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Mercoledì, 1 Febbraio 2023
IL GIALLO DELL'ANNO

Liliana Resinovich è stata picchiata, inchiesta da rifare

Dalla casa all'ex ospedale psichiatrico, ecco il percorso dei misteri. Le lesioni sul volto indicano che la donna è stata aggredita prima di morire. Le indagini ripartono da un gomitolo, ma il caso è ancora irrisolto

Liliana Resinovich, 63 anni, cinquanta chili di fisico e tanta voglia di cambiare vita, è morta due volte. La prima il 14 dicembre 2021, quando è scomparsa da Trieste. La seconda dopo il 5 gennaio 2022, quando il suo corpo è stato trovato nella boscaglia del vecchio ospedale psichiatrico e il mondo dei vivi ha pensato di archiviare il caso come suicidio. Tra queste due date, si inserisce un'altra storia. Probabilmente quella vera: qualcuno ha picchiato Liliana, l'ha nascosta per venti giorni e, direttamente o indirettamente, ha provocato il suo decesso. In altre parole, esattamente un anno dopo, le indagini devono ripartire dall'inizio: quindi, è un omicidio o un suicidio? Cominciamo dai luoghi.

Da via Verrocchio a via Weiss, il percorso dei misteri

Non c'è molto da camminare. Il giallo inizia e finisce nel raggio di un chilometro: è il cerchio, da parte a parte, dentro cui Liliana scompare viva e riappare morta. Ventidue minuti di collina a piedi, per attraversarlo. Sei minuti in macchina, magari con il cadavere nascosto nel bagagliaio. Piazza Unità d'Italia e la sua limpida bellezza affacciata sul mare sono molto più in basso.

La rivincita sull'età

Bisogna invece salire oltre l'Università. Via Verrocchio è la stradina dove Liliana abita con il marito, Sebastiano Visentin, 72 anni, ex fotoreporter di cronaca nera. Sono insieme da trentadue anni. Non hanno figli. La loro vita da pensionati sembra spensierata. Qualche mattina alla sauna in Slovenia. Le uscite in bicicletta. Le immagini dei loro tour postate su Facebook. Liliana, ex maratoneta, e Sebastiano sono due che pedalano forte. La forma sportiva è la rivincita sull'età.

Liliana Resinovich su Facebook

Poi ecco via Damiano Chiesa, la stretta discesa che dall'incrocio con via Verrocchio passa davanti alla scuola degli agenti di polizia. E piazzale Gioberti, con il capolinea degli autobus 6 e 9. Qui due testimoni avrebbero visto per l'ultima volta Liliana camminare a testa bassa, quel martedì, la mattina del 14 dicembre. Ma non c'è da giurarci. Perché le telecamere sugli autobus non l'hanno mai inquadrata. E poi si arriva alla via intitolata a Edoardo Weiss, il padre triestino della psicanalisi italiana. La strada alberata attraversa l'ex ospedale psichiatrico, dove nasce la riforma di Franco Basaglia. E dove, tra i rovi, termina la storia di Liliana Resinovich.

LA CRONOLOGIA DEL MISTERO - di Nicolò Giraldi

Il cadavere parla sempre, insegnano ai futuri medici forensi. Ma sembra che a Trieste non siano riusciti ad ascoltarlo. Così fa capire il legale incaricato dal fratello della vittima, l'avvocato Nicodemo Gentile, presidente di Penelope, l'associazione delle famiglie e degli amici delle persone scomparse. Lui però lo risentiremo più avanti. Perché se fosse stato davvero un suicidio, sarebbe andata più o meno così. Liliana Resinovich si nasconde da tutti il 14 dicembre. Anche dal marito. Lascia a casa i suoi due telefonini e la fede nuziale. Dopo la prima colazione di quel martedì, non mangia per venti giorni. E quarantotto-sessanta ore prima del 5 gennaio, senza farsi notare da nessuno, va a piedi in via Weiss e scende nella boscaglia. Si infila in testa due sacchetti della Conad. Se li lega al collo a malapena, con un debole filo di lana scuro. Poi mette i piedi dentro un sacco nero dell'immondizia e se lo tira su fino alla vita. Quindi si cala un altro sacco sulla parte superiore del corpo. Si sdraia sulla terra al freddo e aspetta di morire.

