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Venerdì, 28 Gennaio 2022
Calcio

Lionel Messi e un Pallone d'Oro che rischia di svalutarsi

Negli ultimi quindici anni, il prestigioso premio è stato sempre una lotta a due tra Messi - arrivato a quota 7 - e Ronaldo, divenendo più un referendum sul più forte che non un riconoscimento da tributare al miglior giocatore dell'anno

Lo disse tempo fa Gary Lineker: il calcio è un gioco semplice, 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince. Commento cinico, ma anche adattabile agli ultimi quindici anni di Pallone d’Oro: si può primeggiare, segnare, vincere, alzare trofei, ma alla fine dell’anno la prestigiosa sfera aurea la alzano sempre Cristiano Ronaldo o Leo Messi. E’ così, in fondo, dal 2008 (nel 2007 i due fecero le prove generali piazzandosi ai lati del podio con al centro Kakà), con le uniche due variazioni sul tema rappresentate dall’edizione 2018 con la vittoria di Modric e la mancata assegnazione del 2020 causa pandemia.

Riepilogando, tre sono i fattori che la rivista France Football – ideatrice del premio – chiede di valutare al momento del voto, espresso da 180 giornalisti di 180 paesi diversi: prestazioni di squadra ed individuali nell’anno solare; talento e sportività (fair play) del giocatore; la carriera del giocatore. Eppure, sembra ormai sempre più evidente che il primo aspetto rivesta un’importanza trascurabile, e che siano soprattutto palmares e la combo “performance singole-qualità da fuoriclasse” ad avere un peso specifico maggiore rispetto ai risultati ottenuti. E finiscano pure col “derubricare” gli exploit degli altri candidati con la maglia della nazionale, visto che se si esclude il 2016 (europeo vinto dai lusitani) e il 2021 (Copa America tinta di albiceleste), la “Pulce” e CR7 non hanno mai festeggiato troppo con le casacche di Portogallo ed Argentina.

E quindi, niente Jorginho, al terzo posto finale per i traguardi ottenuti col suo Chelsea (a cui va il riconoscimento come miglior team dell’anno) e con la nazionale (che in compenso frutta il Premio Yashin a Gigio Donnarumma). Ma soprattutto niente Lewandowski, ed allora qualcosa non torna. Favorito d’obbligo lo scorso anno, come spietato finalizzatore di un Bayern Monaco campione di tutto o quasi, ma anche nel 2021 una sentenza in area di rigore: da sei stagioni sempre sopra quaranta gol nel club, miglior “9” del Mondo, corretto in campo – in quasi 130 partite con la nazionale polacca appena otto ammonizioni – e con una bacheca che si riempe ogni anno. Basta e avanza per aggiudicarsi il titolo di “Striker of the Year”, ma il suo Pallone è solo d’argento.

Perché, allora, la “settima” di Messi? Perché i suoi numeri, comunque, cantano e sono anche piuttosto intonati: al netto della partenza ingolfata a Parigi, il campione di Rosario è stato il capocannoniere della scorsa Liga, ha vinto la Copa America (votato miglior giocatore della competizione), ha complessivamente realizzato 41 gol e sfornato 14 assist. Ma soprattutto perché quello che “la Pulce” ha rappresentato ed ancora rappresenta nel calcio mondiale lo rende avvicinabile, forse anche “parificabile” ma difficilmente superabile da qualcuno, non solo nell’immaginario collettivo ma evidentemente anche nei giudizi di chi vota.

Messi e CR7 non sono, però, eterni. La sensazione è che il duopolio del portoghese e dell’argentino sia arrivato a conclusione, e che già dal prossimo anno nuovi scenari saranno destinati a aprirsi. Ma il dubbio resta: se talento, prestazioni individuali e carriera contano così tanto, ha senso continuare a “lucidare” un premio in cui i candidati attendibili sono solo i fuoriclasse militanti in quei 2-3 top club pluridecorati? Saranno allora Pedri e Mbappé – che nel frattempo, benché giovanissimi, stanno già cominciando a riempire le loro bacheche personali - a ricevere questo simbolico passaggio di consegne ed a tramutare le future edizioni del Pallone d’Oro in una sorta di sfida a due? Messi, commentando il settimo, ha detto che sarebbe giusto che Lewandowski ne avesse uno in casa. Ma sarebbe altrettanto corretto che fosse un’annuale meritocrazia, e non un referendum planetario sul più forte calciatore del mondo, ad assegnarlo.

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