Sabato, 19 Giugno 2021

"Gloria all'Ucraina" può mai essere uno slogan politico?

Il calcio si mischia (malamente) con la politica e, tra forma e sostanza, l'Uefa si trova tra l'incudine e il martello a poche ore dal fischio d'inizio degli Europei di calcio. Motivo? Alla Russia non piace la maglia ufficiale della Nazionale dell'Ucraina. Per due ragioni: primo, vi è riprodotto il disegno dei confini dello Stato ucraino comprendendo la penisola della Crimea, nei fatti annessa dalla Russia dal 2014 sebbene la comunità internazionale non abbia mai riconosciuto tale atto. Secondo, viene riprodotto anche lo slogan «Slava ukraini! Heroiam slava!», ovvero «Gloria all'Ucraina! Gloria agli eroi!» che, per il Cremlino, è un atto politico antirusso.

L'Uefa aveva già approvato la divisa ufficiale ucraina ma, di fronte alle rimostranze russe, ha dovuto riunirsi per prendere una ulteriore decisione. E ha accontentato per metà la Russia. Dopo una «approfondita valutazione», l'organismo che governa il calcio europeo ha stabilito che l'espressione «Gloria all'Ucraina, Gloria agli eroi» ha una «connotazione chiaramente politica» perché è stato usato «come slogan delle manifestazioni durante le proteste antirusse del 2014». E va cancellata. Tutt'altra cosa invece la cartina geografica. Questo perché una risoluzione dell'assemblea generale dell'Onu riconosce i confini territoriali ucraini «come ampiamente rappresentati dal design» della divisa. Tradotto: l'Onu ritiene che la Crimea sia ucraina e non russa. Quindi la cartina va bene così. Ora, mentre la Russia canta vittoria, nonostante il suo appello sia stato accolto solo per metà, l'Ucraina lavora alacremente per convincere l'Uefa a tornare sui suoi passi e ammettere lo slogan.

Ma come si può asserire che «gloria all'Ucraina! Gloria agli eroi!» sia uno slogan dal significato politico? Al di là del fatto che è comparso per la prima volta in una poesia di Taras Shevchenko ('800), è stato utilizzato in chiave di indipendenza, di libertà da chiunque fosse l'oppressore: russi, sovietici, nazisti. Chiunque. Fino, nel 2014, l'ex presidente Yanukovich e, sì, chi lo sosteneva dall'estero: la Russia, Putin, il Cremlino. Assolutamente sì. Ma nello slogan, oggettivamente, non vi è un insulto o un attacco ai russi, alla Russia, a Putin. Vi è soltanto l'onore alla patria e ai propri eroi.

Eroi che, a Maidan, erano gli oltre cento morti in piazza (in due giorni) colpiti dai cecchini del presidente in carica. Una cosa che, semplicemente, non esiste in un Paese democratico. «Gloria all'Ucraina, Gloria agli eroi» è dunque un messaggio di libertà. Non un attacco a un Paese straniero. Semmai (per il diritto internazionale) è stato un attacco dall'estero l'annessione della Crimea da parte russa. Del resto, sarebbe come dire che «viva l'italia» è uno slogan antiaustriaco. Lo è stato, nell'800, per oggettivi motivi storici: e, nell'ultima strofa dell'Inno di Mameli, ci si va giù pesante contro l'Austria la cui aquila «le penne ha perdute». Ma, per fortuna e per logica, «viva l'Italia» non viene interpretato in questo modo da nessuno. E lo stesso Inno di Mameli possiamo cantarlo e suonarlo allo stadio, prima che la nostra Nazionale incontri qualunque Nazionale europea, finché vogliamo. E nessuno pensa a vietarcelo.

Intendiamoci, non siamo qui per essere paladini del nazionalismo in salsa calcistica. Ma vietare «gloria all'Ucraina» è troppo. Se poi consideriamo il contesto, ovvero i morti di Maidan, la guerra in Donbass, l'annessione della Crimea che la comunità internazionale considera uno scippo, forse dovremmo semmai impedire alla Nazionale russa di partecipare al torneo, altro che vietare un gloria.

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