Serenamente rannicchiata e ricurva su un lato. Senza uno spasmo. Una reazione autoconservativa. Un qualsiasi movimento che possa alterare la scena. Liliana si è anche portata una borsetta nera, di quelle che non usava da tempo. Dentro soltanto le chiavi di riserva, gli occhiali da sole, un pacchetto di fazzoletti, la mascherina e una bottiglietta d'acqua. Così viene infatti ritrovata mercoledì 5 gennaio, nel pomeriggio di una giornata di pioggia a 14 gradi. Niente portafoglio, né documenti. Sono rimasti a casa con il greenpass, che in quelle settimane è ancora necessario per muoversi. Perché?

L'assurdità del suicidio

A smentire l'ipotesi del suicidio non è soltanto l'assurdità delle circostanze. Ma anche la voglia di vivere di Liliana. E soprattutto il desiderio di cambiare vita, memorizzato nella cronologia dei suoi due telefonini. Qualche tempo prima di morire ha infatti cercato su Google “come divorziare senza avvocato”. E poi “quanto tempo per ottenere un divorzio”. Quindi le visite tra gli annunci immobiliari online, a caccia di un piccolo appartamento a Trieste. Dove forse voleva andare a vivere. Anche le telefonate in memoria non sono tutte per il marito. Cinquecento partono verso l'ex fotografo di cronaca nera. Ma oltre mille chiamano il numero di Claudio Sterpin.

Sebastiano Visentin, ex fotografo di cronaca nera

Claudio è un maratoneta. Come Liliana. È stato bersagliere, autista di linea e poi programmatore nell'azienda municipale dei trasporti di Trieste. Ha 82 anni. Ma si sono conosciuti quando lui ne aveva 42 e lei 23. Poi si sono persi di vista. Trieste, però, non è una metropoli. Liliana, prima della pensione, lavora negli uffici pubblici della Regione. Corre le cento chilometri a piedi. E dopo tanto tempo si ritrovano. Dicono sia successo al cimitero. Si accorgono di ricordare ancora la data di quel loro primo giorno: il 19 dicembre 1981. E, come per Sally nella canzone di Vasco Rossi, scoprono che la vita non è stata tutta persa. Anche se al momento è una vita parallela.

LA COLLEGA: LILIANA NON AVEVA CORAGGIO - di Lucija Slavica

Arriviamo al 13 dicembre 2021. Per Sebastiano Visentin è una giornata piacevole come tante altre. Ma per Liliana e Claudio forse no. Lo è molto di più. Mancano sei giorni all'anniversario: il 19 dicembre, quarant'anni dopo. L'ex fotografo e la moglie sono in Slovenia, nella sauna di un centro termale. E dal telefono di Liliana parte questo messaggio: “In relax pensando a domani, AM”. La sigla non è la firma ma, secondo gli investigatori, l'abbreviazione di amore mio. Il destinatario è Claudio Sterpin.

Due ciclisti sfegatati

Sapere cosa dice e fa Liliana la mattina dopo, significa risolvere il giallo. I resti della prima colazione del 14 dicembre, uvetta secca e integratori alimentari, secondo l'autopsia sono il suo ultimo pasto. E poi c'è anche l'ultima persona ad averla vista viva: il marito Sebastiano Visentin. Quelle che seguono sono le sue parole, durante la prima intervista, rilasciata a TristePrima.

LA VERSIONE DI SEBASTIANO - di Nicolò Giraldi e Stefano Mattia Pribetti

"Eravamo dei ciclisti, di quelli sfegatati. Facevamo sette-ottomila chilometri l'anno... La mattina Liliana si alza di solito, fa la lavatrice intorno alle sei e dopo mette a stendere. Viene da me e mi dice: guarda, è pronta la colazione. Io mi sono alzato e abbiamo fatto colazione e dopodiché le ho detto, guarda, io vado un salto giù in città e molto probabilmente andrò a farmi un giro su per l'altopiano carsico e così ho fatto. C'ho tutti i video, tutto quanto, no? E dopodiché sono venuto a casa, sono venuto in bicicletta”. È il 21 dicembre il giorno dell'intervista e Liliana Resinovich è ancora, semplicemente, una donna scomparsa. Il marito aggiunge i dettagli del suo lungo in giro in bici, luoghi visti, piste ciclabili, svolte. Anche troppi. E spiega che non si è fermato subito a casa.

