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Giovedì, 26 Gennaio 2023

Fabio Petrelli

Collaboratore Sport

Cosa ci resta di un Mondiale (in)dimenticabile

Si colora di Albiceleste il Mondiale del Qatar. La ventiduesima edizione della più importante rassegna internazionale di calcio dedicata alle Nazionali, ha visto il trionfo dell’Argentina, a coronamento di un percorso cominciato col piede sbagliato – si veda la clamorosa sconfitta con l’Arabia Saudita – ma proseguita nel segno del suo leader tecnico e carismatico, che corrisponde al nome di Leo Messi. La sua...figurina, come quella della nazionale del Marocco, è sicuramente la prima nell’album della Coppa del Mondo, che verrà tramanderà ai posteri anche per le numerose polemiche che l’hanno accompagnata.

Argentina mondiale, tutti gli altri “Messi” in castigo

E’ stato il mondiale di Lionel Messi. Che per la seconda volta nella sua carriera con l’Albiceleste, è riuscito ad operare quell’upgrade essenziale per renderlo vincente non solo con il club ed a livello personale, ma anche con la casacca della nazionale. Copa America e Mondiale, a colmare nella dirittura d’arrivo della sua carriera un vuoto che nella sua bacheca stava divenendo ingombrante, ad alleggerire quel fardello sulle spalle appoggiato dai detrattori nel reiterato paragone con Diego Armando Maradona, che aveva come fulcro l’incapacità della “Pulce” di essere decisivo con la maglia della Seleccion come il suo illustre – ed intoccabile – precedessore. Ma stavolta, le ali di Lionel novello Icaro non si sono sciolte nel volo di avvicinamento al sole Diego: che nell’immaginario collettivo continua ineffabile a splendere, magari sempre irraggiungibile nell’altrui opinione, ma non più così distante da colui identificato come l’erede designato, il più degno di indossare quella “diez” sulle spalle motivo di orgoglio ma di logorante responsabilità.

Made in Morocco, il nuovo copyright del calcio mondiale

Il terzo incomodo, la terza via. Qatar 2022 verrà ricordata come la rassegna che ha rafforzato la presenza del continente africano nell’élite del calcio mondiale, non più stritolato nella morsa tra il vecchio continente e il Sudamerica. Al di là della sua assenza sul podio, è il Marocco il vincitore morale della kermesse iridata. Per oggettivi meriti, legati alla capacità di affrontare a viso aperto ogni avversario, per il sapiente esercizio di apprendimento dei suoi giocatori più o meno rappresentativi svolto nella loro esperienza in Europa, capace di garantire una contaminazione produttiva sia sotto l’aspetto meramente tattico, sia dal punto di vista della mentalità. La formazione nordafricana ha saputo compattare un intero continente, unito nello spingere simbolicamente gli uomini di Regragui verso l’acme calcistico della sua storia, qual è l’ingresso nella top 4 mondiale. Frutto anche della paziente e certosina programmazione svolta nelle accademie in patria (tra cui spicca la Mohammed VI), a cui ha fatto seguito la migrazione oltre lo Stretto di Gibilterra di atleti giovanissimi, allo scopo di aggiungere l’esperienza data dalla “gavetta” al talento ed alle qualità presenti. E allora Africa non più come contenitore di squadre simpatia, di formazioni più deboli al fianco delle quali empaticamente schierarsi, con tanto di comprensiva pacca sulla spalla al momento dell’eliminazione della Cenerentola, quando cioè i fatidici dodici rintocchi trasformano la carrozza del sogno mondiale nella zucca della realtà. Tra quattro anni, al momento di indicare le sorprese, il Marocco non sarà più tale, meritandosi di essere elevata al rango di pericolosissima outsider.

Il nero censura ed il rosso vergogna sull’arcobaleno

L’edizione – nella parola del presidente della Fifa, Gianni Infantino – più bella di sempre (opinabile). Quella con la finale unanimamente riconosciuta come la più elettrizzante della storia (probabile). Ma sopratutto, al di là di ogni ragionevole dubbio, la più controversa. Partita con le polemiche per le morti sul lavoro durante la costruzione di quelle che resteranno probabilmente cattedrali nel qataregno deserto – e non solo in senso metaforico – e proseguita con il braccio di ferro sulle celeberrime fasce “One Love”, a sostegno della campagna in favore della comunità Lgbtq+. Il cui utilizzo da parte dei capitani è stato inibito in campo pena ammonizione per la non conformità, ma comunque viste sulle tribune d’onore indossate dal Ministro dell’Interno tedesco Nancy Faeser, ma anche dal sottosegretario allo Sport britannico Andrew Stuart, opportunamente schivati dalle telecamere ma non dagli obiettivi dei fotografi. Una dissolvenza in nero a censurare, più che a sbiadire, i colori dei gadgets arcobaleno usata anche ai cancelli di ingresso, al pari del cartellino rosso nei confronti della birra alcolica (con relativa e legittima incazzatura della Budweiser, tra i main sponsor della competizione). Infantino ha sottolineato come sia legittimo esternare opinioni, rispettabili nella medesima misura in cui lo sono i diritti di chi si vuole, solo, godere il calcio. Che, però, non è un compartimento stagno, impermeabile a tutto, perché non ha senso parlare di sport senza diritti civili. I quali non sono opinioni, né pennoni sul quale issare la propria bandiera politica: e se oltre all’erba dei rettangoli di gioco si calpestano anche le più elementari norme che dovrebbero disciplinare il vivere civile, qualcosa non torna.

Il Mondo Saudita nuova (discutibile) Mecca dello sport mondiale?

E qui, si va al cuore del problema. Del perché di un Mondiale in inverno, con il contorno di inchieste su presunte corruzioni, voltafaccia alla momento delle votazioni per l’assegnazione. Del perché di una kermesse che ha spezzato in due tronconi tutti i migliori tornei del Mondo, che ha soddisfatto le esigenze di chi voleva la principale manifestazione calcistica del pianeta nel suo dorato salotto alla stregua di una supercar edizione limitatissima nel suo sconfinato garage, per arricchire la collezione di auto. Parificabile a quella degli eventi sportivi, vista la “tacca” saudita messa sui Giochi Invernali del 2029 e la candidatura per i Mondiali del 2030, più quella di Doha per le Olimpiadi 2036. “Pecunia non olet”, dichiaravano i latini, e così sia senza bisogno di aggiungere altro. Il denaro ci ha consegnato un Mondiale bello, ma privo di calore, freddo, come le temperature di chi in Europa se lo è più o meno goduto con il camino e non con il condizionatore acceso, imponendo la legge del più ricco. Come ha fatto con Leo Messi, vestito con il Bisht – il mantello tradizionale del Golfo Persico – simbolo di prestigio e ricchezza, al momento della premiazione, quasi a voler rimarcare l’appartenenza dell’icona del calcio internazionale anche al Mondo dorato che ha ospitato il suo trionfo. Non ce ne voglia la “Pulce” (non siamo disposti, in tema di paragoni, a scommettere che un Maradona si sarebbe prestato alla vestizione, Lui – con la maiuscola – così vicino ai diritti delle minoranze), e nemmeno mister Infantino, che ha dichiarato di sentirsi anche qatarino, oltre che gay e migrante. Noi, qatarini, col Bisht o senza, non ci sentiamo neanche un po’.

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