rotate-mobile
Sabato, 28 Gennaio 2023
LA PROTESTA

Italiano ucciso in ambasciata, il pm: il killer è straniero, non va processato

La mamma di Luca Ventre, strangolato nella nostra sede diplomatica in Uruguay, contro l'archiviazione chiesta dalla Procura di Roma: "Sia conclusa l'indagine, vogliamo giustizia"

Dell'omicidio di Luca Ventre, l'imprenditore strangolato a 35 anni da un addetto alla sicurezza nel cortile dell'ambasciata italiana in Uruguay, si sa tutto: il nome del presunto assassino, l'ora e la dinamica. Le telecamere a circuito chiuso nella sede diplomatica di Montevideo hanno registrato, istante per istante, la sequenza dei fatti avvenuti tra le 6.59 e le 7.35 di venerdì primo gennaio 2021. Ma secondo la Procura di Roma, il processo non si può celebrare poiché l'aggressore “non risulta essersi mai recato sul territorio nazionale”: in altre parole, perché non è mai venuto in Italia. “Malgrado gli elementi probatori siano idonei a parere di questo ufficio a sostenere il giudizio, la responsabilità dell'indagato per il delitto in esame – aggiunge la Procura nella richiesta di archiviazione – non risulta, almeno allo stato, nel nostro ordinamento procedibile, per assenza dell'indagato sul territorio nazionale”.

Palma Roseti, 67 anni, la mamma dell'imprenditore, è originaria della Basilicata ma abita a Grumolo delle Abbadesse, in provincia di Vicenza. Non si rassegna: “Non capisco perché a Luca si voglia negare il diritto ad avere giustizia e quindi si chieda l'archiviazione”, dice a Today.it. La famiglia si è rivolta all'avvocato Fabio Anselmo di Ferrara e presenterà opposizione, nella speranza che si arrivi a un processo.

LA MAMMA: ECCO CHI HA AGGREDITO MIO FIGLIO - Videointervista di Marco Milioni

Palma Roseti, 67 anni, mamma di Luca Ventre (foto Marco Milioni)

La Procura di Roma è competente per i reati ai danni di cittadini italiani all'estero: come nel caso del ricercatore Giulio Regeni, torturato e ucciso nel 2016 da agenti egiziani al Cairo, e dell'ambasciatore Luca Attanasio, assassinato con il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l'autista Mustafa Milambo nel 2021 vicino a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo. Ora però una norma inserita nel codice di procedura penale nel 2014, per rimediare alle censure della Corte europea per i diritti dell'uomo in merito ai processi in contumacia con imputati assenti, richiede che la persona sottoposta a un procedimento venga informata. Altrimenti il processo deve essere fermato. È successo per Giulio Regeni: il 14 ottobre 2021, la Corte d'Assise di Roma ha dichiarato la nullità del decreto di rinvio a giudizio dei quattro imputati irreperibili. Pur conoscendo i loro nomi, non era stata possibile la notifica diretta degli atti, poiché il governo egiziano non ha mai rivelato i loro recapiti. Una norma a garanzia degli imputati che però, nelle indagini internazionali, rischia di diventare una beffa per i familiari delle vittime.

Come Giulio Regeni

«Faccio fatica a comprendere come per il caso Attanasio e per il caso Regeni la procura di Roma abbia deciso di cercare comunque i presunti colpevoli in giro per il mondo – dice la mamma di Luca Ventre – mentre per la vicenda che ci riguarda, assai meno complessa sul piano delle indagini, ci troviamo di fronte a una porta chiusa, quella della richiesta di archiviazione per improcedibilità, le cui ragioni a noi sfuggono del tutto».

