rotate-mobile
Lunedì, 16 Maggio 2022
Calcio

Elogio del Carlo "Pentacampeon". Perché Ancelotti è il numero uno

Il tecnico del Real Madrid è lanciato verso la conquista della Liga, diventando così il primo allenatore a trionfare nei principali cinque campionati continentali

“Napoleone diceva che la fortuna è una qualità”. Nel breve volgere di pochi secondi, in poche parole, più asciutte della bocca di uno studente impreparato ad un esame, c’è tutto Carlo Ancelotti. L’intelligenza, la praticità, il “problem-solving” con cui ha abbassato la saracinesca delle polemiche dopo l’uscita di Antonio Cassano il quale lo aveva avvertito che, prima o poi, “il culo sarebbe finito” (con particolare riferimento alla buona sorte che lo avrebbe assistito a Parigi nella vittoria in Ligue 1 e nel passaggio del turno in Champions contro il Chelsea), sono le stesse che lo hanno contraddistinto nel suo percorso da tecnico. Puntellate da ironia e saggezza, come quando rispose ai tifosi juventini che gli cantavano “Un maiale non può allenare” precisando come quel coro fosse un’insopportabile mancanza di rispetto nei confronti del maiale, o come all’indomani dell’esonero napoletano sottolineò come “Un allenatore deve avere sempre la valigia pronta”.

Quella di stasera, all’El Sadar di Pamplona, sarà la panchina numero 1219 della sua carriera, in un match contro l’Osasuna che potrebbe ulteriormente blindare il primo posto del Real Madrid, e congiuntamente il titolo numero 35 dei Blancos che non è mai sembrato in discussione, con appena tre sconfitte e l’ultima battuta d’arresto – brutta, 0-4 al Bernabeu contro il Barça – derubricata a semplice “giornata storta, nulla più”. Lo scudetto spagnolo riempirà così l’unico vano vuoto della sua collezione di trofei, rendendolo il solo tecnico a potersi fregiare del titolo di “Pentacampeon”, ovvero di allenatore capace di vincere almeno una volta nei primi cinque campionati continentali (dopo i successi con Milan, Chelsea, Paris Saint Germain e Bayern Monaco). Senza contare la semifinale di Champions della prossima settimana col City di Guardiola, tecnicamente il penultimo ostacolo verso la conquista della sua quarta Coppa dalle grandi orecchie (record assoluto, che attualmente detiene in condivisione con Bob Paisley e Zinedine Zidane, i quali però tagliarono questo traguardo con lo stesso club, ovvero Liverpool e Real).

Un palmares inviabile già così, permettendosi il lusso di cassare le altre 14 Coppe alzate (tra cui due Intercontinentali) non propriamente sminuibili a portaombrelli. Ma non è solo nell’accantonare quel dogmatismo tattico a volte deleterio che vanno ricercati i meriti di Ancelotti, da sempre – quello sì – fedele ad una difesa a quattro di sacchiana memoria (base di quel 4-4-2 applicato nei primissimi anni in panchina) però supportata da una scaltra versatilità nella disposizione di mediana e fronte offensivo, dalla creazione del 4-3-2-1 ad "Albero di Natale" che fece la fortuna del Milan fino al 4-3-3 dell’attuale Real, passando per il 4-4-1-1 della seconda fase juventina ed per il 4-2-3-1 utilizzato anche al Bayern. E’ soprattutto nella sua “leadership calma” (citazione) che vanno ricercati i meriti di un uomo, prima ancora che di un mister, che ha sempre saputo camaleonticamente adattarsi alle esigenze del gruppo squadra, dei campioni in rosa a volte croce e delizia per chi è chiamato a gestirli, delle proprietà che lo hanno scelto appoggiando sulle sue spalle – nemmeno troppo delicatamente – il peso delle ambizioni. Macigni che Ancelotti ha saputo portare con ineffabile tranquillità, che a volte si sono sgretolati divenendo sassolini finiti dentro le scarpe. Tolti, però, senza scagliarli lontano polemizzando, ma anzi facendone tesoro e mostrandoli pubblicamente sottolineando i propri errori. Come quando, ai tempi del Parma, bollò come “pazzia” la rinuncia all’ingaggio di Roberto Baggio, sacrificato sull'altare proprio di quell'oltranzismo successivamente dismesso e che aveva peraltro anche agevolato la partenza di Zola in direzione Premier.

Sarà forse la sua umanità, la sua sobrietà e saggezza nei giorni di sole e in quelli burrascosi, la sua veracità emiliana ed il suo essere “a misura di giocatore”, muovendosi nel sottile confine dell’essere efficacemente autorevole senza oltrepassare la frontiera dell’autoritarismo, a renderlo apprezzato e ricordato con piacere. Ed a farlo risultare “mainstream” senza mai, curiosamente, finire in cima alle graduatorie delle preferenze nell’avventuroso esercizio affrontato al momento di redigere una griglia dei migliori. Sebbene “France Football”, una delle bibbie del calcio mondiale, nel 2019 lo abbia piazzato all’ottavo posto nella graduatoria tra i migliori allenatori di tutti i tempi, dietro alla testa di serie numero uno Rinus Michels, al suo maestro Arrigo Sacchi (terzo) ed a Pep Guardiola, che lo precede di tre posizioni.

Conquisterà la Liga, Carlo Ancelotti. E vincerà ancora, perché vincere non è cosa sporadica ma diventa un’abitudine se sai come farlo, ed i numeri uno, come lui, hanno capito come riuscirci. Si è definito milanista, ed ha dichiarato che “il club rossonero ha avuto quattro grandi allenatori: Rocco, Liedholm, Sacchi e Capello, e la storia dice che sono tutti ritornati”. Ed in fondo la sua valigia, per esplicita ammissione, è sempre pronta.

Si parla di
Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Elogio del Carlo "Pentacampeon". Perché Ancelotti è il numero uno

Today è in caricamento