Domenica, 17 Ottobre 2021
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Ricordando Diego Armando - Messico 1986: quando Maradona vinse un Mondiale da solo

Quel campionato del mondo verrà tramandato ai posteri come quello della consacrazione definitiva di Dieguito. Dalla Mano de Dios allo slalom contro gli inglesi, piccola storia di un'impresa leggendaria da raccontare ai nipoti per ricordare che c'è qualcuno che ha avuto l'onore di vedere in azione il dio del calcio

Pochi giocatori di calcio possono vantarsi di aver vinto un Mondiale, magari dopo aver passato tutta la competizione in panchina. Soltanto di Diego Armando Maradona però si può dire che vinse un Mondiale da solo. Certo, il calcio è uno sport di squadra ma quello che "El Pibe de Oro" è riuscito a fare nel 1986 in Messico, trascinando l'Argentina "proletaria" di Carlos Bilardo a sollevare la Coppa del Mondo allo stadio Azteca di Città del Messico davanti a 114mila spettatori vale la pena raccontarlo. 

1986: quando Maradona vinse un Mondiale da solo

La storia comincia quando al posto del "profeta" Menotti - che aveva vinto il mondiale giocato in casa nel 1978 grazie a un grande Mario Kempes e Maradona, già giocatore di talento, non era stato convocato - sulla panchina dell'Albiceleste arriva Carlos Salvador Bilardo. L'Argentina è reduce da Spagna '82, dove El Pibe de Oro è stato riempito di botte dai brasiliani e sbattuto fuori dall'Italia che diventerà campione del mondo. Bilardo ha un nuovo modulo da lui stesso ideato - e successivamente abbandonato - per schierare la sua Nazionale (il 3-5-2) e una convinzione che ripete a più riprese alla stampa: l'unico titolare della sua squadra è Diego. Gli altri dovranno tutti guadagnarsi il posto. E lui non guarderà in faccia a nessuno, privilegiando i giocatori del campionato di casa rispetto alle stelle che giocano in Europa (con alcune eccezioni, tra cui spiccano Burruchaga e Valdano) e costruendo un'Argentina finora inedita, fatta di tanti portatori d'acqua al servizio del talento indiscusso (anche se all'epoca qualcuno ne dubitava) del Pibe de Oro. 

Il Mondiale per l'Argentina comincia con una facile vittoria per 3 a 1 contro la squadra-cuscinetto del girone, ovvero la Corea del Sud, con doppietta di Valdano. La seconda partita vede l'Albiceleste affrontare l'Italia campione in carica, che nel frattempo ha "steccato" la prima pareggiando con la Bulgaria e va in vantaggio dopo pochi minuti grazie a un rigore di Altobelli. È il 34' del primo tempo quando Diego Armando offre il primo assaggio di un periodo fantastico: riceve un lancio da Valdano in area e sfiora la palla di sinistro (ovviamente) quel tanto che basta per disegnare una traiettoria lenta e maligna. Nel replay si vede che Giovanni Galli, allora portiere degli azzurri guidati ancora da Bearzot, prima tende la mano e poi la ritrae forse giudicando fuori il tiro maligno di Diego. Che invece va a insaccarsi lentamente nel palo più lontano.

La partita finisce 1 a 1, l'Argentina vince il girone battendo anche la Bulgaria (con i soliti Valdano e Burruchaga, che poi scompariranno dai tabellini per riapparire nel momento più difficile) e agli ottavi di finale incontrerà il cattivissimo Uruguay, che ha superato il girone di ferro vinto dalla Danimarca e si prepara a riservare a Maradona un trattamento simile a quello del Brasile nel 1982 e degli spagnoli quando giocava nel Barcellona. 

