Mercoledì, 28 Luglio 2021
Euro 2021

Adesso che ci siamo calmati (almeno un po'), si può dire che gli inglesi fanno tenerezza?

A mente lucida dopo la vittoria dell'Italia agli Europei

Sono passati tre giorni dalla vittoria dell'Italia agli Europei di calcio. Abbiamo esultato, gridato, gioito, ci siamo commossi, abbiamo fatto festa e continueremo a farla come minimo per tutta l'estate, prima di tornare a scannarci tra tifosi di club rivali. Ma comunque, la sbornia da trionfo ci è un po' passata, siamo tornati vagamente più lucidi. Sono persino cominciate le polemiche sui festeggiamenti, per dire come stiamo tornando alla normalità.

Ecco, adesso che siamo più tranquilli, più calmi, almeno un pochino, forse è il caso di riflettere su quello che in questi giorni abbiamo tutti detto e pensato sulla nazionale che gli azzurri hanno sconfitto in finale, l'Inghilterra. In un certo senso, è il caso di abbassare i nostri toni, di ridimensionare le nostre accuse e la nostra gioia nel vedere ancora e ancora i video in cui i tifosi inglesi passano dall'euforia allo sconforto più totale.

Chiariamoci: né i calciatori di Southgate né i tifosi inglesi sono esenti da colpe, per cui ora si meritano almeno in parte di essere presi in giro. Quel coro "it's coming home" che cantavano senza un briciolo di scaramanzia è l'emblema perfetto di un'arroganza che, grazie a Chiellini e compagni, è stata severamente punita. 

Tuttavia, forse faremmo meglio a metterci nei loro panni, a comprenderli. E magari riusciremmo a provare tenerezza, persino un po' di simpatia nei loro confronti. Davvero.

La sconfitta agli Europei - Il punto di vista inglese

Immaginiamo di essere noi il popolo che ha inventato quello che per miliardi di persone è il gioco più bello del mondo, il calcio. Ok, il calcio fiorentino è il vero progenitore, ma per come lo conosciamo e lo giochiamo da un secolo e mezzo abbondante è innegabile che il football sia stato inventato dagli inglesi.

Ecco, siamo gli inventori del calcio, e per decenni e decenni siamo stati così presuntuosi da non ritenere nessuno degno di giocare con noi, abbiamo saltato i primi mondiali e il primo lo abbiamo disputato solo nel 1950, quando l'Italia aveva già vinto due volte, per dire.

Dopo aver assistito al secondo trionfo dell'Uruguay nel '50, alla prima volta della Germania Ovest nel '54 e alla doppietta del Brasile di Pelè tra '58 e '62, finalmente abbiamo vinto la Coppa Rimet del 1966, quella disputata in casa, con la giovane regina Elisabetta che consegnava il trofeo a Bobby Moore. Sì, in effetti non meritavamo di vincere quella finale, ed è stato decisivo un gol fantasma convalidato da un arbitro forse non proprio imparziale, ma comunque abbiamo vinto quel mondiale.

E poi? E poi il nulla. Ai mondiali, al massimo abbiamo raggiunto qualche semifinale, quella del 2018 persa con la Croazia e quella del 1990 contro la Germania, perdendo pure le finali di consolazione contro Belgio e Italia. Agli europei, neanche un successo, mai. Hanno vinto Paesi che non esistono neanche più, come l'Urss e la Cecoslovacchia, hanno vinto la Danimarca e la Grecia, la Francia e l'Olanda, la Spagna e il Portogallo, oltre che l'Italia. E naturalmente anche la Germania, la nostra bestia nera, tanto che secondo una vecchia battuta di Gary Lineker "il calcio è quello sport in cui 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti e alla fine vincono i tedeschi". Ah, se si sono vendicati del '66...

Siamo i più grandi perdenti del calcio mondiale. Dello sport che noi abbiamo donato al mondo. Tanto che da qualche anno intoniamo un coro che può sembrare arrogante, ma che per noi è una preghiera agli Dei del football, affinché ci concedano, per una volta, una gioia che rinnovi la nostra bacheca impolverata da 55 anni: "it's coming home" cantiamo, che in inglese vuol dire sia "sta venendo a casa" ma anche "verrà a casa". Prima o poi succederà, deve succedere.

