Mercoledì, 12 Maggio 2021
L'opinione di Gianluca Anoè

L'opinione di Gianluca Anoè

A cura di Gianluca Anoè

È già finito l'effetto Clubhouse?

I fondatori di Clubhouse, Paul Davison e Rohan Seth

Da mesi non si fa che parlare di Clubhouse, il social network basato sulle stanze audio virtuali creato in piena epoca pandemica che in meno di un anno ha raggiunto un valore superiore ai 4 miliardi di dollari. È stato elogiato a destra e a manca, spinto anche dalle valutazioni lusinghiere di vere e proprie colonne della tecnologia, come Elon Musk e Mark Zuckerberg.

È stata la grande novità degli ultimi 12 mesi, difficile dire il contrario. Un social nuovo e diverso dalla concorrenza, che ha bandito foto, video, storie, post e ha creato un ecosistema basato esclusivamente sulla voce. Ma la creatura di Paul Davison e Rohan Seth ha dimostrato di avere una lunga serie di limitazioni, che lo hanno reso un prodotto "elitario". Clubhouse ha infatti dei paletti:

  • si accede solo su invito diretto
  • può essere utilizzato solo su dispositivi iOS (gli iPhone, per intendersi)
  • le stanze sonore hanno una "capienza" massima di 5mila utenti

Twitter ha lanciato il guanto di sfida a Clubhouse

È proprio per quelle che da molti utenti sono viste come limitazioni che la concorrenza si è fatta sempre più agguerrita, ed è entrata a gamba tesa per aggredire l'astro nascente delle community. Come? Creando un prodotto per tutti, accessibile senza limitazioni e da qualsiasi device. C'è poi chi ha voluto arricchire l'idea della piattaforma audio, dando vita a delle alternative altrettanto valide e, forse, migliori. Il nemico più agguerrito di Clubhouse, ad oggi, è Twitter, che ha lanciato Spaces, piattaforma fotocopia - verrebbe da dire - che è entrata come una lama nel burro nella limitazione principale di Clubhouse, quella di non essere disponibile per i dispositivi Android. Twitter ha già rilasciato nel mese di marzo la beta per gli utenti di Big G, che possono accedere agli "spazi sonori" e parlare (per ora l'unica limitazione è l'impossibilità di creare delle stanze).

Ma l'emulo di Clubhouse - di questo si tratta in fin dei conti - sarà disponibile anche in versione web. L'obiettivo è evidente: rosicchiare una fetta corposa di potenziali utenti, ad oggi molto numerosi, di Clubhouse.

La risposta di Facebook

C'è anche da dire che altri colossi si sono mossi o si stanno muovendo con rapidità. Facebook, ad esempio, ha deciso di fare sul serio, lanciando nel prossimo futuro una serie di prodotti che sfrutteranno a pieno la voce. Ci saranno stanze audio su Facebook e Messenger, ma anche un nuovo formato di post sonori che si chiameranno Soundbite, podcast e una serie di strumenti che permetteranno di creare audio in modo professionale.

Come spiegato da Fidji Simo, vicepresidente e responsabile dell'app Facebook, l'obiettivo è quello di sfruttare l'audio in modo semplice e coinvolgente, creando una piattaforma che possa portare l'utenza anche a trarne dei profitti. La vera sfida a Clubhouse, ad ogni modo, sta nelle stanze audio in diretta, "spazi perfetti per le community per concentrarsi su argomenti che si hanno a cuore". A quanto sembra, il nuovo format sarà testato inizialmente nei gruppi, utilizzati ogni giorno da decine di milioni di utenti in giro per il mondo, e sarà affiancato da Soundbite, dei brevi clip audio attraverso i quali registrare aneddoti, battute e poesie.

Telegram non sta a guardare

Nel frattempo anche Telegram si è buttato nella mischia, "copiando" Clubhouse con la funzione Voice Chat 2.0, lanciata a marzo solo per dispositivi Android, che permette di aprire e partecipare a conversazioni audio. Le chat sonore di Telegram si differenziano, tuttavia, da quelle di Clubhouse, per due elementi in particolare:

  • i partecipanti possono decidere di restare "anonimi", scegliendo di farsi elencare semplicemente tra gli ascoltatori, senza rivelare il loro vero nome o nickname
  • gli amministratori di una stanza virtuale hanno facoltà di registrare tutto o parte dell'evento audio, per ripubblicarlo in un secondo momento.

Il risultato della bagarre è stato piuttosto impietoso per Clubhouse. Se è vero che in pochi mesi è passato da un valore di poche centinaia di milioni di dollari a oltre 4 miliardi, infatti, la crescita degli utenti si è inceppata. Anzi, più propriamente è crollata. Secondo i dati di marzo 2021, elaborati dalla società di analisi Statista, i download della piattaforma sarebbero scesi di quasi il 70% (esattamente 69,4%), passando da oltre 9 milioni a febbraio a meno di tre milioni a marzo.

Attualmente, invece, Clubhouse ha raggiunto 14 milioni di download in tutto il mondo, dei quali 500mila in Italia. Si tratta di numeri importanti per un social con un solo anno di vita, ma a fronte di un processo di crescita accidentato e di una concorrenza agguerita (che può sprigionare una potenza di fuoco di certo non irrilevante), pensare che l'approccio elitario della piattaforma possa pagare a medio-lungo termine sembra utopico.

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