Il post su Facebook del marito Sebastiano Visentin

“Dopo sono andato, mi pare, a fare un saltino in città ancora – continua Sebastiano Visentin – e dopo ho messo la bici in macchina e poi sono andato a casa, verso le quattro, così, forse le tre e mezzo, quattro, non so, gli orari, ormai, non capisco più niente. E dopodiché, niente, ho aspettato. Sono arrivate le sei, ho cominciato a preoccuparmi, ho chiamato i nostri amici qua che abitano vicino a noi e ho detto, scusate, ascolta, non è venuta a casa... Sono arrivate le dieci di sera e ho detto bah, andiamo in questura”.

La polizia a Trieste è alle prese con le assenze per i dipendenti novax. Sono i mesi delle manifestazioni in città. Non è, insomma, che la scomparsa di Liliana Resinovich sia la prima preoccupazione. Una volta ritrovato il cadavere il 5 gennaio, però, l'autopsia più che dare risposte, pone altre domande.

Venti giorni di buio

Liliana, secondo i consulenti legali, è morta per arresto cardiaco. La data del decesso sarebbe intorno al 3 gennaio. La posizione rannicchiata del cadavere non fa immaginare nulla di particolare. Non ci sono lesioni mortali. Gli indumenti sono puliti, così come il corpo è curato. L'ultimo pasto è comunque la colazione del 14 dicembre. E in venti giorni senza cibo, almeno fino al 3 gennaio, il fisico non ha perso peso. Non essendo Liliana un extraterrestre, qualcosa non quadra. Come ha evidenziato Nicodemo Gentile, l'avvocato che assiste la famiglia Resinovich nell'indagine. Liliana, prima di morire, secondo il legale è stata infatti picchiata. E da qui bisognerebbe ripartire.

LA MESSINSCENA DEL CORDINO - di Stefano Mattia Pribetti

“Innanzitutto l'epoca della morte. Nessuno voleva una datazione in termini di minuti e secondi, ma c’è un buco di quasi venti giorni dalla data della scomparsa a quella della morte – fa notare l'avvocato -. Il dato, a mio avviso, è che ci sono dei segni che prescindono dal suicidio. Come le lesioni traumatiche sulla parte sinistra della testa, una piccola lesione sulla lingua, un livido su una gamba”.

Liliana Resinovich in una foto scattata dal marito

Ci sono poi la tumefazione all'occhio destro, un'apparente lacerazione allo zigomo dello stesso lato. E una perdita di sangue dal naso. “Tutti questi segni – continua il legale – letti in modo globale e non in modo parcellizzato, ci fanno dire che con ogni probabilità c'è stato un alterco, un momento di discussione energica e che Liliana sicuramente è stata strattonata e colpita e che poi, anche in ragione di un'aritmia acuta, è morta. Liliana è stata probabilmente conservata chissà dove, poi è stata trasportata. Anche quella posizione dormiente potrebbe farci pensare alla conservazione iniziale in un bagagliaio. E poi in qualche dolina. Questi segni ci sono e non ci si può girare dall’altra parte e considerarli accidentali, non è così. Innanzitutto, dobbiamo capire in quale momento sono stati inferti: perché è successo questo?”.

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Dopo un anno, nemmeno gli investigatori della squadra mobile sono più convinti del suicidio. I due sacchetti infilati in testa e il filo di lana intorno al collo appaiono piuttosto come una messinscena riuscita male. La prova è la convocazione di Sebastiano il 28 novembre in Procura. Gli fanno notare le similitudini tra quel filo di lana e un gomitolo sfuggito a una prima perquisizione, nei cassetti dell'appartamento di via Verrocchio. Lo sentono per un'ora e mezzo. Poi il marito se ne torna a casa nella sua solitudine. Anche Claudio passerà l'anniversario del 19 dicembre solo. L'inchiesta, però, può ancora ripartire. E, ora che non c'è più, è l'unico regalo che si possa fare a Liliana.

IL CASO RESINOVICH, LO SPECIALE DI TRIESTEPRIMA  

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