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Giovedì, 20 Gennaio 2022
Calcio

Supercoppa, perché un format così non ha (più) senso

La terza competizione nazionale è a metà del guado, tra la sacralità di quella anglosassone ed il nuovo corso intrapreso da quella iberica: i motivi della necessità di un rilancio di un trofeo che sembra figlio di un Dio minore

In principio era la Charity Shield, l’avo britannico dell’attuale Supercoppa, che soffierà su cento candeline il prossimo anno. Poi, strada facendo, la partita secca che mette di fronte la formazione con lo scudetto cucito sul petto e quella che ha conquistato la Coppa Nazionale ha assunto le sembianze di appuntamento fisso in tutti i principali campionati mondiali - calcistici e non solo - e di ouverture dell’annata. Ma negli ultimi lustri, oltre alla formula che in alcuni casi ha subito cambiamenti (ad esempio divenendo in Spagna una Final Four) ed alla location itinerante, anche la collocazione in calendario è divenuta oggetto di modifiche, che hanno così snaturato quella caratteristica di match apripista della stagione.

L’Italia, peraltro prima nazione ad esportare il prodotto Supercoppa all’estero (1993, sfida Milan-Torino al “Kennedy Memorial Stadium” di Washinghton), ha così visto non solo le pretendenti al trofeo delle varie edizioni sfidarsi all’estero tra Libia, Cina, Qatar ed Arabia Saudita, ma anche inaugurare l’anno solare successivo – e non più quello agonistico – contendendosi il titolo. Ed è stato più volte rimarcato il tornaconto economico legato alla scelta di far “emigrare” la competizione, con buona pace delle squadre che avrebbero preferito di gran lunga evitare questa trasferta localizzata in un momento della stagione particolarmente delicato, tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, per vincere un trofeo che sembra brillare di più solo se contestualizzato nell’insieme dei titoli italiani (insieme a Scudetto e Coppa Italia a formare il “triplete tricolore”) o se inserito in una bacheca priva di pezzi particolarmente prestigiosi.

Nel futuro, comunque, sembra ci sarà posto solo per un ultimo viaggio in Medio Oriente: il contratto originariamente stipulato tra Lega e la General Sports Authority, l’ente governativo responsabile per lo sport in Arabia Saudita, prevedeva infatti la disputa di tre edizioni della manifestazione. Due si sono regolarmente giocate a Gedda e Riyad, la terza per problemi di Covid prima ed organizzativi poi sta continuando a slittare, e risulta complesso immaginarla schedulata in Arabia la prossima stagione, con i Mondiali invernali che infatti obbligano a disegnare un calendario “ad hoc” per consentire il regolare svolgimento in primis di Campionati e Coppe Europee.

Volgendo lo sguardo in avanti, sembra quindi di trovarsi nella classica posizione ibrida, quasi cerchiobottista, che fa molto “made in Italy”: cioè a metà del guado tra la ritualità anglosassone (la Charity si gioca ad Agosto, a Wembley, amen) ed il nuovo corso spagnolo (tre edizioni in Medio Oriente, nuova formula con Final Four e una cifra non resa nota in base all’accordo di riservatezza tra la Spagna e la federazione saudita, ma che si aggira sui 100 milioni di euro). Servirebbe, insomma, prendere una posizione netta: o monetizzare il prodotto, magari “vedendo” il rilancio arabo sul piatto – risalente ad ottobre ma non più, a quanto pare, confermato – che parlava di 200 milioni per sei edizioni con format a quattro squadre, o ridare spinta alla tradizione con la gara secca, estiva ad aprire la stagione. Ed in tutti e due casi, conferire di nuovo meritevole dignità ad una competizione che, attualmente, nell’immaginario collettivo è un trofeo figlio di un Dio minore. Perché se anche "in medio stat virtus", come sostenevano i latini, in questo caso le vie di mezzo, come quelle attuali, non sembrano proprio avere utilità.

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