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Domenica, 5 Febbraio 2023
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Redazione

Il paradosso di Djokovic, mai così umano come nella sconfitta

Ha giocato contro la storia, contro ventimila persone imbarbarite che lo hanno fischiato, contro un avversario fortissimo che di fronte all'appuntamento più importante si è sciolto come neve nella calda fine estate newyorkese. Prima della finale dello Us Open 2021, chiunque avrebbe associato questa descrizione a Novak Djokovic, il numero uno al mondo, l'eroe candidato a realizzare il Grande Slam come solo Donald Budge (1938) e Rod Laver (1962 e '69) prima, ma l'unico a farlo a su tre superfici diverse. E invece.

Daniil Medvedev è il nuovo campione dello Slam americano e nella serata italiana di domenica ha alzato con merito il trofeo al cielo, al termine di un incontro che di fatto non si è giocato: glaciale e dominante il russo, sperduto e impaurito il serbo, all'improvviso prigioniero di demoni a impedirgli l'accesso solitario a una scala della storia - in un attico di cui da tempo possiede le chiavi -, che conduce all'olimpo sportivo. Il triplice 6-4 in poco più di due ore fotografa alla perfezione un match in cui le geometrie del 25enne moscovita, numero due al mondo, hanno messo in grande ambasce il 34enne di Belgrado. Medvedev ha giganteggiato al servizio, aggredito con il dritto lungolinea, bastonato con il rovescio incrociato, coperto il campo come un gatto: un dominio tattico che, precedente della finale di Melbourne 2021 alla mano, si sarebbe detto appannaggio di Djokovic. E invece.

Applausi convinti al nuovo campione Slam del circuito, uno dei pochi a interrompere il dominio dei Fab Four (Djokovic, Federer, Nadal e Murray) negli ultimi quindici anni e probabile prossimo candidato a raccoglierne l'eredità del primato in classifica. Ma la finale di domenica rimarrà soprattutto la partita di Djokovic. Anche dopo la sconfitta. Soprattutto dopo la sconfitta. Il fuoriclasse serbo ha avuto la possibilità di realizzare la più straordinaria impresa sportiva di sempre, il Grande Slam, e di portare a casa il 21° trofeo major, uno più di Federer e Nadal. Ma ha fallito. La leggenda dell’eroe incrollabile dal punto di vista mentale, pronto a divorare gli avversari e a trasformare la pressione in carburante agonistico, si è dissolta sull'ultimo gradino dell'olimpo. Nole resta un umano, uno straordinario campione ma dalle sembianze umane. Non trascende in un dio. Anche lui, a 34 anni, per la prima volta ha patito la stanchezza di un torneo logorante in cui ha ceduto sei set sino alla finale, le cinque ore trascorse in campo più del suo avversario, le gambe bloccate dalla tensione, l'emozione di un pianto liberatorio a pochi minuti dalla conclusione del match, quando sei già sveglio dal sogno e lo declini come un incubo. Djokovic è diventato addirittura "più umano" proprio mentre poteva trasformarsi in divinità.

E il pubblico lo ha apprezzato. Fin da quando, nel primo gioco dell'incontro, lo ha visto perdere il servizio da 40-15, e all'inizio del secondo set quando il serbo ha disintegrato una racchetta per frustrazione sul cemento dell'Arthur Ashe. Il maleducato, rozzo e antisportivo pubblico di New York ha scelto di supportare Djokovic come quasi mai accaduto, dando vita a un paradosso: Nole ha inseguito l'amore della gente per anni, nel tentativo di raggiungere Federer e Nadal, e ha sollevato sempre e soltanto antipatia; giunto a un passo dall'olimpo ha centrato l'obiettivo corollario, sentire sulla pelle il tifo per lui e contro l'avversario, fallendo però il principale.

Da domenica 12 settembre siamo entrati in una nuova era. Non è quella del Dopo Grande Slam di Djokovic, ma è senza dubbio diversa dalla precedente. Lo sarebbe stata a prescindere, sia con un Nole svuotato di ogni energia e motivazione per avere raggiunto il traguardo più grande, sia con un Nole a dover processare la delusione più grande della sua straordinaria carriera. Gli interrogativi che aleggiano sul suo futuro sono numerosi. Lo rivedremo presto in campo? Sarà di scena alle Atp Finals a Torino? Si vaccinerà per essere all'Australian Open 2022 (dove le regole saranno molto stringenti)? Avrà ancora la forza di dominare gli avversari? Il tempo, come sempre, darà ogni risposta. Negli occhi resta il viaggio dell'eroe, incapace di vincere l'ultima battaglia ma in grado di riappropriarsi delle emozioni più recondite e di trasmetterle alla gente. E forse vale più del Grande Slam.

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