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Venerdì, 14 Giugno 2024

Sandra Figliuolo

Giornalista Palermo

Chiara Ferragni è solo l'orribile specchio del capitalismo

La cosa seccante è che quando se ne parla non si fa altro che alimentare l'algoritmo che genera aria fritta, like, commenti, idiozia e tanti, tanti soldi. E poi è estremamente fastidioso il fatto che non c'è alternativa: o ti piace, è fantastica, bellissima, intelligentissima, grande imprenditrice e bla bla bla o allora sei solo invidiosa perché sei brutta, sporca, cattiva (e povera). Non si può semplicemente dire che Chiara Ferragni ha un unico grande merito: essere lo specchio e il simbolo del mondo vuoto, individualista e squallido in cui viviamo.

Non si può dire che Chiara Ferragni è il prodotto - non delle rivoluzioni culturali e dei costumi, non del femminismo e delle lotte delle nostre madri e nonne - ma di quel capitalismo rapace e annientatore che si regge sul consumismo (e che si lava la coscienza con la beneficenza). Non si può scomodare la Scuola di Francoforte, Fromm e Marcuse per far capire che la libertà, quella rappresentata da Ferragni, è la più grande delle prigioni, perché prevede che ogni desiderio e ogni pulsione siano incanalati esclusivamente sugli oggetti da comprare e possedere, che si è ciò che si ha e che ci si autodetermina soltanto scegliendo tra una marca e l'altra.

Un mondo triste, senza empatia e solidarietà, greve e profondamente ingiusto, ma nascosto dietro lustrini e paillettes, e, poiché privo di Cultura, inevitabilmente pure senza senso critico. Un mondo dove esistono folle che acclamano una donna di 35 anni che ha la proprietà di linguaggio di una ragazzina di 13, che, pur essendo a capo di un impero, non è però in grado di parlare con sicurezza in pubblico per 8 minuti, di formulare frasi che prevedano anche qualche subordinata. Che mette in fila - più che dei concetti - una serie di meme e luoghi comuni, indossando la maschera dell'insicurezza e della fragilità per tentare di schivare le inevitabili critiche di chi non ci casca. Modello per migliaia (forse milioni) di persone, capace - sempre secondo gli algoritmi - di dettare mode e trend, influencer tra le più note al mondo, ma vestita francamente male (a furia di voler essere originali a tutti i costi si diventa spesso ridicoli). Il nudo disegnato, signori, dice più di un quadrato semiotico.

"Essere donne non è un limite" ha detto dal palco dell'Ariston l'altra sera (dove ancora una volta è riuscita a parlare solo di se stessa: è lei il prodotto in vendita, è chiaro?), quasi con un moto di rivolta, ma sempre ossequiando il pensiero dominante del momento. Siamo nel 2023, pensare che questo possa essere uno slogan femminista vuol dire non avere neanche la più vaga idea della rivoluzione senza tempo di Aretha Franklin che nel 1967 canta "Respect", per esempio, o più banalmente dell'ombelico di Raffaella Carrà o dei reggiseni in bella vista di Madonna. Vuol dire avere la presunzione di poter cambiare la Storia senza tuttavia conoscerla affatto.

In una società in cui la libertà si misura dai conti in banca e dal numero di followers, Chiara Ferragni è effettivamente libera. Molto meno lo sono tutte quelle donne che magari da lei sono pure affascinate (e comprano i prodotti col suo orribile marchio per cercare di somigliarle), ma che nascono e crescono in quartieri degradati, che restano incinta a 14 anni perché in questo Paese "libero" l'educazione sessuale alla scuola dell'obbligo è un tabù, che non possono studiare perché bisogna portare il pane a casa, consumandosi lavando scale o sciacquando piatti per avere a 35 anni (e 3 o 4 gravidanze) i tratti di una sessantenne. Oppure avere studiato, essere preparatissime, ma dover esercitare professioni delicatissime (dal medico all'avvocato, dal giornalista all'architetto) con paghe che non arrivano ai mille euro al mese.

Non c'era neanche l'ombra del femminismo più becero nel monologo della signora Ferragni, non c'era un grammo di libertà nei rudimentali pensieri che ha cercato di esprimere. E ciò che è peggio: neanche le emozioni erano vere. Solo un lunghissimo (ed insopportabile) spot per vendere, vendere, vendere. Monetizzare, e in questo è effettivamente bravissima. Ma io sogno un mondo in cui conti l'Essere e non l'Avere, in cui le persone siano libere perché hanno tutte accesso agli strumenti per imparare, conoscere, sapere e quindi pensare e scegliere, compiendo azioni un po' più impegnative di mettere un like come scimmie ammaestrate. In cui i monologhi li fanno persone che hanno qualcosa da dire e che con la forza delle parole riescono a cambiare la realtà. In meglio.

Non si può dire? E io lo dico senza alcuna invidia: dietro i selfie e i trucchi c'è il nulla assoluto e non ci vuole neanche tanto a smascherarlo. Basta avere quella capacità di pensare e ragionare contro la quale personaggi come Ferragni investono ogni secondo della loro esistenza e ogni energia per poter governare meglio masse di imbecilli.

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