Martedì, 23 Luglio 2024
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"Non è stato un festino finito male": l'omicidio Varani a teatro, parla il regista

Nella piéce teatrale "L'Effetto Che Fa", Giovanni Franci mette da parte i dettagli morbosi dell'atroce delitto per far luce su una situazione sociale allo sbando

"L'Effetto che fa" è la risposta che Manuel Foffo e Marco Prato hanno dato agli inquirenti quando gli è stato chiesto come mai avessero torturato e ucciso Luca Varani. Ora è anche il titolo dello spettacolo teatrale scritto e diretto dal giovane autore Giovanni Franci, coetaneo dei protagonisti dell'efferato omicidio avvenuto nel marzo 2016. Un delitto atroce che ha riempito per mesi giornali e programmi televisivi, nutrendo i media con dettagli inquietanti di quella che forse è la peggior pagina della cronaca nera degli ultimi anni.

La piéce, in scena fino all'8 novembre 2017 nel nuovo spazio Off Off Theatre Festival a Roma, fa invece luce su altro, come ci ha spiegato il regista Giovanni Franci. 

"L'effetto che fa" è uno spettacolo ispirato all'omicidio di Luca Varani. Da dove è nata l'idea?
"Da autore, quando scelgo un progetto, parlo sempre di cose che mi fanno stare particolarmente male. Come autore, l'unico modo che ho per superare il malessere è iniziare a scriverlo per capirlo. Questa era una storia che mi sfuggiva, avvertivo fastidio per come veniva trattata dai media, in maniera morbosa. Tutti concentrati sui dettagli morbosi di questa vicenda, per poi ghettizzarla come un festino gay tra drogati. Mi sembrava troppo riduttivo. Scrivendo sono venuti fuori tutti i protagonisti, una Roma lasciata andare a se stessa, il consumo sfrenato di droga e sesso, le famiglie sullo sfondo. L'omicidio di Luca Varani mi ha riportato al delitto del Circeo. Anche lì gli assassini venivano dalla Roma bene, erano ragazzi di buona famiglia. Quel caso fu dimenticato. Questo caso rischia di essere archiviato come un festino finito male, invece dietro c'è una situazione sociale allo sbando, ci sono storie familiari".
Sull'omicidio di Luca Varani, durante le indagini, sono emersi dettagli inquietanti. Il peggiore è forse quello che ha ispirato il nome di questo spettacolo, appunto la decisione di uccidere per vedere "l'effetto che fa". Sul palco c'è più noir o introspezione dei protagonisti di questo atroce delitto?
"Credo sia molto plausibile arrivare a fare una cosa del genere per vedere l'effetto che fa. Non è bastata la droga, né il sesso per riempire il vuoto dei protagonisti, e sono arrivati a questo. Faccio un punto della situazione nei primi 40 minuti di spettacolo, per ricostruire la storia. Poi si comincia a riflettere per tutta l'ora successiva. Nella bilancia il piatto dell'introspezione è quello che pesa di più".
Si è fatto sentire qualche familiare?
"No, nessuno".
Per decidere di portare in scena un efferato omicidio, significa che si ha una certa sicurezza sull'interesse del pubblico. Perché negli ultimi anni tanta attrazione verso la cronaca nera, che prima si leggeva solo sui giornali, o al massimo nei libri, mentre adesso si sceglie di vedere in prima serata o, appunto, anche a teatro?
"Credo che il modo di affrontarla degli altri stimoli le curiosità morbose delle persone. Nel mio spettacolo invece non c'è niente di tutto questo. E' un teatro più tragico e sociale il mio. Tutti pensano che il teatro è moribondo, tornare per una volta alla cronaca nera, fatta bene, può rianimarlo. Interrogarsi sugli eventi che ci hanno ferito, parlarne subito: il teatro può farlo in maniera efficace, libera e onesta, senza le trappole morbose tipiche della tv".
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