L'unico indagato è Ruben Eduardo D., agente uruguaiano della polizia diplomatica in servizio nel cortile dell'ambasciata. Con il poliziotto, la mattina del primo gennaio 2021, è presente la guardia privata Leonardo D., anche lui cittadino dell'Uruguay, dipendente della società di vigilanza ingaggiata dalla sede diplomatica. Secondo la famiglia di Luca Ventre l'autorità italiana, pur essendo in rapporti con Montevideo, non avrebbe mai tentato di far notificare il procedimento all'indagato. Anche se il domicilio di Ruben Eduardo D., come agente in servizio nell'ambasciata italiana, dovrebbe essere conosciuto.

L'imprenditore Luca Ventre, ucciso a 35 anni (foto VicenzaToday)

L'autopsia, eseguita in Italia, aveva concluso che Luca Ventre “è morto per asfissia meccanica violenta ed esterna, per una prolungata costrizione del collo che provocò l'ipossia cerebrale dalla quale derivarono il grave stato di agitazione psicomotoria e l'arresto cardiaco irreversibile, non potendosi escludere una concausalità nell'azione della cocaina”, di cui era stata trovata traccia nel sangue.

Da chi stava scappando?

Opposte le conclusioni dell'ufficio del pubblico ministero di Montevideo, che ha smentito qualsiasi responsabilità del poliziotto uruguaiano. E ha “ritenuto di confermare, in data 15 novembre 2022 – riferisce la richiesta di archiviazione della Procura di Roma – che la morte di Luca Ventre sia riconducibile solo ed esclusivamente allo stato iperadrenergico causato dall'eccitazione psicomotoria, associata al consumo di cocaina, con le ripercussioni elettrofisiologiche a livello cardiaco, avvenute in un contesto di misure di contenzione fisica”. Una posizione che, secondo la magistratura italiana, renderebbe improbabile la collaborazione dei colleghi uruguaiani nella necessaria notifica degli atti all'indagato. Nessuno in Uruguay, tra l'altro, ha mai chiarito perché la vittima stesse fuggendo, tanto da chiedere aiuto in ambasciata in modo così rocambolesco.

Una protesta per chiedere giustizia (foto VicenzaToday)

Luca Ventre era conosciuto come importatore di prodotti alimentari dall'Italia. La mattina di Capodanno del 2021 le telecamere inquadrano il suo pick-up grigio in via José Ellauni vicino alla sede diplomatica. Alle 7.03 scende dall'auto e suona ripetutamente al citofono dell'ingresso principale: “Sembra che qualcuno risponda – è scritto negli atti dell'indagine – in questi frangenti, Ventre appare nervoso”. Le telecamere continuano a registrare. L'imprenditore torna all'auto, prende una borsa e scavalca il cancello.

Il film del pestaggio

Sono le 7.06: “Si vede comparire dal quadrante in alto a destra il vigilante Leonardo D. – così l'analisi delle immagini ricostruisce la scena – che a passo veloce si porta al cancelletto che separa il giardino dal piazzale del garage. Nel frattempo si vede sopraggiungere dal vialetto del giardino Luca Ventre”. Fino a questo momento la reazione non è violenta: la guardia viene filmata mentre accoglie l'imprenditore e gli apre il cancelletto interno che lo separa dal giardino. Sempre Leonardo D. indica a Ventre di andare verso la sua destra. L'imprenditore, anche se titubante, va nella direzione indicata, seguito dal vigilante. Ma lì accade qualcosa, che non è mai stato spiegato.

Ventisette secondi dopo, continua l'analisi dei filmati, “viene ripreso Luca Ventre che con passo veloce si dirige verso il cancello, seguito dal vigilante... Ventre, giunto davanti al cancello carrabile lascia cadere a terra la borsa e si arrampica sulla cancellata”. Perché fino a pochi secondi prima, il clima è disteso e ora è concitato? Cosa ha visto l'imprenditore da indurlo a scappare di nuovo? Nessuna indagine lo ha mai chiarito.

