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Venerdì, 3 Dicembre 2021
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L'Italia meglio della Germania sulle questioni climatiche

La classifica mondiale stilata dalla Germanwatch posiziona il nostro Paese in ripresa, lo scorso anno era al 21°posto. Non assegnato il podio, per sottolineare che nessun Paese attua politiche eccellenti. La migliore è la Danimarca, indietrissimo USA e Cina.

Seppur piccoli l’importante è che siano passi in avanti, e per fortuna in questo caso è così. L’Italia riesce a migliorare la sua posizione raggiungendo il 18°posto nella classifica presentata dal rapporto annuale di Germanwatch. Lo scorso anno la nostra Nazione aveva ottenuto il 21° posto nella particolare graduatoria mondiale realizzata con la collaborazione del Climate Action network (CAN) e per l’Italia Legambiente. Risultato tutto sommato importante, che certifica una riduzione di emissioni avuta grazie alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica, ma anche "grazie" alla crisi che ha investito il Paese.  L’Italia, nonostante questo confortevole dato, resta comunque tra gli ultimi posti nella classifica riguardante la politica climatica in cui si piazza addirittura 50esima.

Il responsabile Politiche Europee di Legambiente Mauro Albrizio ha dichiarato “La grande sfida che ha di fronte è quella di riuscire a mettere in campo un'ambiziosa politica climatica in grado di rendere strutturali le significative riduzioni delle emissioni dovute alla recessione economica di questi ultimi anni e superare la doppia crisi economica e climatica investendo nella green economy come sta facendo il Portogallo”.

La Germanwatch anche quest’anno non ha assegnato le prime tre posizioni della classifica. Questa scelta particolare vuole sottolineare come nessun Paese abbia fino ad oggi intrapreso politiche in grado di contribuire seriamente  a vincere la sfida climatica. Il rapporto di quest’anno sembra per lo meno far crescere la speranza. Per la prima volta infatti si registrano dei rallentamenti della crescita di emissioni.

 Ai piedi del podio vuoto, si piazza la Danimarca. La nazione dello Jutland anche quest’anno ha migliorato la performance per quanto riguarda la riduzione delle emissioni e uno sviluppo importante di rinnovabili ed efficienza  energetica.  Incredibile ma vero la Germania, in questa speciale classifica, non solo per la prima volta non è tra le prime dieci, ma si piazza addirittura dietro di noi occupando il 19° posto. Questa debacle è dovuta al dietrofront che il governo della Cancelliera Merkel ha compiuto in materia di politiche climatiche. L’aver ostacolato la riforma dell’ETS- il sistema europeo di scambio delle emissioni architrave della politica climatica comunitaria- ha fatto subire a Berlino questa poco invidiabile caduta, dovuta principalmente all’aver voluto difendere a tutti i costi le sue imprese letteralmente energivore. Anche a livello nazionale la Merkel sta facendo segnare passi indietro nella realizzazione di quello che sembrava un ambiziosissimo programma energetico.

Ottime le prestazioni del Portogallo che ha sfruttato la recessione economica per poter investire sulla green economy ottenendo il 6° posto. Salto in avanti per una delle nazioni tra le più inquinanti in assoluto, ovvero la Cina che quest’anno ha raggiunto il 46° posto. Pechino ha fatto segnare un forte rallentamento nella crescita di emissioni grazie a ingenti investimenti nelle rinnovabili, riducendo l’uso del carbone come fossile energetico.  Leggerissimo miglioramento anche per gli USA che si confermano al 43° posto. Gli States riescono a ridurre le emissioni grazie a settore energetico e ai trasporti, introducendo anche nuovi standard di emissioni per le centrali a carbone.

Il rapporto evidenzia, infine, il venir meno della leadership europea dovuto non solo alla "retromarcia tedesca", ma anche al veto sistematico della Polonia, utilizzato come alibi dagli altri governi europei, a politiche climatiche ambiziose. “I prossimi giorni qui a Varsavia – continua Albrizio - devono segnare un punto di svolta per l'Europa, che ancora una volta si trova a dover giocare un ruolo cruciale come quello svolto in passato per l’adozione del Protocollo di Kyoto. Senza una forte leadership europea la strada che da Varsavia porta a Parigi rischia di essere pericolosamente in salita”. 

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