Domenica, 21 Luglio 2024
Storie

Dopo lauree e dottorati cambia vita lavorando per una Ong: "Il mio posto è tra la gente, non in laboratorio"

Matteo a un certo punto della propria vita, dopo anni di studio tra lauree prestigiose e un dottorato in Scienze dei materiali, ha deciso di fermarsi a riflettere per capire se fosse davvero quello il suo posto nel mondo. Perchè come dice lui "una persona può stare ovunque nel mondo, ma il suo posto è uno solo, quello più vicino ai propri sogni". Ora il suo posto è in Ucraina, nell'area del Donetsk

Matteo non si è accontentato di ciò che, seppur splendido, la vita facilmente gli offriva. Ha continuato a domandarsi, a mettersi alla prova, guidato dal desiderio di essere, non solo come individuo, ma all'interno della collettività, mettendo a disposizione le sue competenze e la sua persona per gli altri. *

Come si trova - o meglio, si cerca - il proprio posto nel mondo? La storia che vi raccontiamo oggi è quella di Matteo Cavalieri, 31enne di Santarcangelo di Romagna che vive in Svizzera e lavora per la Ong locale Heks-Eper. Un ragazzo che a un certo punto della propria vita - dopo una laurea in Ingegneria Meccanica all'Università di Bologna nel 2013, un Master in Ingegneria e Scienza dei Materiali all'Università di Delft nel 2016 e un dottorato in Scienza dei materiali all'Università Politecnica Federale di Losanna nel 2021 - ha deciso di fermarsi a riflettere per capire se fosse davvero quello il suo posto nel mondo. Perchè come dice lui "una persona può stare ovunque nel mondo, ma il suo posto è uno solo, quello più vicino ai propri sogni". E così Matteo - seguendo gli aghi delle proprie bussole personali, la curiosità e l'empatia nei confronti delle persone più svantaggiate - ha deciso di stravolgere la propria vita e il proprio futuro, abbandonando il mondo della ricerca e iniziando a lavorare per una organizzazione umanitaria.

"In Svizzera, durante i 4 anni di dottorato, facevo un lavoro che non aveva nulla a che vedere con le persone, era molto tecnico e passavo molto tempo in laboratorio a fare esperimenti scientifici - spiega Matteo - Mi piaceva, certo, ma sentivo che c'era altro che mi sarebbe piaciuto di più e che poteva essere più adatto ale mie capacità, volevo fare un lavoro orientato sulle persone, volevo lavorare con la gente e per la gente. In più facevo un tipo di ricerca abbastanza applicata e non riuscivo mai a spiegarla a chi mi chiedeva "Ma cosa ricerchi?", andavo avanti un'ora a cercare di spiegare ma la gente alla fine mi guardava perplessa. Questo mi ha fatto pensare: è questo il modo migliore per applicare il mio "talento", se così si può chiamare?".

La svolta vera e propria per Matteo arriva a 30 anni, dopo un viaggio in Uganda insieme a sua sorella Federica, infermiera che ha avuto varie esperienze in missioni umanitarie in Africa. Buon sangue non mente, verrebbe da pensare. "Quando sono tornato in Svizzera dopo quel viaggio, i primi mesi li ho sofferti tantissimo - racconta Matteo - Ero proprio disgustato. Ero passato da uno dei 5 Paesi più poveri del mondo a uno dei più ricchi. In Uganda ho visto una realtà con problemi talmente basilari da farmi pensare "Qui potrei facilmente riuscire a dare una mano". Durante gli anni del dottorato mi sono preso del tempo per pensare e ho capito che dovevo cambiare, sentivo una spinta dall'interno. E il paese in cui risiedo, la Svizzera, è proprio il paese di riferimento per questo settore: a Ginevra c'è la sede dell'Onu e di tantissime Ong. La congiuntura era propizia e ho scoperto, cosa che non sapevo, che in una Ong potevo anche lavorarci, e non solo fare del volontariato la domenica. Ho deciso comunque di finire il dottorato prima di cambiare strada. Gli amici e in primis mia sorella sono stati molto di supporto, anche se ovviamente tutti mi dicevano di pensarci bene prima di lasciare un lavoro sicuro con un salario 2 o 3 volte superiore a quello di una Ong. Anche io ci ho pensato, ho investito tanto tempo e denaro nella mia educazione, mi chiedevo se fosse una scelta responsabile "buttare via tutto" per fare altro. Ma alla fine mi sono detto che tutto quello che ho imparato negli anni dell'Università va ben oltre alle mere conoscenze tecniche, sono "skill" per fortuna molto trasversali. Anche se passare da un curriculum scientifico/tecnico al settore umanitario non è stato facile".

