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Mercoledì, 19 Giugno 2024
La testimonianza

"Io, dottoressa discriminata: così sono scappata dall'ospedale"

"Gli specializzandi? Manovalanza per portare avanti il reparto". La testimonianza di una giovane nefrologa dopo la nostra inchiesta sui medici "condannati a essere depressi e incapaci"

"Non mi formavano, non mi insegnavano nulla, davano per scontato che fossi già autonoma perché, per loro, gli specializzandi erano manovalanza per portare avanti il reparto mentre i professori potevano fare ricerca. E se qualcosa andava storto, erano umiliazioni anche pubbliche. Oggi sto meglio ma non sono più tornata a lavorare in un ospedale pubblico e quel periodo resta una ferita che mi porterò dietro per tutta la vita". Dopo l'inchiesta di Today sulla generazione di medici depressi e incapaci, ha deciso di raccontare anche la sua esperienza Marta, nome di fantasia perché, come ci ha spiegato lei stessa, "di quei personaggi non ti liberi mai, sono gli stessi alla scuola di specializzazione e te li ritrovi nelle commissioni dei concorsi. Poi, anche se esci dall'ambito universitario, se sei rimasto in cattivi rapporti, non sfuggi alle loro ripicche".

Stiamo crescendo una generazione di medici depressi e incapaci

Con la voce a tratti rotta dalle lacrime, Marta ripercorre gli anni della scuola di specializzazione in Nefrologia in un grande ospedale di Roma. "Mi hanno plagiato - prosegue la giovane dottoressa -. Sono riusciti a convincermi che non fossi all'altezza e mi sono sentita inadeguata per anni. Gli stessi anni in cui ci sono stati anche dei decessi nel reparto. Mi sono sentita in colpa. Mi sono venuti gli attacchi di panico. Mi ha aiutato intraprendere un percorso con uno psicoterapeuta".

Il racconto di Marta, nefrologa romana

Dopo la laurea in medicina, Marta ha deciso di diventare nefrologa: una dottoressa che si occupa di malattie renali. È entrata in una scuola di specializzazione di uno degli ospedali della Capitale. Dovevano essere quattro anni di formazione professionale. È stato il periodo più buio della sua vita. "Quando sono entrata in specializzazione, era uno dei primi concorsi nazionali, così ho scavalcato alcuni colleghi che, a loro dire, sarebbero dovuti entrare al posto mio e questo ha deposto subito a mio sfavore - racconta Marta -. Il problema dei turni c'era perché io fisicamente non li reggevo e, dopo una notte di guardia, me ne andavo a casa quando, per i professori e medici strutturati, sarei dovuta restare in turno anche il giorno successivo. Questo ha ulteriormente contribuito a generare dei malumori".

Eppure, come da normativa, è un diritto il così detto smonto-notte. "Per quanto ci siano dei diritti, non ti conviene farli valere - continua Marta - perché ti metti contro persone che possono decidere del tuo destino, persone da cui dipende tutto: i turni, le ferie, la vita quotidiana, gli esami e, se ti dice male, anche l'esito di un futuro concorso da specialista. Insomma, Marta si è trovata subito stritolata in un sistema dove la formazione è una chimera e l'unica possibilità è assecondare ogni richiesta provenga dai medici più vecchi. Il tutto con l'ulteriore difficoltà di trovarsi in un ospedale con unità operative ed equipe differenti, in continua competizione fra di loro. Una contesa consumatasi sulla pelle dei più giovani.

"Il primo anno sono capitata in uno dei servizi - continua a raccontare Marta - con una professoressa che mi chiamava per le cose di reparto giorno e notte, anche i festivi e non esistevano riposi. Se avevo un problema mi manipolava a livello psicologico, facendomi sempre sentire sbagliata. Qualunque cosa non andasse, il problema ero sempre io e, anche se non me ne rendevo conto, mi faceva sentire sempre inadeguata. Di questo mi sono anche confrontata con altri colleghi che venivano da quella scuola ed è un trauma che ci portiamo dentro in molti. I prediletti erano invece perfettamente integrati in quel sistema malato e contribuivano ad alimentarlo".

Ma perché una docente dovrebbe fare una cosa del genere? "Ogni professore all'interno ha persone che lo scelgono per pubblicare articoli scientifici. Più hai specializzandi che vogliono pubblicare, più hai manovalanza, più pubblichi e hai potere. Lei dava per scontato che chi stesse lì la seguisse ma io non volevo pubblicare con lei e così, in maniera subdola, mi ha convinto per molto tempo che io non fossi in grado di fare il medico. Lei poi con le parole ci andava giù pesante: mi diceva che ero un'incapace, che non sapevo fare le cose, che non sapevo muovermi. Voleva che gli specializzandi portassero avanti il reparto al posto suo mentre lei poteva fare la sua ricerca. Non ti formava e anzi ti faceva sentire incapace. Insomma già il primo anno mi hanno sbattuta in reparto con pazienti gravi, senza nessuno che mi insegnasse e con i dirigenti che mi chiedevano di fare ciò che avrebbe dovuto fare uno specializzando esperto".

