Martedì, 2 Marzo 2021

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Power 100, il sistema dell'arte è attivista e non occidentale

La classifica di Art Review guidata dal Black Lives Matter

Milano, 4 dic. (askanews) - Le battaglie per i diritti e il processo di de colonizzazione sono i temi che più stanno influenzando il mondo dell'arte, che oggi appare più che mai orientato a un'idea importante di policentrismo e di impegno radicale. E' quanto emerge dalla nuova classifica "Power 100" che la rivista internazionale Art Review stila ogni anno elencando le personalità più influenti nel Sistema dell'Arte. E, per la prima volta, a guidare la classifica non è una persona, bensì un movimento, il Black Lives Matter, che è diventato simbolo delle battaglie anti razziste negli Stati Uniti, ma anche in tutto il resto del pianeta. Una forma di impegno e attivismo civile che il mondo dell'arte del 2020 percepisce con particolare urgenza e sul quale informa molte delle proprie azioni.

Al secondo posto della classifica di Art Review un altro collettivo, questa volta di artisti, ma chiamati a indossare i panni dei curatori: si tratta dei ruangrupa, che da Jakarta sono stati scelti per dirigere la prossima edizione di Documenta a Kassel. Ma che - sottolineano dalla rivista - nel pieno della pandemia globale hanno trasformato i loro spazi di lavoro in cucine e si sono messi a produrre dispositivi di protezione per le persone bisognose. L'America che fu di Trump appare lontanissima da questi lidi, e anche sul terzo gradino del podio di "Power 100" si trovano due accademici francesi che si sono battuti per la restituzione degli artefatti africani depredati durante il Colonialismo: Felwinw Sarr e Bénédicte Savoy. Un altro gigantesco segnale di una energia di protesta che il mondo dell'arte sente scorrere nelle proprie vene.

La classifica poi prosegue sulla stessa falsariga: il MeToo risale al quarto posto e con esso il poeta e attivista afroamericano Fred Moten, quinto. E il primo artista nel senso più, se così si può dire, tradizionale del termine è solo sesto, seppure grandissimo: Arthur Jafa, cantore della blackness e Leone d'Oro alla Biennale d'arte del 2019. La linea, insomma è tracciata: più direttori di museo, come Glenn Lowry del MoMA di New York, e accademici radicali rispetto agli artisti.

L'Italia, nella classifica di Art Review, appare per la prima volta al 35esimo posto, con Miuccia Prada, sempre influente a livello globale, ma in calo di 24 posizioni rispetto all'anno precedente. E poi, ancora donne, ecco la curatrice della prossima Biennale d'Arte del 2022, Cecilia Alemani, 48esima, e ancora Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, presenza stabile della classifica, quest'anno al 68esimo posto. Tra i top 100, invece, non compare nessun artista italiano.

Quale che sia l'importanza che si vuole attribuire a questa graduatoria, resta il fatto che da anni è un indicatore di tendenze, umori, aspirazioni che girano intorno all'arte. E nel 2020 della pandemia e del crollo delle relazioni dirette a emergere sono l'attivismo e l'impegno. Forse perché le crisi sono anche momenti di grande opportunità di cambiamento e di redistribuzione. Almeno in teoria.

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