Domenica, 26 Settembre 2021
T3 Basilicata

L’innovazione e il paradosso (italiano) della regina rossa - seconda parte

I presupposti per uno sviluppo in linea con l’incorporazione crescente di conoscenza nell’economia era dunque a portata di mano. Cosa è successo poi?

Nell’articolo precedente si diceva di come siano esistite nel nostro Paese realtà di ricerca e tecnologiche, oltre che industriali, che lasciavano presagire negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale uno sviluppo basato sulla tecnologia e l’innovazione tanto da renderci competitivi con paesi quali l’URSS e gli USA, oltre che il Giappone. Queste esperienze lungimiranti realizzate nell’Italia degli anni ‘60 hanno dei nomi ben precisi. Provo ad elencare quelli più significativi, senza avere la pretesa di essere esaustivo.

Enrico Mattei si impegnò nel rendere l’Italia indipendente dal punto di vista energetico. Eravamo, in quegli anni, uno dei pochi paesi al mondo che tentava (e riusciva) a svincolarsi dalla tutela delle «sette sorelle», ovvero delle sette multinazionali del petrolio. L’Eni di Mattei non solo imboccò una «via italiana all’oro nero», ma iniziò a sviluppare un proprio settore di ricerca e sviluppo.

Felice Ippolito cercò di regalare all’Italia la piena indipendenza nel settore energetico allora considerato all’avanguardia: il nucleare. Anche lui ebbe successo. All’inizio degli anni Sessanta l’Italia era, con Usa e Urss, tra i Paesi che producevano più energia elettrica da fonte nucleare al mondo.

Adriano Olivetti e il geniale ingegnere italo-cinese Mario Tchou avevano allestito un dipartimento Elettronica a Ivrea che riuscì a costruire il primo calcolatore elettronico a transistor del mondo. Molto più piccolo ed efficiente dei cervelli elettronici a valvole. Più tardi, l’ingegnere Pier Giorgio Perrotta riuscì a costruire un computer ancora più piccolo. Fu ribattezzato perrottina ed era così piccolo da stare su una scrivania. Era il primo «personal computer» al mondo.

Il 15 dicembre 1964 il generale Luigi Broglio riuscì a mandare nello spazio il satellite San Marco I. Non era solo il primo satellite «italiano». Era il primo satellite inviato nello spazio da un Paese diverso dalle due superpotenze, Urss e Usa.

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E poi nella chimica delle materia plastiche abbiamo acquisito, come Paese, il monopolio mondiale del polipropilene, più noto al grande pubblico con il nome commerciale di Moplen. Giulio Natta, vincitore di un Nobel, mise a punto un sistema di catalisi grazie alla quale era possibile produrre il polipropilene isotattico, una nuova plastica – inconfondibile, leggero, resistente – di cui l’Italia ha detenuto per anni il monopolio mondiale.

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E poi come non evidenziare in questo breve excursus la carriera di Edoardo Amaldi che non solo era un grande scienziato, ma fu tra coloro che in Italia proposero e in parte realizzarono una lucida politica di sviluppo basata sulla ricerca. Predispose un programma di «ricostruzione» del dopoguerra molto ben congegnato da cui, di lì a poco, nasceranno l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e il CERN di Ginevra.

I presupposti per uno sviluppo in linea con l’incorporazione crescente di conoscenza nell’economia era dunque a portata di mano. Cosa è successo poi? È avvenuto quello che alcuni studiosi hanno definito la questione scientifica italiana. Le esperienze elencate, a volte per cause accidentali come l’incidente di Mattei, altre per precisa volontà dell’establishment come nel caso della Olivetti, terminarono prima ancora di poter dare risultati duraturi. Ci fu cioè la deliberata volontà di abbandonare quella strada, certo molto più rischiosa e visionaria, rispetto ad una molto più semplice e dall’immediato ritorno economico (oltre che elettorale).

All’inizio degli anni Sessanta, infatti, l’Italia scelse di competere nel campo delle medie e basse tecnologie. Il ragionamento, più o meno lucido, fu questo: siamo i più poveri tra i ricchi: basso costo del lavoro e moneta (la lira) modificabile con opportune «svalutazioni competitive». In altre parole, si riduceva artificiosamente il valore della moneta per favorire le esportazioni. Perché impegnarsi in settori ad alto tasso di conoscenza aggiunto con concorrenza elevata e alto tasso di rischio? Meglio impegnarsi nei settori assistiti e/o dove si aveva la certezza di essere competitivi: quelli low-tech, delle tecnologie di base, sfruttando le braccia e non la testa.

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La scelta è stata vincente, per un certo periodo di tempo: ricordate il boom economico? La Cinquecento, la Vespa, i primi elettrodomestici nelle case? Ecco. Fino agli anni Ottanta l’Italia è stato il Paese che è cresciuto economicamente di più al mondo, secondo solo al Giappone. A metà degli anni Ottanta, però, le cose sono cambiate sino ad arrivare all’inizio degli anni Novanta a un passo dal default. Infatti, entrambe le leve del modello di sviluppo senza ricerca sono venute meno nel corso del tempo. Entrando nell’Euro, e prima ancora nel regime di cambi fissi con le altre monete europee, non è stato più possibile svalutare la propria moneta e sul mercato si sono affacciati altri paesi con un costo del lavoro molto più bassi del nostro: prima l’Europa dell’Est (ricordate le delocalizzazioni in Polonia, per esempio?), poi la Cina, poi l’India. Ne hanno risentito pesantemente il settore tessile, il settore dei mobili e dell’arredamento, delle calzature, delle piastrelle. A un tratto non eravamo più «i più poveri tra i ricchi» ma eravamo diventati i più ricchi tra i poveri.

Il risultato? Quello che vediamo: viviamo in un Paese che spende di più - da decenni - per pagare gli interessi sul debito che sull’istruzione e il futuro. A vederla così viene in mente la famosa Regina Rossa dell'opera di Lewis Caroll attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. In un dialogo con Alice, la Regina Rossa esclama: «Ora, in questo luogo, come puoi vedere, ci vuole tutta la velocità di cui si dispone se si vuole rimanere nello stesso posto; se si vuole andare da qualche altra parte, si deve correre almeno due volte più veloce di così!»

Saprà il nostro Paese riprendere a correre “due volte più veloce di tutta la velocità di cui si dispone”? E in che direzione? E in questo, l’Europa che fa?

Alla prossima, per provare ad accennare qualche risposta.


 

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