Martedì, 2 Marzo 2021

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Sfingosina-1-fosfato: la molecola che ci pùò salvare dal Covid-19

Studio di Aeronautica Militare, Policlinico e Università Milano

Milano, 18 dic. (askanews) - Si chiama Sfingosina-1-fosfato ed è una piccola molecola lipidica la cui presenza - in piccole o grandi quantità - nel sangue dei pazienti Covid può far capire, da subito, quanto grave sarà la malattia e decidere, quindi, le cure più opportune.

Studiata dal 2014 in ambito tumorale, dove contribuisce a creare vasi sanguigni per apportare nutrimento alle cellule cancerogene, nel Covid, in cui i vasi vengono distrutti dal processo infiammatorio, funziona come biomarcatore in senso opposto.

La scoperta è italiana, fatta da un team di ricercatori dell'Università di Milano, del Policlinico di Milano e dell'Aeronautica Militare, coordinato dalla biochimica Laura Riboni e dallo pneumologo Stefano Centanni dell'Università di Milano.

"Questo studio - ha spiegato Centanni ad askanews - ha dimostrato che un basso livello di Sfingosina-1-fosfato è associato a quadri più gravi della malattia, quindi, dosandola, nel paziente valutato per una patologia Covid sapere che il dosaggio è basso lascia il dubbio che ci possa essere un'evoluzione negativa. Se invece il dosaggio permane alto, il paziente potrebbe avere un decorso buono, in qualche maniera".

A guidare la squadra di esperti il capitano medico dell'Aeronautica Militare, Giovanni Marfia dell'Istituto di Medicina Aerospaziale di Milano-Linate e ricercatore del Policlinico.

"Questa polmonite da Covid - ha spiegato il giovane ufficiale - ha delle manifestazioni totalmente diverse dalle polmoniti tipiche finora conosciute. Allora abbiamo pensato che potesse avere un ruolo, perché era evidente che la malattia era innescata dal virus che però faceva solo da miccia d'innesco, seguito da una reazione infiammatoria, mediata dal sistema immunitario, importante che in alcuni individui dava un quadro molto grave mentre in altri si risolveva o si autolimitava con pochi sintomi. Cosa abbiamo fatto? Abbiamo arruolato 111 pazienti affetti da Covid con diversa severità, stratificandoli in base al quadro clinico, alcuni asintomatici, altri con pochi sintomi, altri richiedevano un ricovero a bassa intensità o la terapia intensiva e alcuni sono deceduti. Abbiamo dosato tantissime cose tra cui la Sfingosina-1-fosfato e abbiamo visto che i pazienti che al momento della diagnosi di infezione da Covid avevano valori più bassi rispetto a quelli fisiologici avevano una probabilità molto più alta di sviluppare un quadro clinico severo, se non si fossero messe in atto contromisure adeguate".

Una delle contromisure, insieme con le altre terapie, è per esempio il cortisone, ma il vero vantaggio è la diagnosi precoce; sapere prima con che tipo di paziente si ha a che fare.

"La somministrazione di cortisone - ha precisato il professor Centanni - contribuisce a innalzare il livello degli Sfingolipidi".

"Le strategie sono diverse - ha concluso il capitano Marfia - alcune attuabili semplicemente individuando i pazienti a cui fare la miglior terapia in base al rischio personalizzato con le risorse già disponibili, poi stratificarli consente di accantonare le risorse sanitarie che in una pandemia sono comunque carenti, per gli individui giusti che veramente ne avranno necessità rispetto ad altri che avranno una forma più lieve che non richiede altra intensità di cura".

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifca EMBO Molecular Medicine.

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