Venerdì, 18 Giugno 2021

Caso Vannini, parlano i soccorritori di Marco: "Siamo stati ingannati da Ciontoli"

Alle Iene la testimonianza degli operatori del 118. E per la prima volta dice la sua anche il comandante della stazione dei Carabinieri di Ladispoli: "Ciontoli mi chiamò all'una e un quarto di notte, mi disse che aveva fatto un casino"

Alle Iene parlano i primi soccorritori di Marco Vannini, il ragazzo morto a 20 anni a seguito di un colpo partito dalla pistola impugnata dal padre della fidanzata Antonio Ciontoli (da poco condannato"anche"in Appello, con pena ridotta da 14 a 5 anni). E per la prima volta, intervistato da Giulia Golia, dice la sua anche il comandante della stazione dei Carabinieri di Ladispoli, Roberto Izzo, che fu il primo ad arrivare al pronto soccorso in cui venne portato Marco Vannini. 

Il servizio delle Iene prova a ricostruire minuziosamente cosa accadde quella sera. "Avrei voluto fare tanto di più, se me lo avessero concesso, siamo stati ingannati", racconta Ilaria, l'operatrice del 118 che insieme ad un collega soccorse per prima il giovane. Quella sera, prosegue, "mi venne incontro il signor Ciontoli e mi disse che c'era un ragazzo che era stato colto da un attacco di panico e si era sentito male".

"Marco era sdraiato in terra, cosa che non accade molto spesso, di solito li troviamo sul letto o sul divano". Invece Marco era per terra "con la testa rivolta verso le scale e le gambe alzate, gliele teneva la signora Pezzillo". 

"Marco non riusciva a parlare", così per sapere cosa fosse successo gli operatori hanno chiesto proprio ad Antonio Ciontoli. "Lui mi disse che stavano in bagno e che Marco era scivolato accidentalmente". Secondo la versione raccontata da Ciontoli ai sanitari, "dopo essersi punto con un pettine" Marco "era stato colto da un attacco di panico".

In casa c'erano anche gli altri componenti della famiglia, racconta ancora l'operatrice del 118, "ma parlò solo il signor Ciontoli e Federico annuiva a tutto ciò che diceva il padre".

Il padre di Martina disse: "Se volete lo portiamo noi in ospedale"

"Mentre noi visitavamo Marco e prendevamo tutti i parametri, lui [Antonio Ciontoli] ci disse: 'Se volete lo portiamo noi in ospedale'. Hanno insistito più di una volta come se ci volessero liquidare. Abbiamo subito capito che c'era qualcosa che non andava, era troppo incongruente quello che presentava Marco con ciò che ci veniva riferito dal signor Ciontoli. Avrei voluto fare tanto di più, se me lo avessero concesso, siamo stati ingannati. Nelle emergenze esiste la così detta golden hour, l'ora d'oro, in cui se si raccolgono tutte le informazioni corrette si agisce tempestivamente, questo a noi è stato impedito". 

Il comandante dei carabinieri: "Ciontoli mi chiamò all'una e un quarto di notte"

Nel giro di poco la situazione precipita. Antonio Ciontoli, preso dal panico, chiama il comandante della stazione di Ladispoli. "Ho ricevuto la telefonata da questo signore all'uno e un quarto di notte - racconta alle Iene Roberto Izzo - e lui mi dice: 'Robbè, Robbè corri, che ho fatto un casino'. Quando sono arrivato là me li sono trovati tutti schierati, tutta la famiglia Ciontoli".

"Quando l'elicottero si è alzato per trasferire Marco al policlinico Gemelli - racconta ancora Izzo - ho detto alla famiglia Ciontoli: 'Ora voi andate tutti in Caserma'. Poco dopo mi arriva la chiamata che l'elicottero stava rientrando". 

Quelle parole di Ciontoli mai messe a verbale

Quella notte, secondo quanto raccontato al processo dal brigadiere Manlio Amadori, Ciontoli avrebbe detto a un certo punto di doversi fermare 'altrimenti inguaio mio figlio'. Perché pronunciò quelle parole davanti ai carabinieri? E perché quelle affermazioni non vennero messe a verbale ma sono saltate fuori solo durante la testimonianza del brigadiere in aula? Lo stesso Izzo non riesce a spiegarselo. E' stata una cazzata non averle messe a verbale? "Col senno di poi potrebbe", ammette il comandante. 

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