Il Mondiale 1986, la Mano de Dios, el Pibe de Oro

E così succede: per tutta la partita Maradona viene preso a calci, maltrattato e provocato dagli uruguagi ma non perde mai la calma. E con una finta è lui a dare il via all'azione che porterà in goal Pedro Pablo Pasculli, che già da un anno gioca a Lecce con Barbas e porta con un tiro da rapinatore dell'area di rigore l'Argentina ai quarti. E qui la storia si fa leggenda. Il 22 giugno 1986 allo stadio Atzeca l'Argentina incontra l'Inghilterra. La partita ha un significato politico ben preciso perché quattro anni prima il regime militare argentino aveva scatenato la guerra delle Falkland aggredendo le isole Malvinas che appartenevano al Regno Unito e costringendo a un intervento militare la prima ministra Margareth Thatcher. I britannici vincono e The Iron Lady fonderà su quel trionfo gran parte del suo appeal elettorale negli anni successivi. Ma gli argentini vogliono prendersi una rivincita sul campo di gioco. Al 51' del secondo tempo, quando la partita è ancora sullo 0 a 0, Maradona riceve palla sulla tre quarti, salta due inglesi come se fossero birilli e appoggia a Valdano andando a fare la sovrapposizione in area con poche speranze vista la sua altezza e la presenza del "gigante" Shilton tra i pali. Un rimpallo, ed ecco il campanile su cui il mitico portierone inglese comincia ad accennare l'uscita. Forse è un po' in ritardo, di certo quello che vedono gli spettatori è che quando sono entrambi vicini al pallone Maradona arriva prima di lui e manda la palla in rete. I replay chiariranno come sia stato possibile:Diego ha toccato il pallone con la mano, l'arbitro non se ne è accorto, il goal è valido e nell'intervista a fine partita Maradona dirà che a mandare il pallone in rete è stata "la mano di Dio".

Qualcuno in campo se ne è accorto ma quattro minuti dopo El Pibe de Oro si farà perdonare l'antisportività realizzando il goal che tutti abbiamo sognato di fare da bambini. Il Corriere della Sera oggi lo racconta così:

Héctor Enrique passa una palletta innocua a Maradona una decina di metri dentro la propria metà campo («Oh ma che assist ti ho fatto?», dirà poi il compagno al Diez in spogliatoio), Diego la raccoglie e fila verso la porta: in 10 secondi percorre 60 metri, salta Hoddle, Reid, Sansom, Butcher, Fenwick, il portiere Shilton, e appoggia in rete per il 2-0. La partita finisce lì. E il gol di Lineker all’81’ cambierà solo il risultato in 2-1. In questi 10 secondi da leggenda la porta è il fine supremo cui tende l’opera d’arte.

Per la cronaca (e per la storia), in 10 secondi Diego percorre 60 metri, salta Hoddle, Reid, Sansom, Butcher, Fenwick e il portiere Shilton. E in quelle due azioni, il goal furbo di mano e lo slalom più difficile della storia del calcio, c'è tutto Maradona. 

Messico '86: la semifinale e la finale

In semifinale l'Albiceleste di Bilardo incontra il Belgio mentre nessuno ha più dubbi: con un Maradona così perdere un mondiale è più difficile che vincerlo. Diego va in goal la prima volta con un pallonetto di sinistro sull'uscita del portiere. Dodici minuti dopo un altro slalom, meno ubriacante di quello con gli inglesi, lo porta a segnare la rete del 2 a 0 che mette al sicuro il risultato e certifica che in campo c'è un giocatore solo che vale la pena guardare. 

In finale l'Argentina  trova una Germania ricca di campioni (Rummenigge, Voeller, Matthaeus) di cui tanti "italiani" (Briegel, Berthold, successivamente Brehme). Le formazioni: 

  • Argentina: Pumpido – Ruggeri, Cuciuffo, Brown, Olarticoechea – Giusti, Batista, Enrique – Burruchaga (st 44′ Trobbiani), Maradona, Valdano.
  • Germania Ovest: Schumacher – Berthold, Jakobs, Forster, Briegel – Eder, Matthaus, Magath (st 16′ Hoeness), Brehme – Allofs (st 1′ Voeller), Rummenigge.

Per tutta la partita Matthaeus si incolla alle gambe di Maradona e lo marca a uomo, rinunciando così ai suoi compiti di regia a centrocampo. Diego è in difficoltà ma la differenza la fa lo stesso. Un suo calcio di punizione in area regala la prima rete del centrale Brown, è lui a dare il via con quello che oggi chiameremmo un passaggio-chiave all'azione che porta in goal Valdano per il raddoppio. 

Ma la Germania ha carattere e rimonta con Rummenigge e Voeller. All'80' le due squadre sono in parità. Tre minuti dopo Diego è nel cerchio di centrocampo, appoggia di testa a un compagno che gli restituisce il pallone, alza la testa e vede che Burruchaga sta scattando verso l'area. È dietro la riga di centrocampo ma vede una linea di passaggio che è "essenziale" e "invisibile agli occhi" di noi comuni mortali, ma non al Piccolo Principe che sta per diventare re grazie alla Volpe con la maglia numero 7. Diego lancia l'ala destra verso la porta, lui realizza il goal del 3 a 2 e l'Argentina diventa per la seconda volta campione del mondo. Grazie a un genio del calcio che ha cambiato, da solo, la storia di un Mondiale. Il calcio è uno sport di squadra. Non si vince da soli. A meno di non chiamarsi Diego Armando Maradona. 

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