rotate-mobile
Giovedì, 30 Marzo 2023
Storie

"Dopo sei anni non so ancora come è morto mio padre"

Leonardo Quinti è stato trovato senza vita in un'azienda agricola in provincia di Arezzo. "Hanno archiviato il caso senza fare alcun esame" racconta la figlia Lalla a Today. Ecco tutto quello che non torna

Un papà che esce di casa per andare al lavoro, senza tornare più a casa. Una caduta fatale, dicono, un incidente poi rivelatosi mortale, ma con una dinamica mai chiarita. Orari che non tornano, un telefono smontato e tante, troppe incongruenze, che lasciano una figlia (e un’intera famiglia) con un doloroso e atroce dubbio: "Sono passati sei anni ancora non so come è morto mio padre". A parlare a Today.it è Lalla Quinti, portavoce nazionale della sezione vittime sul lavoro della onlus Medicina Democratica, membro del comitato 'Noi 9 ottobre', e figlia di Leonardo Quinti, un artigiano di 73 anni deceduto il 24 maggio del 2016 in circostanze quantomeno misteriose. Il 73enne, esperto di grondaie, quel giorno era andato a effettuare in sopralluogo in un’azienda agricola di Laterina, in provincia di Arezzo, un’ispezione simile a molte altre che aveva già fatto durante la sua lunga carriera, ignaro che sarebbe stata l’ultima.

La morte di Leonardo Quinti

"Quel giorno mi sentivo strana - ha raccontato Lalla Quinti a Today - ero al lavoro quando mi arriva una telefonata di mia madre, molto confusa, dicendo che qualcuno l’ha avvertita che era successo qualcosa a papà. ‘Ha avuto un incidente’ mi dicono in un primo momento, facendomi pensare che fosse caduto con la moto, invece le cose erano andate in un altro modo". Mentre la donna cerca di realizzare quello che sta accadendo, un altro imprevisto rende la situazione ancor più drammatica: "L’ambulanza che arrivava da Arezzo è stata coinvolta in un incidente, motivo per cui i soccorsi hanno impiegato più del dovuto ad arrivare sul posto. Nel frattempo ho richiamato il maresciallo dei carabinieri, che ha confermato i miei timori. ‘Tuo padre non ce l’ha fatta’ mi disse, senza darmi altri dettagli. Sapevo soltanto che lui era andato in questa villa dove veniva prodotto del vino, e in cui avrebbe dovuto verificare i materiali necessari per la riparazione di una grondaia".

La caduta e i soccorsi

L’uomo, secondo la versione ufficiale, avrebbe preso una scala messa a disposizione dall’azienda e situata all’interno di una cantina per salire a controllare le grondaie da riparare, cadendo rovinosamente da un’altezza di circa tre metri e mezzo. Il 73enne non viene sottoposto a nessun tentativo di rianimazione da parte del personale sanitario giunto con l’automedica, con il cadavere che venne subito portato via. Nonostante fosse un chiarissimo caso di incidente sul lavoro, sul cadavere dell’uomo non è stato disposto alcun accertamento medico legale, non è stata effettuata nessuna autopsia, il tutto per rendere più rapido il seppellimento.

Il referto del medico del 118 nella documentazione fornita a Today da Lalla Quinti

L’artigiano non fu oggetto di operazioni di primo soccorso né ricevette tentativi di rianimazione dalla darrivata sul posto circa venti minuti dopo la chiamata al 118. La stessa medica constatò il decesso attribuendolo a "cause naturali, dovuto a una caduta da oltre tre metri di altezza, con trauma cranio facciale". Nonostante la morte violenta dovuta a incidente sul lavoro, sul corpo di Leonardo Quinti non fu però disposto alcun accertamento medico legale e fu reso alla famiglia un giorno prima dei termini di legge per la consegna, favorendo il rapido seppellimento.

Orari, telefono e scala: le cose che non tornano

Ma è proprio qui che iniziano le incongruenze: "Il medico del 118 arrivato sul posto ha constato il decesso di mio padre intorno alle 10.40, scrivendo che il decesso era avvenuto per cause naturali, dovute alla caduta da un’altezza di oltre tre metri, con trauma cranio-facciale. Poi lo hanno portato in ospedale ma non hanno fatto nulla. Niente autopsia, niente riscontro diagnostico, niente ispezione cadaverica o indagine del medico legale che sarebbe servita per scoprire le cause del decesso".

Il referto del necroscopo nella documentazione fornita a Today da Lalla Quinti

"Il corpo venne portato via praticamente subito - ha aggiunto Lalla Quinti - tanto che il necroscopo venne a fare il suo esame direttamente nella cappella di San Biagio il giorno seguente. Come si legge nel documento, il medico disse che si trattava di una morte per causa violenta, un dettaglio non da poco, che avrebbe dovuto bloccare l’iter per la sepoltura e dare il via a indagini e accertamenti. Invece non è avvenuto nulla di tutto questo, anzi, nonostante l’incidente fosse avvenuto all’interno di un’azienda agricola per cui mio padre stava lavorando, venne aperto un fascicolo verso ignoti".

Un’assenza di chiarezza che aumenta quando a Lalla viene restituito il cellulare del padre: "Mi hanno detto che era stato trovato dentro al casco che mio padre aveva lasciato sulla moto, ma me lo hanno riconsegnato smontato e senza sim, poi consegnatami in un secondo momento. Si trattava di un cellulare vecchio, quindi nonostante l’assenza della scheda erano visibili le ultime due chiamate effettuate da mio padre verso il numero del responsabile dell’azienda che gli aveva commissionato il lavoro. Una alle 9.54 e una alle 10.23, chiamate fatte a una persona con cui aveva un appuntamento e che forse in quel momento non era presente. Nel lasso di tempo tra l’ultima telefonata e la presunta ora del decesso, mio padre avrebbe avuto modo di prendere la scala, di cui non sapeva l’ubicazione, per poi posizionarla nel luogo da cui poi sarebbe avvenuta la caduta. Inoltre, mio padre aveva sempre utilizzato la sua attrezzatura, ma quel giorno, essendo andato in moto, ha dovuto utilizzare una scala fornita dall’azienda, risultata poi non essere a norma".

