rotate-mobile
Sabato, 25 Maggio 2024

Il commento

Giulio Zoppello

Giornalista

Comandante, hanno senso le polemiche sul film con Favino?

Ben prima di uscire nelle nostre sale, Comandante era già stato fonte di polemiche. Il film con protagonista Pierfrancesco Favino nei panni del Comandante Todaro, che durante il secondo conflitto mondiale si distinse per un episodio di grande nella guerra sul mare, non può essere per noi un film qualsiasi. Rappresenta un contributo prezioso ad una cinematografia, la nostra, che di quel periodo al fianco dell’alleato tedesco ha sempre parlato purtroppo molto poco. 

L'appello alla solidarietà del "Comandante" Pierfrancesco Favino 

Un periodo storico sovente tralasciato dal nostro cinema

Comandante è un film scomodo, diciamocelo. Il volto di Favino ci ricorda che con il ventennio fascista, così come con il periodo passato al fianco della svastica, non abbiamo mai fatto veramente i conti in senso reale. Ciò riguarda non solamente la nostra classe politica ma anche la nostra identità e rappresentazione di popolo. Durante il secondo conflitto mondiale il cinema italiano fu utilizzato come mezzo di propaganda, in modo molto efficace. Alcuni dei più i rinomati cineasti del nostro dopoguerra, cominciarono mettendosi al servizio di trame patriottiche, eroiche. Crolla il fascismo, l'Italia viene divisa da una guerra civile, occupata dai tedeschi. Sarà solo quel periodo, vitale ed importante, a fare la fortuna del nostro cinema. Una contraddizione? Si lo è. I tedeschi sul grande e piccolo schermo ancora oggi parlano in modo diretto e senza fronzoli di quel momento, non negano responsabilità ma riescono anche a trasmettere la tragedia di chi servì il proprio paese e assieme la causa più sbagliata della storia. 

Comandante con il suo capitano Todaro, individuo eccentrico, avventuriero dannunziano, da noi può sicuramente provocare imbarazzo, perché ci ricorda che, dal 1940 alla fine del 1943, siamo stati al fianco della Croce uncinata. Tra l’altro, non occorre aver letto i volumi di Giorgio Bocca per sapere che l'Italia, alla prova delle armi, dette come noto una misera prova di sé. Avevamo un esercito e un'industria bellica assolutamente antiquati, nonché una leadership a dir poco scandalosa, espressione di un regime corrotto e vanaglorioso. Le storie di sconfitta e di disastro si sa piacciono poco, anche al pubblico italiano, anzi soprattutto al pubblico italiano. Se facciamo eccezione per la Trilogia Fascista di Rossellini, a Lupi nell’Abisso di Amadio o Tiro al Piccione di Montaldo, il nostro cinema è sempre stato poco incline ad affrontare quell’ambiguità morale che invece Comandante ha abbracciato senza timori, al netto di un risultato finale forse non così perfetto.

Comandante abbraccia l’ambiguità storica dell’uomo

Gli esempi più virtuosi slegati dalla lotta alla Resistenza, ci portano innanzitutto verso quel Italiani Brava Gente di Giuseppe De Santis, che rievocò il disastro italiano sul fronte russo, dove un uomo su due sostanzialmente non fece più ritorno. Fu lì però che nacque anche il vero, primo sentimento concretamente antifascista e antitedesco di massa. Il film ancora oggi risulta notevole da un punto di vista artistico e di contenuti, tragico e realistico nel ricordarci quell’odissea orrenda. Discorso diverso per Mediterraneo di Salvatores, Premio Oscar, film ironico e malinconico, ma che in fin dei conti di quella guerra specificamente non trattava. Era un’opera esistenziale, soprattutto una metafora con cui Salvatores completò una trilogia sulla fuga e su quell’Italia degli anni ‘80, sulla sua generazione, alle prese con mutamenti storici e politici profondissimi. A sentire Tarantino però, con Quel Maledetto Treno Blindato di Castellari, siamo stati capaci di fare del gran cinema di genere su quella guerra, a cui si possono aggiungere diverse commedie più o meno riuscite.

Passano diversi anni ed ecco che esce nel 2002 El Alamein di Enzo Monteleone, a cui seguirà di lì a poco Le Rose del Deserto del grande Monicelli. Entrambi sono film distanti dal gigantismo delle produzioni hollywoodiane o britanniche, ma perfetti per darci un ritratto onesto e privo di retorica sull'incapacità da parte dell'esercito italiano in terra d'Africa di fare qualcosa di più di soffrire e morire. Comandante, è quindi un film importante proprio per come riprende quel corso poco battuto, per la sua capacità di ricordarci che in fin dei conti, sovente nella storia non è mai stata una questione di scelta o di merito servire sotto una certa divisa. Ci fa comprendere anche che, al netto degli ideali chiaramente inconciliabili, anche nel nostro scalcagnato esercito ci furono uomini capaci di essere contemporaneamente fedeli alla patria ma anche distanti dalle aberrazioni che essa proponeva. E di questo, bene o male, dovremmo riconoscere la straordinaria importanza.

Si parla di

Comandante, hanno senso le polemiche sul film con Favino?

Today è in caricamento