Un anno dopo la fine del mio dottorato sono dunque arrivato a Kirkuk, al centro di quelli che vengono chiamati i territori contesi dell’Iraq. Se c’è una cosa da sapere su Kirkuk è che si stima che il 4% del petrolio mondiale sia qui sotto, e quindi ovviamente tutti vogliono appropriarsene. L’immagine tipica di Kirkuk ha sullo sfondo le alte colonne di fuoco date dal gas che viene estratto insieme al petrolio e che gli iracheni non hanno tecnologie per sfruttare e quindi bruciano, in un processo che si chiama flaring. Colonne di fuoco alte una ventina di metri, di un colore arancione vivo, che anche di notte illuminano a giorno, e che tutte le volte che arrivo qui sono diventate il mio riferimento dall’aereo per sapere che mancano 15 minuti all’atterraggio.

Matteo inizia a lavorare per la Ong Heks-Eper, e la sua prima missione è appunto in Iraq. "Ho cercato di inserirmi in punta di piedi in una cultura che non conoscevo e che è così diversa, ma non è sempre facile: quando sono venuti a prendermi in aeroporto mi hanno portato in un ufficio dove erano presenti alcuni uomini e alcune donne. Io ho cercato di stringere la mano a tutti i presenti, ma le donne si tiravano indietro, perchè lì funziona così. Per cui ero molto cauto, anche una semplice battuta o uno sguardo non sapevo come sarebbe stato poi interpretato. E queste per me sono le cose più difficili a cui abituarsi, molto di più del meteo, del cibo, della lingua; ma sono anche le più interessanti, quelle che poi demoliscono i pregiudizi. In Iraq io ero l'unico "expat" della missione, eravamo in meno di dieci persone ed erano tutti del posto tranne me. Davamo assistenza agli sfollati interni e a persone alle quali l'Isis aveva distrutto la casa, mandavamo i bambini a scuola etc. Si trattava più di sviluppo che di aiuto umanitario: l'aiuto umanitario parte nel momento di crisi, come ad esempio ora in Ucraina o dopo il terremoto in Turchia, in pratica si danno i servizi di base, cibo, acqua etc; poi col tempo, quando l'evento che ha causato la crisi non è più così recente ma il paese è ancora in uno stato di povertà, non fai più aiuto umanitario ma sviluppo. Io comunque non avevo esperienza nel settore e quindi all'inizio è stato difficile riuscire a farsi accettare dal team, poi si sono ricreduti quando hanno visto il contributo che potevo portare nel gestire i progetti e nella programmazione dei budget, tanto che ho appena ricevuto una promozione ad area manager (ora gestisco l'area del Donetsk, nell'est dell'Ucraina)".

Non lo faccio perché credo di poter cambiare certe cose che sono strutturali e che comunque non spetta a me in quanto volontario o ad una Ong cambiare, lo faccio in buona parte per cercare di portare assistenza e soddisfare i bisogni primari di persone che semplicemente hanno perso tutto. E sarei contento di poterle aiutare a ritrovare anche solo la speranza. Speranza che è sempre un'illusione, ma un'illusione positiva e con un potere enorme. 

Matteo non vive nell'illusione di poter salvare il mondo, ma allo stesso tempo è consapevole dell'importanza del proprio lavoro. "All'inizio hai un idealismo un po' naif, ma ci mette poco a tramontare. La soddisfazione più grande deriva dal fatto che fai un lavoro "people oriented", ti senti utile. Ci sono posti in cui la nostra Ong è l'unica che porta un aiuto a quella popolazione, e se non vai tu quelle persone quell'aiuto non lo ricevono da nessun altro. In quei casi senti che stai davvero facendo la differenza e sono quelli i momenti che ti fanno tirare avanti. Comunque siamo consapevoli del fatto che siamo una goccia nel mare. Una parte di me poi si sente quasi "in colpa" per il modo in cui le persone del luogo trattano noi expat: noi abbiamo stipendi molto più alti rispetto allo staff nazionale, misure di sicurezze specifiche per noi, abbiamo un'auto e un autista che ci porta ovunque, le cuoche ci cucinano cibo extra. In Iraq ero il re e questa cosa mi faceva venire i brividi".

