28-30 compagni di scuola. Questo accade soprattutto nelle grandi città, dove c’è una maggior concentrazione di studenti, ma poi ci sono classi nei comuni di montagna, nelle piccole isole e nelle aree geografiche abitate da minoranze linguistiche che possono costituirsi con un minimo di 10 alunni. E così la realtà si allontana dalla statistica.

Sovraffollamento delle classi: 50-100mila in difficoltà

Qualche tempo fa il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara parlando di dispersione scolastica ha ammesso che "i dati sono impressionanti: in Italia il 13,2% dei ragazzi tra 15 e 19 anni non studia e non lavora. Per fare degli esempi, in Romania la percentuale è del 12,1%, in Germania del 5%, in Portogallo del 2,6%, in Svezia del 2,5%. L’obiettivo è portare questi numeri sotto il 10% entro qualche anno". Per contrastare l'abbandono scolastico il ministro ha chiesto a Invalsi di "individuare le 50 scuole italiane che hanno grandi difficoltà. Voglio partire con una sperimentazione come si è fatto in Francia. In queste realtà più difficili le classi dovrebbero essere molto ridotte, dieci studenti l’una", ha chiosato.

Peccato però che i numeri non tornano: secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale del sindacato Anief, le scuole che hanno bisogno di classi da dieci alunni non sono 50 ma decine di migliaia. "Il problema è che almeno il 20-30% delle 370 mila classi oggi esistenti nel Paese necessitano di essere abbattute numericamente, quindi tra le 50mila e le 100mila. Su questo versante non c’è da sperimentare, bisogna agire su larga scala".

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