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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
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Rifiuti Zero, Capannori è il vanto italiano

In un Comune Toscano di circa 47.000 abitanti, è stata importata direttamente dalla California, e per la prima volta in Italia, la strategia Zero Waste. Abbiamo chiesto i dettagli a chi ha avuto l'idea e ha vinto il Golden Environmental Prize: Rossano Ercolini

Il Comune di Capannori, in provincia di Lucca è un esempio di quell’Italia virtuosa, quella che ci piace raccontare. Grazie alla lungimiranza del Sindaco Giorgio del Ghingaro, su proposta del maestro di scuola elementare e in seguito vincitore del “Nobel all’Ambiente”, Rossano Ercolini, in Toscana si avvia, per la prima volta in Italia e in Europa, la Strategia Rifiuti Zero. Importata dalla California dove, nella città di San Francisco, il programma Zero Waste funziona perfettamente - così bene da far consentire livelli di raccolta differenziata oltre l’85% -, ma adattata con efficienza ed efficacia, alle esigenze della cittadina toscana.  E Capannori attira l’attenzione anche oltreoceano, tanto da consegnare il Goldman Environmental Prize al fautore della strategia in Italia. Si tratta, a pieno titolo, di quel lato bello della tutela ambientale, quello degli obiettivi raggiunti: modello da imitare, senza riserve. Per capire meglio come ne abbiamo parlato proprio con Rossano Ercolini

Rifiuti Zero è abbastanza esplicativo, per lo meno per quel che riguarda l'obiettivo, ma ci spiega di cosa si tratta in pratica?
La strategia Rifiuti Zero è certamente un obiettivo, ma la parte più importante del messaggio è la direzione che bisogna percorrere. Forse a Rifiuti Zero non arriveremo mai, però dobbiamo assolutamente tendere a questo. Forse anche la povertà non sconfiggeremo mai, ma dobbiamo assolutamente puntare alla sconfitta, e mai sconfiggeremo la disoccupazione ma dobbiamo provare. Si tratta di una tensione costante al raggiungimento di un obiettivo, o 'maledettamente' vicino a questo obiettivo come dicono gli Zero Waste internazionali. Il percorso Rifiuti Zero si sviluppa in dieci step: due sono di approccio metodologico e gli altri otto sono strettamente operativi.

Ci spiega meglio?
Il primo passo afferma che il problema della gestione dei materiali di scarto non è da identificare nel primato della tecnologia, rincorrendo le ultime generazioni di impianti di trattamento termico, inceneritori e così via, ma è da mettere direttamente nelle mani della gente comune: è un problema di organizzazione, di sensibilizzazione e di formazione, ma anche di informazione. Se io separo la frazione organica da quella cellulosica, la frazione plastica da quella metallica e così via, non ho rifiuti, ma preziosi materiali di scarto; ragion per cui l'Unione Europea ha affermato che nel cassonetto esiste una vera e propria miniera urbana da cui estrarre ricchezza ecologica, ma anche ricchezza economica. Allora se la via maestra è la raccolta differenziata occorre organizzarla su scala porta a porta, integrata con isole ecologiche.

E gli altri step?
Secondo e terzo: occorrono impianti di compostaggio e quarto: impianti di riciclaggio o di riciclo. Il quinto prevede la realizzazione di centri per la riparazione e il riuso, per dare una seconda vita a mobili ed elettrodomestici dismessi, così come a prodotti, oggetti, abiti e scarpe inutilizzati. Il sesto passo comprende attività per la riduzione locale dei rifiuti: sostituire la plastica con il vetro nelle scuole, usare pannolini lavabili anziché pannolini usa e getta, adottare la buona pratica dell'auto compostaggio famigliare e così via,. Il settimo step deve spingere i decisori politici ad adottare organizzazioni della gestione dei rifiuti che premino i cittadini, le utenze che producono meno scarti indifferenziati. Meno rifiuti vengono prodotti minore è il costo della bolletta da far pagare. Viceversa, se uno è pigro o non è sensibile è anche giusto che paghi di più rispetto a chi si comporta in modo adeguato, civico e virtuoso. L'ottavo è strettamente concettuale e si divide, a sua volta in due parti: la prima riguarda il trattamento della frazione residua, perché con le precedenti sei fasi si raggiunge almeno il 70% di rifiuti sottratti alla discarica. Molti comuni a oggi raggiungono anche l’80/85 e qualcuno arriva anche al 90%. La percentuale che rimane deve essere ulteriormente selezionata per minimizzare il residuo da mandare in discarica. La seconda parte prevede che nel modello Rifiuti Zero quello che rimane per così dire “sullo stomaco nel sistema di digestione dei rifiuti” debba essere studiato; non deve essere fatto scomparire o in discarica o negli inceneritori.

