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Domenica, 16 Giugno 2024

La recensione

Giulio Zoppello

Giornalista

"L'Amour Ouf" non è un film perfetto ma ha tantissimo cuore

L'Amour Ouf è la conferma che Gilles Lellouche è un regista strano, atipico, eccessivo, barocco ma che sa comunque sempre regalare qualcosa. Film fiume di quasi tre ore, tratto dal romanzo "Jackie Loves Johnser OK?" di Neville Thompson, unisce in sé il film di formazione, il melodramma giovanile, la commedia, il crime, persino il musical, per parlarci di una storia d'amore come quelle che esistevano solo una volta, quando il mondo andava più lento, quando essere giovani era diverso. Cast di grande caratura, un'ambientazione a metà tra anni '80 e primi anni 2000, un tuffo dentro le vite disastrate di due ragazzi del Nord della Francia più incasinata.

L'Amoure Ouf - la trama

L'Amour Ouf ha come protagonisti Jackie (Mallory Wanecque da giovane, Adele Exarchopoulos da grande) e Clotaire (Malik Frikah a 17 anni, Francois Civil da adulto). Jackie è una ragazza molto intelligente, arguta, sfrontata, nuova in quella scuola pubblica del Nord della Francia, orfana di madre fin da bambina, vive con il padre (Alain Chabat) e pensa alla scuola, a crearsi un futuro. Clotaire invece è figlio di una famiglia di proletari, il padre (Karim Leklou) è un portuale violento, disattento, la madre (Elodie Bouchez) fa quello che può per tenere unita una famiglia numerosa e incasinata. Apparentemente con niente in comune, i due ragazzi di incrociano, si conoscono, si innamorano e diventano indivisibili. Beh quasi... perché Clotaire, che si ficca sempre nei guai, fa a botte ogni volta che può e non ha paura di niente, alla fine diventa membro di una banda locale di rapinatori, capitanata dal carismatico La Brosse (Benoit Poelvoorde), dedita a rapine di ogni tipo su vasta scala. Quando però un colpo va male, Clotaire viene scaricato dalla banda, esce di galera solo 12 anni dopo, carico di rabbia, voglia di rivalsa e soprattutto di rivedere Jackie, nei suoi pensieri sempre e comunque.

Ma la verità è che forse la vita li ha completamente allontanati. Gilles Lellouche al suo terzo film si lancia a capofitto in un progetto teoricamente folle, senza equilibrio, eccessivo in modo quasi sfacciato. Tre ore per parlarci di un amore di periferia, che dai 17 anni arriva fino ai 30, e che l'Amour Ouf ci mette davanti con un elenco interminabile di gag, primissimi piani, dialoghi divertenti, ma anche una perfetta rappresentazione di cosa sia un primo amore. La verità? La Wanecque e Frikah andrebbero mostrati con il metodo Ludovico ai registi, produttori e sceneggiatori italiani, così magari imparerebbero come si dirigono due attori di quell'età, come si dona una immagine vera, reale, viscerale e completa dell'adolescenza. Si mangiano i pure bravi Civil e Exarchopoulos in un boccone, fa impressione la spontaneità con cui ci parlano di quell'età strana, spesso tragica e conflittuale, di quanto ciò che succede in quel momento ci formi come adulti spesso anche andando al di là della nostra volontà, della logica, di ciò che è giusto e sbagliato. Un perdente nato, una che lo diventa, si incontrano, si lasciano, ma qualcosa rimane dentro pronto a risvegliarsi, rimane però sempre il dubbio se la salvezza o la speranza di lui, possa essere la condanna all'instablità di lei, che in teoria un bravo ragazzo a posto parrebbe averlo trovato in Jeffrey (Vincent Lacoste), ma anche qui Lellouche, autore della sceneggiatura con Audrey Diwan e Ahmed Hamidi, si diverte a prendere e togliere certezze.

Un melò eccessivo ma pieno di energia, che sa anche essere politico

L'Amour Ouf è un film molto pop, come lo si faceva una volta, come era il cinema di una certa generazione francese degli anni '90 ed inizio 2000, che ci parlò dei giovani, delle periferie, aprendo ad un corso di cui questo film è omaggio e assieme anche derivazione. Certo, l'Amour Fou è davvero troppo lungo, dopo la prima metà molto realistica e riuscita, con qualche innesto da musical che sarebbe stato bello replicare in altre occasioni, il film cerca di virare verso il crime di periferia, ma diventa prevedibile e abbastanza scolastico. Meglio Civil dell'Adele nazionale, alle prese con un personaggio che da adulto ha molto meno da dire, e allora se la sbriga con la solita faccia da schiaffi, la sensualità, l'aria esaurita. Il nuovo D'Artagnan paga quella faccia da belloccio che mal si sposa, ma compensa con linguaggio del corpo, lavoro in sottrazione. L'Amour Ouf abbraccia in più di un'occasione l'anticlimax, diventa quasi narrazione alternativa attorno al concetto di scelta, quella che persino Clotaire deve accettare di avere come sine qua non della sua esistenza. Dei due personaggi lui rimane il migliore, il più perfetto esempio recente di "bulletti" da periferia che nel 90% dei casi sono il prodotto di un'assenza totale della società, della famigila, con un'autostima ridotta all'osso. Chabat sugli scudi per la capacità di essere un padre imperfetto ma perfetto, con Lellouche che bene o male riesce anche a creare un racconto politico, perché i ricchi qui sono narcisi, arroganti, falsi.

L'Amour Ouf piacerà molto agli ex ragazzi di un tempo, di base è anche un viaggio negli anni '80, a quando c'era il numero fisso e basta, quando il tempo era più lento, la subcultura giovanile ancora viva, quando ogni ragazza sognava un matto con un motorino con cui andare verso l'orizzonte e ogni ragazzo una lei con cui poter essere sé stesso e lasciarsi andare. C'è ovviamente un po' di edulcurazione a cui Lellouche non sa resistere, così come nell'abbondare e aggiungere di tutto, nella carica di una violenza da b-movie di un tempo, con i cazzotti che sono mattonate, le gang fatte di canaglie pittoresche. Verrebbe da paragonare il tutto a certe canzoni di Ramazzotti, di Vasco che cantava del brivido sopra la follie (Ouf è anagramma di Fou, folle in francese), di base pare quasi un Romeo & Giulietta pensato da dei ragazzini e qui sta la sua forza e la sua debolezza. Finale un po' troppo prudente e annacquato, ma non per quesot sbagliato concettualmente, il flm ha degli squilibri di scrittura in diversi personaggi secondari, in diverse svolte che appaiono davvero forzate. Si fosse mantenuto a volo più radente, fosse rimasto meno hollywoodiano e meno gigantrofico, sarebbe stato un piccolo capolavoro. Così invece l'Amour Ouf è solamente un bel film per il grande pubblico, per gli ultimi romantici, per chi in quest'era in cui i rapporti sentimentali non valgono più niente, vorrebbe tornare ai tempi dei The Cure, Madonna, prima che social e co. rendessero l'amore una contrattazione. Passatista? Questo film lo è, prende molto da Scorsese, West Side Story, Tarantino, ma non è detto che sia un difetto anzi. Semmai lo è cercare di snaturarne il percorso, giganteggiare, quando restando più terra-terra avrebbe potuto diventare un piccolo capolavoro. 

Voto: 6,5

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