Mercoledì, 21 Aprile 2021

Inter, lamentarsi serve a poco: alla fine il bicchiere è mezzo pieno (ma c'è da lavorare)

Conte deluso dopo il pareggio con la Roma, ma i punti scudetto persi per strada sono quelli con Verona, Bologna e Sassuolo. C'è ancora molto lavoro da fare per lottare per un trofeo, sia in Italia che in Europa, ma una crescita rispetto alle stagioni passate si è vista

Antonio Conte (FOTO ANSA)

Dopo il 2-2 arrivato nel finale con la Roma, è arrivata l'inevitabile delusione di Antonio Conte, le proteste per l'arbitraggio e il calendario definito “folle”. Uno sfogo comprensibile, soprattutto dopo un risultato che spegne definitivamente quella flebile speranza di riaprire una corsa scudetto che si era riaccesa, seppur con poche speranze, dopo il pari tra la Juventus e l'Atalanta. 

Oltre al mister nerazzurro, anche i tifosi manifestano il loro malcontento sui social della squadra, tra chi difende l'operato della società e chi invece vorrebbe un ulteriore cambio, un'altra rivoluzione. Eppure, se si pensa agli anni post-triplete, non si possono ignorare i miglioramenti avvenuti in questa stagione, sotto diversi punti di vista. Certo, ci sono cose andate meno bene e tante altre su cui bisogna lavorare, ma parlare di flop soltanto perché non si è portato a casa lo scudetto al primo anno è quantomeno fuori luogo.

Rimpianti Inter, le cose che non sono andate

Prima di analizzare gli aspetti positivi di questo primo anno dell'era Conte, poniamo l'accento su quello che invece non è andato per il verso giusto. Partendo dalle lamentele dell'Olimpico: è vero, per l'Inter era una grande occasione, ma un pareggio acciuffato a due minuti dalla fine sul campo di una delle big del nostro campionato non può essere considerato un risultato totalmente negativo. I veri punti scudetto che questa squadra ha lasciato per strada sono quelli con Verona, Bologna e Sassuolo, per citare soltanto i match post-lockdown. Partite con squadre di tutto rispetto, con cui una grande squadra deve imporsi e portare a casa i tre punti, senza se e senza ma. In queste occasioni è venuto fuori un problema di mentalità. Non una mancanza, piuttosto un livello di consapevolezza e di controllo non ancora raggiunto, la capacità di gestire il risultato positivo senza affanni gestendo il gioco, e la freddezza nel chiudere le partite senza dover far vivere ai propri tifosi dei minuti finali da infarto, spesso farciti da reti subite in zona Cesarini. 

Un altro aspetto sotto il quale sono emerse delle carenze è senza dubbio la rosa. Per quanto la scorsa estate si sia fatto un grande lavoro in termini di ingressi, non si può costruire in un anno una squadra completa in tutti i reparti. Ormai è chiaro, per potersi imporre in patria e in Europa, serve un organico con due titolari per ogni ruolo, un livello medio-alto che permette di fare turnover o di sopperire ad assenze ed infortuni senza ritrovarsi a dover schierare titolari giocatori non all'altezza. Ma va detto, rispetto ad alcuni anni fa, la rosa dell'Inter è cresciuta di valore, sono arrivati diversi campioni e sono esplosi alcuni giovani di grande prospetto. Il lavoro da fare nella prossima sessione di mercato sarà più semplice: individuati i ruoli più carenti (gli esterni, tanto per fare un esempio) basterà fare dei colpi mirati ed intelligenti, con alcuni titolari di oggi che potrebbero divenire riserve di tutto rispetto domani. 

Inter, perché il bicchiere è mezzo pieno

Dopo aver visto le due principali carenze di questa squadra, passiamo a quelle che possono essere annoverate tra le note liete. Partiamo dalla classifica. Secondo posto solitario, qualificazione Champions raggiunta con quattro giornate di anticipo: non male se si pensa che negli anni migliori, quelli di Spalletti, i nerazzurri avevano ottenuto il pass per l'Europa che conta soltanto all'ultima giornata. Oltre 10 punti in più dello scorso anno non sono certo un particolare da sottovalutare, soprattutto se si pensa a quelli persi per strada con squadre medio-piccole, che con un pizzico di esperienza e concretezza in più sarebbero potuti arrivare. Alla fine, pensare ad una vittoria al primo anno di Conte, dopo l'ennesima rivoluzione, era utopico, soprattutto in presenza di una Juventus comunque più rodata e completa, e di squadre come l'Atalanta e la Lazio, compagini con una loro identità ben precisa, che hanno cambiato poco e niente. 

Poi c'è il gioco. Era dall'addio di Mourinho che l'Inter non aveva una sua personalità, da Benitez in poi i nerazzurri sono sempre apparsi privi di un vero e proprio sistema organizzato, tranne qualche rara eccezione nel periodo di Spalletti. Tralasciando il modulo, che “paga” l'assenza di esterni di primo livello e il difficile adattamento di alcuni giocatori (Skriniar e Godin su tutti), la squadra di Conte ha dimostrato di avere un proprio gioco, fatto di meccanismi oliati, di situazione provate in allenamento e poi messe in mostra in campo come automatismi. Assimilare un nuovo sistema di gioco, oltretutto molto dispendioso dal punto di vista delle energie perché basato su pressing alto e ripartenze veloci, non è certo un gioco da ragazzi. Il lavoro fatto quest'anno sarà la base per ripartire il prossimo, quando le novità saranno diventate abitudini, i cambiamenti saranno minori, così come i nuovi innesti da inserire nell'ingranaggio. L'insoddisfazione dei tifosi interisti si può comprendere, non gioiscono per un trofeo dal 2011 (Coppa Italia con Leonardo in panchina), ma per tornare ad alzare una coppa serve tempo, serve portare avanti un progetto solido e con i giusti obiettivi. Le basi che fino allo scorso anno mancavano adesso ci sono e, a meno di clamorosi addii, saranno i pilastri su cui iniziare una nuova stagione con maggiore consapevolezza. Il divario con la Juventus, come dimostra la stagione che sta volgendo al termine, si è assottigliato: per questo il bicchiere non può che essere mezzo pieno.

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