Le immagini del luogo in cui è avvenuta la tragedia - foto di Lalla Quinti

Infatti, come recita l’informativa sul decesso "la scala rinvenuta nei pressi del corpo non è conforme alle indicazioni normative in materia di tutela della salute e di sicurezza del lavoro", era stata messa a disposizione dall’azienda. L’ipotesi della perizia è che il nesso causale che ha provocato la caduta e la morte di Leonardo Quindi sia da rintracciare proprio nella non conformità della scala. Anche in merito alla scena sono molti i dettagli che non tornano: "Chi c’era con mio padre? - si chiede Lalla - lui è caduto ma la scala è rimasta attaccata al muro, come è possibile?". Domande ancora senza risposta, a cui se ne sono aggiunte altre l’anno successivo alla tragedia, quando Lalla ha avuto modo di parlare con la persona che per prima aveva notato il corpo del padre a terra dopo la caduta, un lavoratore che si occupava di portare la biancheria pulita in azienda, che non ha mai voluto testimoniare, ma che ai figli di Leonardo ha fornito dettagli inquietanti: "Mi ha detto che quando lo ha trovato mio padre respirava ancora e che il suo corpo era coperto di formiche, come se fosse rimasto lì per molto tempo prima che arrivasse il medico che ha constato il decesso. I carabinieri non hanno neanche isolato la zona".

Le immagini del luogo in cui è avvenuta la tragedia - foto di Lalla Quinti

La battaglia legale

Travolti dal dolore e con più dubbi che risposte, i familiari di Leonardo scoprono soltanto un anno dopo che il caso era stato archiviato: "Pensavamo che lo Stato ci avrebbe difeso, ci fidavamo - ha spiegato Lalla - poi il nostro avvocato è sparito nel nulla, non rispondeva al telefono, fino a quando abbiamo scoperto che il caso era stato archiviato senza che nessuno ci avvertisse".

Infatti, come avviene per tutte le morti sul lavoro, la denuncia parte d’ufficio, ma in questo caso sono molte le mancanze denunciate dalla famiglia Quinti: "Non c’è stato il sopralluogo giudiziario, non c’è stata un’ispezione del cadavere che deve essere fatta per legge e manca addirittura il cosiddetto Duvri, ossia il documento per la valutazione dei rischi da interferenze necessario per i lavori in appalto, come quello effettuato da mio padre". Dopo la prima archiviazione, scoperta praticamente per caso, la famiglia Quinti si è rivolta a un nuovo legale, l’avvocato Alessandra Guarini, penalista che in passato aveva assistito le parti civili nei processi per la strage di Viareggio e per il crollo della Torre piloti di Genova, e che ha spiegato a Today i motivi per cui sono state rigettate le varie richieste di riapertura del caso: "la Procura ha ritenuto che non ci fossero elementi probatori nuovi sufficienti a sorreggere l'azione penale, implicitamente ribadendo quanto già ritenuto in sede di archiviazione ossia che non ci fosse il nesso causale tra la scala non conforme e la  caduta fatale. Una decisione che non ci ha convinti, alla luce sia delle risultanze investigative sia delle conclusioni dei nostri autorevoli consulenti su aspetti mai approfonditi, elementi che viceversa avrebbero potuto giustificare la riapertura del caso. Abbiamo evidenziato con robuste indagini difensive tutte le incongruenze e le anomalie che contraddistinguono questo caso, cercando di fornire una prospettiva diversa, senza tuttavia riuscirci, almeno fino ad ora". Ma dopo l'ennesima porta in faccia la famiglia Quinti non si è certo data per vinta, anzi: con l'aiuto del loro legale hanno raccolto dei nuovi elementi che intendono sottoporre all'Autorità Giudiziaria, chiedendo per l'ennesima volta la riapertura delle indagini.

lalla-quinti-leonardo-facebook2-3

Battaglie dolorose, come quelle di Lalla, che purtroppo non serviranno per portare in vita i cari scomparsi, ma hanno l'obiettivo altruistico di combattere per evitare che queste tragedie succedano ancora. Morti senza responsabili, famiglie distrutte, vittime prima della sorte e poi dell'ingiustizia, come avvenuto la scorsa settimana per il processo della Torre piloti di Genova, in cui gli imputati sono stati tutti assolti: "La sentenza della corte d'Appello della Torre piloti di Genova - ha concluso Lalla Quinti - è l'ennesimo fallimento della magistratura italiana, che nonostante prove evidenti come la terribile costruzione della torre in cui sono morte nove persone. Questa sentenza è la prova del fallimento del made in Italu, di un paese che si definisce democratico, ma che invece non vuole crescere e andare avanti.È intollerabile e inaccettabile avere all'interno del nostro sistema giudiziario magistrati immuni da responsabilità penali e civili che non fanno rispettare le leggi aumentando la criminalità organizzata. Siamo vicini ad Adele Chiello Tusa e lo saremo anche in futuro, perché in Cassazione ci saremo tutti, in nome del popolo italiano". Battaglie dolorose che meritano di essere combattute, perché se la sicurezza sul posto di lavoro non viene fatta rispettare nei tribunali, gli incidenti mortali non potranno che aumentare.

Continua a leggere Today.it

Se hai una storia da raccontare scrivici a storie@today.it

Sullo stesso argomento

Potrebbe interessarti

Today è in caricamento