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Mercoledì, 18 Maggio 2022
Calcio

Serie A: non è un paese per giovani. E nemmeno per italiani

Il fallimento dell'operazione Qatar 2022 riporta a galla il problema del numero, molto elevato, degli stranieri in Italia e dell'utilizzo estremamente risicato dei giovani provenienti dai vivai

Il fallimento dell’operazione Qatar 2022 da parte della Nazionale ha riportato alla memoria un altro dei clamorosi flop degli azzurri, ovvero quello datato 1966. Erano i Mondiali di Inghilterra, l’Italia uscì di scena contro la modesta Corea del Nord e la reazione alla disfatta in terra britannica fu lo stop all’arrivo dei calciatori stranieri. La norma non ebbe, ovviamente, effetto retroattivo (chi giocava già in Serie A avrebbe potuto continuare a farlo), ma sancì la fine dei tesseramenti di giocatori dal passaporto non italiano. Una scelta che si protrasse nel tempo, un embargo che si concluse nel 1980 con la possibilità concessa ai club di inserire in rosa un solo straniero.

Glissando sui vari sconvolgimenti che hanno portato tale numero a decuplicarsi (dall’aumento progressivo concesso dalla Federazione fino alla deflagrazione avuta con la sentenza Bosman del Dicembre 1995), dai riscontri più recenti emerge che, nei principali tornei continentali, la Serie A è seconda solo alla Premier per percentuale di stranieri in rosa (65,5 contro il 62 italiano). Dato ben diverso dalla Francia e dalla Germania (nella cui massima serie si arriva al 54%), ma soprattutto dalla Liga iberica, dove i tesserati non spagnoli sono il 43,6%. Ma nella graduatoria dei minuti giocati nella massima espressione del calcio di casa nostra, l’Italia risulta imbattibile, ed è forse questo il punto: da un report di fine 2021 si apprende che il 64% dei minuti giocati in Serie A è stato disputato da calciatori stranieri. Ben più della Premier League (59,5%), della Bundesliga (ferma al 54,5) e della Liga e Ligue 1 (rispettivamente al 41,5 e 39,4 per cento). Inoltre, il nostro campionato è quello più eterogeneo: in media, ciascun club ospita calciatori di oltre undici nazionalità differenti.

Tutt’altro che...rassicurante è inoltre il dato legato all’utilizzo dei giovani del vivaio. Un primo campanello d’allarme era arrivato già nel 2009, a quindici anni dalla sopracitata Legge Bosman. Un’indagine condotta dalla FIFA, volta a rilevare la presenza e la percentuale di calciatori “indigeni” nei vivai dei principali campionati affiliati all'UEFA, mise in luce che il torneo francese fosse quello con più giovani utilizzati, ovvero il 30,3%. All'ultimo posto si collocava invece il campionato italiano, con il 12,8% di atleti del vivaio impiegati in prima squadra, media peraltro alzata dalla Reggina con il suo 19,2%, distante anni luce dal vertice della graduatoria occupato dai baschi dell’Atletico Bilbao con il 52,4%.

Ora, nel numero 374 del "Weekly Post" pubblicato dal CIES Football Observatory di Neuchatel, viene stilata la classifica dei principali 60 campionati mondiali in base alla percentuale di minuti giocati dal 1° gennaio 2021 al 21 marzo 2022 dai calciatori che non hanno ancora festeggiato il 21° compleanno. Avvilente il 3,9% che ci pone al terzultimo posto in Europa, con alle spalle solo la massima serie greca e quella turca, mentre nella top ten figurano la Eredivisie olandese e al vertice la SuperLiga Danese. E non soddisfa il “mal comune mezzo gaudio” che arriva dai numeri solo di poco migliori di Premier League e Liga: la Serie A non è proprio, insomma, un paese per giovani. E nemmeno – a quanto sembra – per italiani.

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