Martedì, 23 Luglio 2024
Scuola

Più di un bambino su 2 senza mensa a scuola: "Così cresce la dispersione"

La mensa è anche "uno strumento per combattere dispersione e indigenza", dice Raffaella di Milano di Save the Children, commentando il rapporto "(Non) Tutti a mensa 2017" realizzato alla vigilia dell'inizio dell'anno scolastico

In Italia quasi la metà degli alunni di elementari e medie non ha accesso alla mensa scolastica e quando il servizio è presente negli istituti dimensioni, rumorisità, qualità del cibo e pulizia sono cause di scontento tra i bambini. Lo rivela il rapporto "(Non) Tutti a Mensa 2017) realizzato da Save the Children alla vigilia dell'inizio dell'anno scolastico.

In otto regioni più di un bambino su 2 non ha la possibilità di accedere al servizio mensa e cinque di queste si trovano al Sud. E non è un caso che in Molise, Sicilia, Campania e Puglia si registri anche la percentuale più elevata di classe senza tempo pieno e sempre in Sicilia, Campania, Puglia e Calabria si osservino i maggiori tassi di dispersione scolastica. “Anche quest’anno i dati confermano che l’offerta del servizio di refezione e del tempo pieno ha un valore essenziale in azioni come il contrasto all’abbandono scolastico”, dice Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia Europa. “La mensa, oltre a svolgere una funzione cruciale nell’educazione alimentare, rappresenta non solo un mezzo di inclusione e socializzazione fondamentale, ma anche uno strumento per combattere dispersione e indigenza. Non dimentichiamo che in Italia la povertà minorile è in costante aumento: è un dovere investire sul servizio di mensa scolastica, garantendo un pasto proteico al giorno a quel 5,7% di bambini che non ha altro modo di consumarlo”.

La mensa, da servizio a domanda individuale a servizio pubblico esseziale 

Solo in 17 dei 45 capoluoghi di provincia con più di 100mila abitanti analizzati da Save the Children è previsto il servizio mensa in tutti gli istituti primari. A Reggio Calabria, Siracusa e Palermo la refezione scolastica è presente in meno del 10% delle scuole. Osservando, invece, il numero di alunni che ne usufruisce, è stato rilevato che 17 comuni offrono la mensa a meno del 40% dei bambini, con cifre al di sotto del 5% nei comuni già menzionati: Reggio Calabria e Siracusa con beneficiari del servizio sotto alla soglia dell’1% e Palermo con poco più del 2%. In quattro comuni, invece, a fruirne è il 100% degli alunni (Cagliari, Forlì, Monza, Bolzano).

"Fino a quando le amministrazioni locali continueranno ad avere piena discrezionalità, esisteranno delle disparità", dice Raffaela Milano, che ricorda inoltre il caso emblematico del comune di Messina, dove il servizio non è stato più erogato perché l'amministrazione ha problemi finanziari. "Il servizio mensa deve essere garantito in modo uniforme: a prescindere dalla provenienza e dalla condizione economica, ogni bambino deve poterne usufruire", spiega, tornando a chiedere la "riqualificazione della mensa da servizio a domanda individuale a servizio pubblico essenziale". 

Differenze "dannose" nell'accesso e nelle tariffe

Ma quanto costa il servizio mensa? Tariffe e agevolazioni variano da città a città. Nei comuni monitorati le tariffe massime variano dai 2,30 euro (Catania) ai 7,28 (Ferrara), mentre quelle minime vanno da 0,30 (Palermo) a 6 euro (Rimini). Una famiglia con un reddito annuale medio pagherebbe più o meno 3 euro in 8 comuni, mentre in altri 13 dovrebbe pagari più o meno 5 euro. Una con un reddito annuale basso invece sarebbe esentata in 9 comuni e in quattro pagherebbe una tariffa superiore a 3 euro (ma sarebbe esentata in 27 comuni in caso di segnalazioni dei servizi sociali). Alcuni comuni hanno apportato negli anni modifiche verso una maggiore equità riducendo le tariffe minime. Infine anche la compartecipazione delle famiglie ai costi è disomogenea: varia da un massimo nei comuni di Bergamo, Forlì e Parma, che riferiscono di caricare sulle famiglie il 100% circa del costo, a un minimo dichiarato da Bari (30%), Cagliari, Napoli e Perugia (35%). Nove comuni monitorati inoltre non consentono l’accesso al servizio mensa ai quei bambini la cui retta non è stata pagata regolarmente. Riconoscendo la necessità di richiedere il pagamento ai morosi, Save the Children ribadisce che le conseguenze non devono ricadere sui bambini e sono solo 35 i comuni che non si rivalgono sugli alunni in caso di insolvenza. 

“Queste differenze nell’accesso e nelle tariffe sono dannose: hanno contribuito, per esempio, a far sì che molte famiglie preferissero per i figli il panino da casa alla mensa; molti alunni sono per questa ragione costretti a consumare il pranzo da soli. Per loro il pasto diventa un momento di isolamento invece che di socialità. Tutte le famiglie devono essere messe in condizione di poter scegliere con serenità la refezione scolastica”, afferma Antonella Inverno, Responsabile Unità Policy&Law Save the Children.

Come i bimbi vedono la mensa

Quando la mensa c'è, molte volte non offre un servizio che soddisfa gli alunni, dice il rapporto di Save the Children che riporta i risultati dell'indagine condotta nell’ambito di Fuoriclasse, il programma di contrasto alla dispersione scolastica promosso da Save the Children sul territorio nazionale. Dimensioni, rumorosità e pulizia sono cause di scontento tra i bambini: quelli che reputano la mensa grande, pulita o poco rumorosa la apprezzano più degli altri. A influire sul parere generale che hanno sulla mensa, anche la percezione della qualità del cibo: il 22% lo reputa cattivo al punto di lasciarlo spesso, per il 40% è abbastanza buono, per il 26% è buono e solo per il 12% è “così buono da fare il bis”. Il 57%, inoltre, afferma che il cibo arrivi in tavola non riscaldato.

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