In quegli anni Marta lavorava giorno e notte. Soprattutto la notte poi era una tensione continua perché, chi faceva le guardie era spesso da solo e doveva badare a tutto il dipartimento, il che significava controllare, da specializzando, diversi reparti nello stesso turno. Non di rado capitava di essere chiamati per le urgenze in più reparti contemporaneamente. "In quegli anni ci sono stati dei decessi brutti. Li ho vissuti male perché, anche se non è colpa tua, ti senti responsabile per non aver avuto le giuste competenze. Il tutto nell'indifferenza dei miei responsabili che, arrivavano il giorno dopo, vedevano la cartella e non battevano ciglio. Quando rivivo quei momenti, esce tutta la parte emotiva che ancora non ho elaborato perché, una volta uscita da lì, ho voluto dimenticare tutto. Per me è stata troppo dura".

Vi mettereste mai nelle mani di questi medici?

Sono stati tanti i momenti difficili per Marta. "Se c'era un errore in una cartella, ti facevano una piazzata davanti a tutti gli altri, ero terrorizzata qualunque cosa facessi. Anche la cosa più semplice che ti lasciavano fare, te la vendevano come chissà cosa e se fallivi era il modo migliore per mortificarti. E non si poteva fiatare, in un clima irrespirabile anche tra specializzandi, alimentato da professori e medici strutturati. Ricordo quando una volta mi sono trovata con una specializzanda più grande che, in teoria, mi avrebbe dovuto guidare nell'apprendimento. Lei non voleva dividere con me i turni perché era sempre stata abituata a sottomettere i più giovani. Quando ho provato ad alzare la testa, ha cominciato a urlami in faccia, spingendomi spalle al muro. Ho temuto che mi mettesse le mani addosso".

Quell'inferno è durato due anni, lasciando cicatrici indelebili. "Sono cresciuta con la convinzione di non valere nulla. Ho iniziato ad avere l'ansia e gli attacchi di panico. Sono stata da uno psicanalista, con cui ho lavorato per ricostruire un'autostima lacerata". Marta ha provato a fuggire, ha tentato di entrare in un'altra specializzazione ma non ci è riuscita. Per fortuna, col passare degli anni, le cose sono migliorate. Alcuni degli specializzandi più anziani se ne sono andati, è cambiato il direttore di scuola e ha ritrovato un ambiente più sano, andando anche a lavorare in una sede distaccata fuori Roma.

Oggi Marta è una nefrologa specializzata ma si porta ancora dietro il trauma di quella vita di terrore. "Non volevo più avere a che fare con quelle dinamiche, ho cambiato carriera, nel senso che non ho più voluto lavorare in ambito ospedaliero. Però ho fatto diversi concorsi e li ho vinti tutti, inoltre, da lì in poi, ho ricevuto attestati di stima da parte dei miei colleghi. Mi meravigliavo perché ero cresciuta con l'idea di non valere nulla. Invece poi ho metabolizzato quell'esperienza e ho capito che non ero io il problema. Se ci ripenso mi fa stare male ma oggi ho una nuova consapevolezza, cerco di prendere il buono di quello che è stato e penso sempre che, se ho superato tutto questo, oggi posso superare tutto". 

Sindacato medici italiani (Smi): "Basta silenzio, coinvolgiamo i cittadini"

"È struggente il racconto di Marta, collega ormai specializzata che ci ha aperto uno spiraglio su quella che è stata la sua vicenda da specializzanda, che l'ha lasciata con molti dubbi e soprattutto con delle insicurezze che ha superato grazie alla sua forza e tenacia. Con amarezza molti possono, tuttavia, condividere un trascorso comune con la sua storia". A dirlo a Today è Paolo D'Intinosante, responsabile nazionale del settore formazione e prospettive del Smi (Sindacato medici italiani).

Paolo D'Intinosante, responsabile nazionale del settore formazione e prospettive del Smi (Sindacato medici italiani)

"Parlare di queste vicende è fondamentale anche se non vogliamo coltivare un ambiente di terrore o ancor peggio dissuadere i colleghi dall'intraprendere il percorso che hanno sognato di seguire fin da bambini - prosegue D'Intinosante -. Esistono le eccellenze, esistono le storie a lieto fine. Il nostro dovere e la nostra solidarietà, però, risiedono lì dove ci sono colleghi in difficoltà. Ebbene, la nostra comunità è la nostra forza, la spinta a condividere le vicende negative e a porre le domande scomode deve essere sempre rinvigorita, il silenzio non può essere tollerato. Un applauso e tutto il nostro rispetto vanno a chi come Marta ha deciso di mostrare l'aspetto umano e la vulnerabilità che si celano dietro le dinamiche della professione medica e del suo percorso formativo".

Poi il giovane sindacalista si rivolge ai cittadini quando dice che bisogna "trasmettere il messaggio che dietro il camice non c'è la lobby o la casta ma un essere umano in tutta la sua fragilità e come tale può essere vittima di ingiustizia. Il nostro lavoro e la nostra etica ci portano istintivamente al sacrificio ma questo non può avvenire a costo della dignità professionale o della salute mentale del medico. Alla cittadinanza chiediamo quindi di leggere per intero questo articolo di giornale, di ascoltare il racconto dell'amico dei vostri figli o nipoti e non voltarsi dall'altro lato di fronte a queste storie ma anzi di prendere parte attiva nelle manifestazioni e di indignarsi di fronte a queste storie. Infine, torno a dire che medici specializzandi demotivati e non formati adeguatamente rappresentano uno scenario incompatibile con la sopravvivenza di un sistema sanitario pubblico, universale ed egualitario".

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