L'indagato in divisa

Entra così nell'inquadratura un uomo in divisa, il poliziotto indagato Ruben Eduardo D. Davanti a lui la guardia privata, Leonardo D., afferra il piede sinistro dell'italiano e lo tira giù dal cancello. “A questo punto – nota la richiesta di archiviazione della Procura di Roma – Ventre sembra calmarsi e diventare accondiscendente, tanto che si inginocchia senza opporre resistenza, mentre la vigilanza gli mette le braccia dietro la schiena”.

Luca Ventre cerca di rifugiarsi in ambasciata (foto Askanews)

Alle 7.07 e 29 secondi, stando all'orologio della telecamera a circuito chiuso, Luca Ventre “è a terra e l'uomo in divisa è sulla sua schiena, tenendolo al collo con una presa attuata con il braccio sinistro”. Alle 7.21 e 35 secondi, quattordici minuti dopo, l'imprenditore “tenta di divincolarsi, restando sempre a terra, cerca di posizionarsi sul fianco, ma chi lo tiene al collo continua a mantenere la presa, mentre Leonardo D. cerca di fargli stendere il corpo. In questa fase, l'italiano batte a tal punto la mano destra a terra, come a chiedere che la presa venga allentata, che forma una piccola buca”.

La guardia privata, aggiunge la descrizione del filmato agli atti dell'inchiesta, “gli prende il braccio e glielo posiziona dietro la schiena, mentre l'uomo che lo tiene con la mano sinistra, aiutato dal collega, prende il braccio destro di Ventre e, facendo leva sulle spalle, solleva il busto dell'italiano: in questo frangente, Ventre comincia a contorcersi più vistosamente”. Alle 7.35 “le reazioni di Ventre – è scritto nella richiesta di archiviazione – rallentano progressivamente fino a fermarsi del tutto alle 7.35.31”.

"Guardi, lo stanno torturando"

In quegli stessi minuti, un inquilino della palazzina di fronte telefona al 911, il numero di emergenza della polizia: “Buongiorno, guardi – dice l'uomo – qui, nella strada José Benito Lamas, di fronte all'ambasciata, già da una mezz'ora stiamo sentendo delle grida tremende da dentro l'ambasciata... io non so... come se fosse qualcuno... sembra [lo stiano] torturando... L'ambasciata d'Italia... sì, è internamente. Siamo nell'edificio di fronte e da circa mezz'ora si sentono grida tremende”.

Non appena si accorgono che Luca Ventre non si muove più, anche la guardia privata e l'agente chiedono l'intervento della polizia. L'imprenditore viene caricato su una volante e portato al pronto soccorso. All'arrivo, lo filma la telecamera all'ingresso dell'ospedale. È su una carrozzella, due agenti gli tengono sollevate le gambe: “L'italiano sembra in stato incosciente e probabilmente ha le mani ammanettate dietro la schiena”, precisa la richiesta di archiviazione. I verbali della polizia di Montevideo sostengono invece che Luca Ventre in quel momento sia ancora cosciente e dia in escandescenze, nonostante il video dell'arrivo dimostri il contrario. Gli viene così iniettato un calmante. Quello che potrebbe essere il colpo finale: “Cinque minuti più tardi – è scritto negli atti dell'indagine italiana – giunge un infermiere per saggiare la pressione arteriosa, riferendo alla dottoressa L. l'assenza di segni vitali. Al ché il medico ordina l'avvio delle manovre rianimatorie, durate circa venti minuti, allorquando si dichiarava la morte dell'uomo”.

Al telefono con la guardia privata e l'agente in servizio in ambasciata, “la centrale di polizia chiedeva se Luca era armato – spiega Palma Roseti – e questi hanno risposto che non era armato. Quindi non c'era un motivo: Luca non costituiva minaccia per nessuno. Luca era lì indifeso. C'è stato un momento in cui la nostra ambasciata era diventata un porto dove i poliziotti del Paese ospitante entravano e uscivano senza autorizzazioni di nessun genere: chi ha autorizzato di portar via Luca dall'ambasciata?”.

Potrebbe interessarti

Today è in caricamento