E come?
Noi proponiamo impianti a freddo, dotati di elettrocalamite, di lettori ottici, recuperino i metalli, i polimeri plastici di pregio, e, magari manualmente il cartone e il legno. La frazione che rimane è una frazione di plastiche miste, il plasmix, oggi in grado, attraverso un adeguato processo, di dar vita a un lungo elenco di diciotto prodotti in plastica di seconda vita: dai vasi per fiori e piante alle cassette per l'ortofrutta e alle tubature per l'idraulica. Non occorre un impianto di incenerimento, non occorre produrre combustibile da rifiuti, ma occorre massimizzare il recupero di materiali Quel che rimane è prevalentemente è costituito da prodotti non riciclabili o compostabili si deve innescare un percorso che metta nelle mani del produttore quel che non è stato smaltito. Occorre, di fronte ad un oggettivo  errore di progettazione industriale una riprogettazione nel sistema che corregga l'errore, per rendere totalmente assimilabile quello che viene immesso sul mercato dei consumi.

Nono e decimo…
Il penultimo è la riprogettazione industriale, il decimo passo è la gestione di una discarica dove mandare solo materiali pretrattati e tra l'altro concepita in modo transitorio fino ad arrivare a un punto, entro il 2020 o il 2025, in cui delle discariche non ci sarà più bisogno. È necessario essere molto rigorosi.

Parliamo quindi di sinergie tra politiche istituzionali e operatività della società civile, ma anche di politiche industriali?
Certo, il patto che deve essere stipulato quando un comune adotta la strategia Rifiuti Zero è quello tra cittadini e leadership politico-amministrativa, ma sullo sfondo, mentre il 70-75% viene risolto a monte dalle comunità, dai cittadini guidati adeguatamente dai sindaci dagli assessori e dai consigli comunali, quel 20-25% che rimane deve prevedere il coinvolgimento della responsabilità stessa dei produttori, quindi un patto a tre. Leadership politica, comunità che spinge dal basso: il programma Rifiuti Zero è un movimento bottom-up: leadership politiche, a partire da quelle locali e dalle istituzioni politiche, ma occorre coinvolgere le associazioni locali e i produttori perché spesso quello che non è riciclabile o  compostabile deriva da un prodotto che deve essere riprogettato.  

Lei è un insegnante di scuola elementare. Facile immaginare che spieghi ai suoi alunni come non sprecare. Ma parlando in generale: che idea si è fatto dell'educazione ambientale nell'istruzione pubblica italiana?
La scuola elementare, al di là delle oscillazioni nelle fasce di merito, che forse esistono anche in conseguenza del calo degli stanziamenti e degli investimenti, sta un pochino arretrando, però l'istruzione elementare è famosa per essere funzionante e funzionale. In genere c'è molta sensibilità tra i docenti e tra i dirigenti scolastici. L'educazione ambientale è un'attività trasversale viene praticata attraverso progetti. Il pericolo è che, un po' all'italiana, si riproponga la solita schizofrenia; a volte mi sono trovato a stigmatizzare in modo molto appassionato: da un lato si fanno progetti ambientali, anche importanti, e per festeggiare si organizza  la festicciola con gli usa e getta.
Bisogna stare molto attenti alla coerenza del messaggio: i bambini sono molto disponibili e anche i ragazzi delle medie, ma sicuramente anche i giovani della scuola superiore sono disponibili ad apprendere, ma se poi il messaggio viene contraddetto, addirittura dagli insegnanti e dai genitori, è chiaro che disattendiamo ciò che raccontiamo come importante e sono poi necessari decenni per recuperare la credibilità.

 L'attenzione che la politica dichiara di avere verso il green si tramuta poi in azioni concrete a livello educativo?  Detto brutalmente: c'è il rischio che l'educazione ambientale faccia la fine dell'educazione civica?
Direi che il rischio è che il messaggio diventi generico e un po' faccia la fine dell'oroscopo, dove ci sta tutto e il contrario di tutto. La sensibilità è reale, c'è una sensibilità che attraversa in modo trasversale la società e quindi la scuola, che è mediamente più recettiva delle necessità educative ed è sicuramente più disponibile. Il pericolo è che, come accade nel settore industriale, si faccia il così detto greenwashing: usando magari il fiorellino per coprire una produzione sporca o comunque parzialmente sporca. Potrebbe accadere che la lezione di educazione ambientale vada a coprire delle pessime pratiche quotidiane: non salvare il cibo sprecato, non sostituire le stoviglie usa e getta con i piatti in ceramica. Anche in questo caso  occorre la coerenza nel messaggio educativo e nel messaggio culturale, che va alimentata con la testimonianza. Se non c'è testimonianza non c'è coerenza ma un messaggio generale educativo, che finisce per essere generico e finisce per essere facilmente strumentalizzabile perché svuotato del significato più importante.

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