Matteo in missione in Iraq

Ad agosto dello scorso anno, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, Matteo coglie l'occasione di vivere una nuova esperienza. "A primo impatto mi sono subito reso conto che la situazione era molto più "seria" rispetto all'Iraq: lo spazio aereo è chiuso e quindi devi atterrare in una nazione vicina e attraversare la frontiera in autobus (un semplice viaggio Milano-Dnipro che potrebbe durare 3 ore in aereo diventa un complicato incastro di più di 2 giorni tra aereo, bus e treno), c'è il coprifuoco, vedi i carri armati parcheggiati lungo le strade. E' stato strano perchè sono arrivato a Odessa in estate, e Odessa d'estate è come Rimini. Era pieno di turisti, anche se ovviamente molti meno rispetto agli anni precedenti, stavano seduti al ristorante con le sirene antiaeree che suonavano. Ero sconvolto. Poi capisci che qua le sirene suonano di continuo e dopo un po' inizi a fregartene anche tu. Le cose in Ucraina cambiano tre volte al giorno, per cui parti al mattino con un piano e finisci la giornata con tutto un altro piano. Nello specifico ci occupiamo di portare nelle zone bombardate acqua, cibo, oggetti per l'igiene personale, combustibile solido per le stufe e kit composti da tavole di compensato, pannelli di polistirolo e colla per isolare finestre e porte distrutte dalle esplosioni. Mi è capitato più di una volta di ritrovarmi in mezzo ai bombardamenti, e ora quando torno in Italia o in Svizzera quando qualcuno chiude il bagagliaio dell'auto, che produce quel suono sordo molto simile allo scoppio delle bombe in lontananza, sobbalzo. La sensazione è quella che provi nella cassa toracica quando in discoteca sei davanti alle casse dei bassi". Con la piccola differenza che quel suono sordo non è prodotto dalla musica, ma dalle bombe.

C’è una certa difficoltà nel comunicare, ma è diversa da quella che mi è capitato di provare in passato, per esempio quando ero in Iraq. Là a volte sentivo quasi un senso di incomunicabilità rispetto a certi temi, o comunque una maggiore distanza di prospettive, che però forse quasi semplificava il primo approccio, in un contorto paradosso comunicativo. La mia vita era così diversa da quella degli iracheni che in qualche modo era forse più facile domandarsi cose a vicenda, dopotutto la curiosità era naturale e da entrambe le parti. Con gli ucraini non è la stessa cosa. La loro vita era praticamente identica alla mia fino allo scorso febbraio. Anche loro hanno passato le scorse vacanze di Natale e capodanno con la famiglia e gli amici, magari sono andati in discoteca o hanno organizzato un calcetto, chi poteva forse si è fatto un viaggio all’estero. Ma non quest’anno.

Vissuta dall'interno, è difficile riuscire a vedere una luce in fondo al tunnel rispetto a questa guerra che dura da esattamente un anno. "La gente qua in Ucraina è abbastanza rassegnata - dice Matteo - Si parla già di come organizzare al meglio le distribuzioni dei kit di riscaldamento per il prossimo inverno. Dall'altro lato, invece, c'è chi la guerra ancora non riesce ad accettarla. A settembre siamo andati in un asilo che veniva usato dagli sfollati per vivere. I bagni ovviamente erano predisposti per i bambini di un asilo, quindi con water e lavandini bassissimi. Abbiamo spiegato che potevamo portare dei nuovi sanitari, ma la direttrice dell'asilo - diventata direttrice del centro sfollati - ha bloccato tutto dicendo che dopo un mese i bambini sarebbero tornati a scuola. Cosa che, ovviamente, non è successa. Succede soprattutto con gli anziani, vogliono crederci alla fine della guerra, ma in realtà la situazione è in stallo e si sta aspettando una controffensiva russa".

Ognuno combatte una propria stoica resistenza contro il logoramento, l’apatia, l’egoismo, la paura, e non sempre, non tutti, vincono. Ci si fa coraggio a vicenda, si parla a volte di dove si vuole andare in vacanza, ma più per distrarsi sul momento che per pianificarlo davvero. Si disattivano le notifiche dell’app che avvisa quando partono le sirene antiaeree, per non farsi continuamente venire l’ansia e preservare un po’ di sanità mentale. Ogni volta che si saluta qualcuno quando ci si separa si dice “Stay safe”, “Stai al sicuro”, che è la cosa che più conta alla fine. E la volta dopo, quando ti rivedi, nel suo piccolo è una celebrazione. Del successo di stare ancora bene e di continuare ad andare avanti nonostante tutto.

Al di là della guerra, Matteo guarda al proprio futuro lasciando aperte più possibilità. "Da un paio di anni sto vivendo quasi alla giornata, per cui se mi chiedessero come mi vedo tra 5 anni non saprei rispondere. Però penso che mi piacerebbe rimanere in questo settore, anche se non vivendolo per forza sul terreno come faccio adesso. Vedo persone che sono sul campo da anni e vanno fuori di testa, per via delle cose a cui assisti, del ritmo di lavoro e del livello di stress, si lavora davvero 24 ore al giorno 7 giorni su 7. Un ritmo che puoi reggere per un po', ma a un certo punto devi fare un passo indietro. Mi piacerebbe coordinare gli aiuti umanitari a distanza, ma per arrivarci devo continuare a fare esperienza".

E allora ho capito di avere una responsabilità ancora più grande: quella verso la mia felicità, che non sarebbe venuta proseguendo in quella direzione. Si trattava solo di mettersi in discussione, fare questo cambiamento, e vedere dove mi porterà. Dopotutto si tratta di cercare il proprio posto nel mondo, mica di trovarlo.

*tratto dal blog 'Orme di pace'

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