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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
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Espulso per il turbante: l'intera squadra di basket lascia il campo

Succede in provincia di Bergamo, dove si stava giocando una partita ufficiale della Federazione italiana pallacanestro: la squadra del Sebino basket Villongo si ritira. L'allenatore: "Lo sport è contro il razzismo"

Partita ufficiale della stagione Fip, Federazione Italiana Pallacanestro. In campo, a Presezzo (in provincia di Bergamo), i padroni di casa dei Red Rooster e gli ospiti del Sebino Basket Villongo. Tutti pronti, ma l’arbitro alza le braccia, si avvicina a un giocatore del Villongo e lo fa allontanare dal terreno di gioco. Il motivo? Indossava un copricapo. Quella sorta di chignon che portano i fedeli alla religione Sikh, utilizzato per racchiudere e coprire i capelli. Per l'arbitro non poteva essere indossato, perché questo è quanto prevede il regolamento tecnico.

Ci racconta tutto Gruda Agim, cittadino italiano di origine albanese, allenatore della squadra del giovane, che era in campo al momento dei fatti: "I giornali volevo chiamarli subito e non perché anche io  sono straniero. Qui la soglia andava oltre. L'arbitro è stato troppo fiscale e ha anche sbagliato. La federazione non precede questo regolamento, in particolare per queste categorie, perché stiamo parlando di un ragazzo di sedici anni che semplicemente indossava un copricapo".

Ma in realtà un po' i ragazzi hanno giocato, perché l'arbitro non ha spiegato subito le ragione dell'esclusione: "Quando i ragazzi sono andati in campo l'arbitro mi ha detto che Sharon non poteva giocare, ma senza spiegarmi il motivo. Abbiamo giocato per due quarti la partita e al secondo quarto gli ho chiesto che era successo. Ha detto che c'era un regolamento che prevedeva che così non poteva giocare. Ma questo non mi risultava. Ho chiamato la squadra e anche i dirigenti erano d'accordo. Così abbiamo ritirato la squadra e abbiamo continuato a giocare senza arbitro".

Il giovane in questione si chiama Sharon Sikh e il suo credo religioso (il sikhismo) gli impone di non tagliare e coprire i capelli: "L'ho visto piangere, dopo tutto è solo un ragazzino che voleva giocare. Abbiamo ritirato la squadra per questo: per noi lo sport è tutto, crescere, vivere e stare insieme. Per questo dice no al razzismo".

Ora si attende la decisione della Fip. Ma negli Usa i ‘religiosi’ possono comunque giocare, come Bilqis Abdul Qaadir, ex guardia di Indiana State, che giocava indossando la hijab per donne islamiche. O Singh Bassi, il primo giocatore Sikh della Canadian Football League, che tuttora scende in campo con barbone d’ordinanza, e turbante in testa. 

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