Abbiamo il campionato più ricco e combattuto e seguito al mondo. Quest'anno abbiamo avuto un derby nella finale di Champions League, e il Manchester UTD in Europa League ha perso solo in finale contro il Villareal. Eh sì, il Villareal non ha certo il budget dello United. E poi, se parliamo di nazionali, non è che i top club della Premier abbondino di giocatori inglesi.

Ma non importa, ci siamo comunque presentati agli Europei rimandati di un anno con una squadra forte, che sulla carta non teme nessuno. Soprattutto se il calendario fa sì che quasi tutte le nostre partite si giochino in casa, a Wembley. E infatti, passo dopo passo, siamo arrivati in finale, anche con un pizzico di "fortuna" nella semifinale con la Danimarca. Una fortuna che non si vedeva dal 1966, e che ha alimentato le nostre speranze.

Di fronte a noi, in finale c'è l'Italia: hanno vinto quattro mondiali, ma due risalgono a un secolo fa, e all'ultima World Cup non si sono neanche qualificati. E poi, insomma, agli Europei sono quasi sfortunati quanto noi. Possiamo farcela, ma non neghiamo la paura. Qualcuno a Wembley la esorcizza fischiando l'inno di Mameli: that's bad, non si fa, se fischiassero God Save the Queen reagiremmo come fece Maradona (un altro che ci ha fatto piangere in passato) quando proprio gli italiani fischiarono l'inno argentino nella finale di Italia '90. 

Andiamo avanti. La partita inizia. Segniamo. Impazziamo di gioia in tutta l'Inghilterra. Proviamo a difenderci. Resistiamo per un po', poi arriva il pareggio di Bonucci. E i supplementari. E i rigori: ne sbagliamo 3 su 5, tanto che Donnarumma manco si rende conto di aver vinto l'Europeo per quanto è stato facile per lui.

Abbiamo perso, di nuovo. Gli italiani ci esultano in faccia. Festeggiano in Inghilterra, in Italia e in tutto il mondo. E con gli italiani festeggiano praticamente tutti: dagli scozzesi agli irlandesi, tutti gli europei che abbiamo abbandonato con la Brexit, persino gli spagnoli battuti dall'Italia in semifinale. Esultano i tedeschi, anche, per una volta che li avevamo battuti dopo mezzo secolo. E così praticamente in ogni continente, dall'Asia all'America, dall'Africa all'Australia, tutti a gioire per la vittoria dell'Italia.

I nostri giocatori si sono tolti la medaglia del secondo posto, come in passato hanno fatto dappertutto, dall'Italia (persino il grande Paolo Maldini) alla Spagna, nei club e nelle nazionali. Eppure questo gesto di sconforto, che per noi significa "abbiamo di nuovo deluso il nostro Paese" è stato preso come un gesto antisportivo, roba da far vergognare la Regina. Quando fino a un mese fa Guardiola che baciava la medaglia d'argento era una nobile eccezione.

Come se non bastasse, ci sono stati scontri tra di noi fuori da Wembley e qualche imbecille ha pure fatto il razzista con i tre poveri ragazzi che hanno sbagliato il rigore. Quindi alla fine, per tirare le somme, c'è tutto il mondo che ride perché noi abbiamo perso. Noi che non vinciamo da una vita, che quelli che si ricordano dell'ultima vittoria hanno i capelli bianchi. E ci dicono che siamo arroganti, per quel maledetto "it's coming home". Ma prima o poi un trofeo arriverà a casa nostra. Deve succedere.

Allora, non fanno tenerezza gli inglesi?

Messa giù così, non viene quasi da simpatizzare per loro? Da dar loro una pacca sulla spalla e dire "andrà meglio la prossima volta" per consolarli? Alla fine, come già dicevamo dopo l'eliminazione della Francia - e come poi ha ribadito persino Fabio Cannavaro - i nostri rivali non sono gli inglesi né i francesi, nel calcio per nazionali. Germania e Brasile, queste sono le nazionali alla nostra altezza.

E se fino a qualche giorno fa sugli Europei azzurri sembrava aleggiare una maledizione vecchia di 53 anni, ora abbiamo anche un trofeo continentale in più, dietro solo alla Spagna e alla Germania. Poveri inglesi, alla fine hanno vinto solo un mondiale in più di Scozia o Galles. Non infieriamo troppo su di loro. 

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