Lunedì, 21 Giugno 2021
Andrea Maggiolo

Opinioni

Andrea Maggiolo

Giornalista Today

La lezione di Pep Guardiola

Se sei l'allenatore più influente degli ultimi 20 anni, la parola "sconfitta" va messa sempre in prospettiva. Il Manchester City di Josep Guardiola sabato sera ha "sbagliato partita" dal primo al novantesimo e ha perso la finale di Champions League contro il Chelsea. Succede, nel calcio di altissimo livello: non sempre vince la squadra favorita in partita secca. I quotidiani del giorno dopo e anche quelli di oggi (per non parlare delle pagine social) sono una sequela di critiche il più delle volte sconclusionate nei confronti del tecnico catalano, che ha perso la prima finale di Coppa dei Campioni da quando ha iniziato ad allenare (ne vinse due su due ai tempi del Barcellona): "Arrogante", "Non ci ha capito nulla", "Professore pazzo", "La fine del tiki-taka" e via andare, con tanto di contabilità sui milioni spesi nelle campagne acquisti da quando è arrivato al Manchester City nell'estate del 2016, all'insegna del "i soldi spesi non pagano sempre". Peccato che abbia vinto il Chelsea di Abramovich, non proprio una piccola società a conduzione familiare. Ma torniamo a Guardiola.

Guardiola ha osato anche nella partita più importante della stagione. Ha tolto solo per la terza volta da agosto scorso dall'undici titolare sia Rodri sia Fernandinho, e ha deciso di giocarsela senza quel classico pivot davanti alla difesa che ha dato gli equilibri ma soprattutto i tempi necessari alle sue squadre per dominare il campo, da sempre, sin dai tempi di Sergio Busquets al Barcellona. Ha provato a controllare il gioco in un altro modo, scegliendo di avere più qualità con Gundogan playmaker davanti alla difesa. Non ha funzionato. E' tipico dei geni, degli innovatori, di chi ha una marcia in più il continuare a mettere in dubbio le proprie certezze (qualcuno direbbe complicarsi la vita da soli) e rischiare. Certo, più di qualcosa non ha funzionato sabato. Nell'ultima finale di Champions League vinta da Guardiola, 10 anni fa contro il Manchester United, quand'era sulla panchina blaugrana, i giocatori che toccarono il pallone più volte erano stati Xavi, Iniesta e Messi. Sabato sono stati Zinchenko, Stones e Dias. 10 anni fa il centrocampo di Guardiola aveva preso il controllo della partita sin dal primo minuto, sabato sera sono stati i difensori a tentare di costruire gioco. Le squadre del tecnico catalano, pur solidissime in difesa, la differenza vera la fanno quando possono fare male incartando e asfissiando il centrocampo avversario con un pressing altissimo, portando la palla e più uomini nelle zone di campo dove si può incidere davvero. Contro i Blues non è successo. 

Ciò che Guardiola probabilmente si perdonerà meno, se in tanti anni da ammiratori abbiamo imparato a conoscere il suo perfezionismo, è il non aver pensato che le scorribande di Chilwell, il terzino sinistro del Chelsea, potessero fare ancora cosi male al suo City. Anche il gol che ha deciso la finale di Porto è nato in quel modo. Più che altro perché era già successo 40 giorni fa nella semifinale di FA Cup persa dal City sempre contro il Chelsea: anche lì i cambi di campo a pescare Chilwell nello spazio alle spalle della fascia destra del City erano stati decisivi. Dettagli, se si guarda tutto staccandosi per un attimo dalla cronaca spiccia. Resta il fatto che non c'è alcun dubbio su quale sia la squadra che in Europa ha regalato il calcio migliore nel 2020-2021: i Citizens. Hanno vinto la Premier League (il miglior campionato del mondo), non c'è stata poi la ciliegina sulla torta. Pazienza. Al momento della premiazione Guardiola ha baciato la medaglia del secondo posto. Non si vede spesso. Capità più di frequente vedere calciatori in lacrime che la prendono a testa bassa, dando la sensazione che ne avrebbero fatto volentieri a meno. Qualcuno con il volto scuro se la toglie dal collo un istante dopo averla ricevuta. Quello di Guardiola non è solo un segno di rispetto nei confronti del Chelsea campione, ma un gesto d'amore nei confronti del gioco del calcio e di orgoglio. Già, l'orgoglio. Saranno anche 10 anni che non vince la Coppa dei Campioni, ma se il successo si misura dall'impatto che si ha sull'evoluzione di uno sport di squadra, difficilmente in futuro si accosteranno i termini "sconfitta" e "Guardiola". Chi conosce il sacrificio che richiede riuscire a vincere nel calcio d'elite di oggi, sa capire anche l'importanza di arrivare a giocarsela e poi perdere. Chi è, e si considera, allievo di Cruyff in realtà non "perde" in senso stretto. Perché ci sono tre tipologie di allenatori: c'è chi vince, c'è chi perde, e chi scrive la storia del calcio anno dopo anno, inventando sempre qualcosa di nuovo e facendo in modo che siano gli altri a dover prendere eventualmente le contromisure. Josep Guardiola i Sala, detto "Pep", da Santpedor, Catalunya, fa parte dell'ultima categoria. 

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