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Domenica, 16 Giugno 2024
Il commento

Milan, è lo scudetto di Pioli: quando a vincere sono le idee

I rossoneri tornano sul tetto d'Italia undici anni dopo l'ultima volta: un trionfo firmato dal tecnico parmigiano

È lo scudetto di Leao, imprendibile sulla sua corsia, è lo scudetto di Giroud, l'uomo dei gol decisivi, è lo scudetto di Tonali, faro della manovra offensiva, ed è anche lo scudetto di Ibrahimovic, colui che, più di ogni altro, è riuscito a cambiare la mentalità dell'intera squadra, ma è soprattutto lo scudetto di Stefano Pioli. Il trionfo del Milan, tornato sul tetto d'Italia undici anni dopo l'ultima volta, è forse la più grande sorpresa che il nostro calcio ha partorito nell'ultimo decennio: perché diciamocelo chiaramente, nessuno, alla vigilia del torneo, indicava i rossoneri come una delle favorite al titolo. Parlavamo di Juventus (a proposito, che flop la stagione bianconera), parlavamo di Inter, che reputavamo pronta per il bis, e parlavamo anche di quel Napoli che invece, come puntualmente accade, si è sciolto come neve al sole proprio sul più bello. 

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A cucirsi sul petto il tricolore, invece, è stato il Diavolo, malgrado una rosa, sulla carta, priva di veri e propri campioni: perché sì, ci sono Ibrahimovic e Giroud, stelle ormai però sul viale del tramonto, c'è Tonali, esploso solamente nel corso di questi mesi dopo un primo anno rossonero in chiaroscuro, c'è la freschezza di Leao, la straripanza di Hernandez e la reattività di Maignan, ma il fenomeno assoluto, in questa squadra, non c'è. Eppure Pioli, con pazienza, con caparbietà e senza proclami, ha saputo costruire un gruppo vincente, in cui la forza del collettivo va oltre i limiti del singoli. 

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I segnali di rinascita del Milan c'erano già stati alla ripresa del torneo 2019/2020, quello interrotto a marzo a causa della pandemia e ripreso solamente verso la fine di giugno. Progressi che i rossoneri confermarono l'anno seguente, mantenendo la testa della classifica per metà campionato prima di calare nel girone di ritorno e cedere lo scettro all'Inter. Prove generali di quello che è poi accaduto quest'anno, in cui il Diavolo, malgrado qualche scivolone, ha saputo offrire un rendimento costante, gestendo e reagendo alla grande ai momenti di difficoltà.

Il lavoro di Pioli è stato semplicemente perfetto: il credo nel suo calcio, in quel 4-2-3-1 moderno ed europeo, non è venuto mai meno, anche quando qualche passo falso aveva generato qualche malumore. Ma il tecnico non si è mai scomposto: sapeva che nel calcio di oggi, se giochi bene, alla lunga ottieni risultati e che, qualche incidente di percorso, è da mettere nel conto. Pioli, poi, ha saputo creare un meccanismo pressoché perfetto, in cui ogni ingranaggio è andato ad incastrarsi al millimetro con gli altri. Eccelso il lavoro svolto sulla fase difensiva, a maggior ragione se si tiene conto che il suo Milan, in quella zona di campo, ha perso già a dicembre il suo uomo migliore, quel Simon Kjaer costretto ad alzare bandiera bianca nella sfida di Marassi con il Genoa a causa di un grave infortunio al ginocchio sinistro. Out il danese, il tecnico ha però scoperto Kalulu, versatile difensore francese che è andato a comporre con Tomori una coppia capace di unire forza fisica e rapidità.

Per non parlare della gestione mentale del gruppo: il 3-0 subito in Coppa Italia contro l'Inter sembrava l'inizio della resa ed invece, al contrario, è stato l'inizio del trionfo. Da lì, il Milan, non ha più perso un colpo, facendo bottino pieno nelle ultime cinque giornate di campionato ed approfittando del passo falso dell'Inter nel recupero con il Bologna. Uno sprint finale da applausi, che ha consegnato nelle mani dei rossoneri uno scudetto sudato, sofferto e meritato. Malgrado il Milan, a livello di organico, non fosse probabilmente la squadra più forte: e questo, tutto sommato, rende il trionfo ancora più bello.

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