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Venerdì, 21 Giugno 2024

Fabio Petrelli

Giornalista

"A testa altissima": cosa c'è dietro la stanca retorica del calcio italiano

E’ stato un triplete, ma nel senso più amaro del termine. La quinta volta, nella storia del calcio internazionale, in cui tre formazioni italiane si sono contemporaneamente presentate a disputare una finale di una coppa continentale, ha coinciso con uno “zero titoli” inedito e molto poco gratificante. Quella che insomma era partita un mese e mezzo circa come una delle più promettenti stagioni da parecchi anni a questa parte, con ben cinque semifinaliste su dodici tra Champions League, Europa League e Conference, è passata alla storia nel modo sbagliato.

Tra alibi ed errori

Direzione arbitrale incerta, sfortuna, portieri avversari miracolosi, calci di rigore e gol beffa subito negli ultimi minuti. Il riassunto delle motivazioni che inducono a comprendere, se non addirittura tendono a giustificare, lo zero su tre nelle finali europee di quest’anno è presto fatto. Perché la Roma nella sfida col Siviglia persa, appunto ai rigori, ha avuto a che fare con una gestione da parte del fischietto del match quantomeno discutibile, perché la Fiorentina ad un’incollatura dai supplementari sull’1-1 ha incassato una rete che ha permesso al West Ham di portare la coppa a Londra e perché l’Inter, nell’atto conclusivo di Champions League contro il Manchester ha in particolare visto sfumare l’1-1 sulla traversa di Di Marco e sul miracolo di Ederson sull’inzuccata ravvicinata di Lukaku.

Tutto vero. Però, un rovescio della medaglia c’è: capire quale delle due abbia maggiore brillantezza è esercizio legato all’obiettività che alberga (o dovrebbe albergare) in coloro che si cimentano nell’analisi di un risultato negativo. La Roma ha impostato una gara in cui ha creato poco meno della metà delle azioni offensive del Siviglia, ha governato il possesso palla con percentuali di poco superiori al 30%, sbagliato due rigori (non è “lotteria” solo quando si perde e bravura nel calciarli quando si vince) e non sfruttato adeguatamente un paio di nitide chance per segnare. La Fiorentina ha pagato il non saper silenziare la sua vocazione offensiva in un appuntamento così importante, perché se è vero che l’1-2 è arrivato in zona Cesarini, va anche precisato che è stata presa di infilata a tempo scaduto con una difesa alta più o meno come quella di una squadra che deve recuperare uno svantaggio, non di una in situazione di parità. C’è poi l’Inter, forse la rappresentante italiana chiamata all’impresa più complessa: sfortuna, certo, sul legno di Di Marco, ma in un finale contro una formazione superiore, è dura sperare che sciupare a ridosso del triplice fischio, sotto di un gol, due palloni (uno clamoroso ad un metro dalla porta con Lukaku) non finisca col presentare un conto salato.

Il triste primato dei secondi posti

I tre potenziali titoli sono quindi diventati tre secondi posti. Ed è una consuetudine che, purtroppo, riguarda da vicino il calcio italiano. Che ha lo stesso numero di finali nelle principali tre competizioni europee della Spagna (48), ma ne ha perse la metà. A differenza delle squadre iberiche che non hanno alzato la coppa solo in sedici occasioni, e dell’Inghilterra che ha un record di 24 finali vinte su 43, facendo più o meno pari con la Germania poco oltre la soglia del 50% con 18 affermazioni su 33 tentativi. Chiaramente, e qui si tocca un nervo scoperto, nel conteggio pesano i tanti k.o. negli anni subiti dalla Juventus nelle finali di Champions, ma incide anche la capacità generale di far valere, da parte delle dirette concorrenti europee, il ruolo di favorite con cui si presentano all’appuntamento. Perché se da una parte la partita secca tende ad appiattire il gap tra due squadre, dall’altra parte spesso l’etichetta di underdog data alle italiane resta tale al triplice fischio senza sorprese, pur concedendo il 50-50 alla Fiorentina ed alla Roma nelle sfide di Praga e Budapest ed all’Inter nel confronto col Siviglia di Europa League del 2020 contro il Siviglia 3-2.

Mentalità e retorica

Il problema è chiaramente qualitativo: perché con buona pace dei risultati ottenuti dall’Italia a livello giovanile, e dalla nazionale maggiore campione continentale in carica, nelle competizioni europee la parte del leone – da un paio di lustri a questa parte – è sempre stata recitata dalle flotta inglese e da quella spagnola, composta da club molto più generosi in quanto ad investimenti. Sebbene altrove il teorema “spendere tanto per vincere tanto”, riferimento non puramente casuale a quanto accade sotto la Tour Eiffel, non è che funzioni granché. Ma allora, Paris Saint Germain a parte, è solo l’annosa “questio” economica a far pendere l’ago della bilancia dalla parte altrui e non dalla nostra? Un riflessione, in questo senso, si imporrebbe. Perché il non essere “pronti” a piazzare la stoccata decisiva in finale, potrebbe anche presupporre un problema di maturità indipendente dall’aspetto anagrafico e dall’attitudine a vincere di chi scende in campo.

Si parla spesso di mentalità: quella vincente, quella che spinge all’impresa. Nel nuovo millennio, solo chi ha saputo lavorare in maniera impeccabile sotto l’aspetto psicologico ed ha proprio nella gestione mentale del gruppo il suo punto di forza è riuscito a portare sul tetto d’Europa una formazione italiana. Lo hanno fatto Carlo Ancelotti e José Mourinho, con Milan, Inter e Roma. Sicuramente con metodologie totalmente in antitesi (la tensione emotiva che caratterizza la gestione del tecnico lusitano è distante dall’immagine dell’autorevolezza calma e compassata dell’emiliano), ma funzionali all’obiettivo da perseguire. Semplice coincidenza? Forse sì, con il rischio di una semplificazione che potrebbe essere fuorviante, visto che si parla di due tra i tecnici più titolati della storia del calcio recente – e non solo – e pertanto lascerebbe intendere che solo con un “manico” top si vince in Europa.

Però, forse, la crescita del calcio italiano nel palcoscenici del vecchio continente – e del suo ritorno ai vertici – passa anche attraverso un upgrade di questa mentalità, e con esso la diversa metabolizzazione di queste sconfitte. Che restano tali anche se “a testa altissima”, “con l’onore delle armi”, “l’importante è esserci arrivati”, “la finale è sempre un terno al lotto” e con quel pot-pourri di retorica la quale indora una pillola che fa tanto effetto-placebo contro i dolori di un argento al collo. Perché quel metallo lì pesa, e fa chinare la testa mentre l’oro sul petto degli avversari è leggerissimo: sarà anche un virtuosismo morale accettarlo di buon grado, corretto strapparne la cinica etichetta di premio al primo dei perdenti, ma accontentarsi definendolo quasi come la mancata ciliegina sulla torta proprio no, poiché è un’occasione mancata ed il poterla sfruttare non capita tutti gli anni (e lo “storico” sta lì a confermarcelo). Bene indicare “arrivare in fondo” come obiettivo in un tabellone di un torneo europeo, litania ripetuta nelle consuete interviste, ma il fondo finisce sul gradino più alto del podio. E’ giusto ricordarselo, al momento di rendicontare la stagione.

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