Il Milan post-lockdown è una macchina da guerra: Pioli merita la conferma (e pure Ibra)

Imbattuto nel dopo-pandemia, un gioco spumeggiante e un tabellino di marcia da scudetto: Pioli è riuscito nell'intento di risollevare il Milan e merita di restare, così come Zlatan

Pioli e Ibrahimovic (FOTO ANSA)

Errare è umano e perseverare è diabolico, è vero, ma stavolta il 'diavolo' sembra aver deciso di discostarsi da questo antico detto e non commettere lo sbaglio fatto la scorsa stagione, quando venne messo alla porta Gattuso, per inseguire il progetto Giampaolo, rivelatosi fallimentare dopo qualche mese. Dopo la vittoria con il Sassuolo Stefano Pioli si è preso di forza la panchina del Milan anche per la prossima stagione, scacciando a suon di risultati l'ombra di Ralf Rangnick, che da mesi sembrava designato ad ereditare il ruolo di allenatore rossonero. 

La conferma è arrivata da una nota del club, che ha annunciato  "di aver raggiunto un accordo con Stefano Pioli per l'estensione di due anni del suo contratto come allenatore della prima squadra maschile, che pertanto scadrà a fine giugno 2022. Stefano è approdato alla guida tecnica del Milan nell'ottobre 2019 con un accordo fino al termine della stagione. Ha saputo gestire brillantemente sia il blocco dovuto alla pandemia da Covid-19 che il riavvio della stagione in corso, con un approccio concreto e positivo, facendo crescere tutta la squadra''.

Milan, perché Pioli merita la conferma

I miracoli di solito sono “di casa” in paradiso, ma nell'inferno rossonero Pioli è stato in grado di prendere una squadra disunita e poco organizzata, frutto di un mercato fatto di pochi colpi mirati e tante scommesse, anche e soprattutto per motivi economici. Ma se il periodo tra ottobre e febbraio è stato contrassegnato da luci ed ombre, nel post-lockdown il lavoro del “normalizzatore” Pioli ha fatto vedere i suoi frutti. Da quando il campionato è ricominciato lo scorso 20 giugno, il Milan ha mantenuto una marcia da scudetto: è ancora imbattuto, ha pareggiato due volte (con Spal e Napoli), vincendo tutte le altre, tra cui figurano vittime illustri come la Juventus, la Lazio e la Roma. Se lo scorso 8 marzo, giorno dell'ultimo match pre-pandemia in cui il Milan perse in casa con il Genoa in lotta per la retrocessione, avessimo rivelato il futuro ai tifosi rossoneri, nessuno ci avrebbe creduto, anzi.

Milan, la svolta tattica e il ruolo di Ibra

Il principale merito di Pioli è stato quello di fare le classiche “nozze con i fichi secchi”, prendendo un organico disegnato per le idee di Giampaolo, e adattandolo ad un modulo più congeniale per il suo gioco e anche per le caratteristiche dei calciatori a disposizione: il 4-2-3-1. Puntando sui punti fermi difensivi, Donnarumma e Romagnoli, e senza dimenticare la spinta di Theo Hernandez, vera rivelazione di questo campionato (fin dall'inizio), l'allenatore ha avuto il merito di recuperare alcuni elementi da centrocampo in su, che fino a marzo erano apparsi irriconoscibili. Kessie, più incontrista che mezzala, sembra un altro giocatore da quando viene impiegato nella coppia davanti alla difesa: corsa e polmoni, che ben si sposano con le doti tecniche di Bennacer, anche lui avvezzo a “fare legna” e a far ripartire l'azione. La scelta di schierare tre giocatori offensivi alle spalle della punta ha poi permesso di posizionare Ante Rebic nella zona di campo a lui più congeniale: il croato nel ruolo di esterno offensivo, con la possibilità di accentrarsi da sinistra, ha dimostrato di essere una spina nel fianco per tutte le difese, segnando 11 gol e sfornando assist. Tutta un'altra cosa rispetto al giocatore spaesato e inconcludente osservato nella prima parte di stagione. Anche Calhanoglu sembra un altro giocatore, più a suo agio sulla trequarti, mentre i giovani Saelemaekers e Rafael Leao sono diventate due ottime soluzioni per chiudere il terribile trio alle spalle di sua maestà Ibra.

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Già Ibra. Per lui è d'obbligo un discorso a parte. Arrivato a gennaio come il salvatore, anche lui all'inizio ha dovuto fare i conti con i problemi che affliggevano la squadra e la società. Ma partita dopo partita, la classe cristallina che lo contraddistingue da sempre è venuta fuori inesorabile: un giocatore totale che, nonostante le 38 candeline, rimane in grado di tenere occupata da solo un'intera difesa, sempre letale sotto porta, ma adesso anche abile fare la boa per i compagni, grazie alle doti fisiche e tecniche che gli hanno consentito di vincere campionati sia in Italia che altrove. Certo, il campo conta, ma probabilmente l'effetto di Ibra più importante lo abbiamo visto fuori. Uno con il suo carisma e con la sua esperienza, è stato in grado di risvegliare la rabbia agonistica dei compagni rossoneri: ''Lazzaro, alzati e cammina'' a confronto sembra una cosa da poco. Scherzi a parte, è un dato di fatto: avere uno come Zlatan nello spogliatoio, che a 38 anni ha la stessa fame di quando ne aveva 18, spinge tutti a dare il massimo, in allenamento e in partita, con i risultati a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane. Il suo futuro, almeno fino a qualche giorno fa, sembrava lontano da Milanello in vista dell'arrivo di Rangnick, ma con la conferma di Pioli chissà che anche il buon Ibra non possa restare al Milan per un altro anno: diamo a Zlatan quel che è di Zlatan, merita la conferma, così come il suo allenatore.

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