Mercoledì, 17 Luglio 2024

La recensione

Marianna Ciarlante

Giornalista

Giorgio Diritti con Lubo sbaglia tutto ciò che può sbagliare

Giorgio Diritti arriva al Lido di Venezia con l'ambizione di raccontare una storia importante e lanciare un messaggio sociale. Il suo Lubo, nuovo film di 180 minuti in concorso per il Leone d'Oro a Venezia 80, porta, infatti, sullo schermo la storia di un nomade, di un artista di strada costretto ad arruolarsi nell'esercito elvetico e al quale viene tolto tutto, dalla moglie ai figli a causa di una legge degli anni '40 che prevedeva la rieducazione forzata per i bambini di strada. Da qui inizia la sua lotta, la sua vendetta, il suo cercare di ritrovare quei figli che la legge gli aveva strappato dalle mani e di rivoluzionare un sistema discriminatorio e sbagliato che andava avanti da troppo tempo. 

L'idea di partenza per la costruzione di un film di denuncia sociale sul trattamento riservato agli artisti di strada ai tempi della guerra è rispettabile e interessantissima, peccato che Giorgio Diritti nella realizzazione di Lubo sia riuscito a sbagliare tutto ciò che poteva creando un film caotico, raffazzonato, un film che si dilunga in una serie di scene descrittive non necessarie e ridondanti che non aggiungono nulla alla storia e non fanno altro che appesantirne la struttura, già debole di suo. 

Lubo è un film eccessivamente lungo, un film che non riesce a essere fluido, fruibile, apprezzabile e che non sa cosa farsene di tutto questo tempo che sceglie di avere a disposizione. Il regista bolognese, con questo nuovo film, si perde in quella sua accecante ambizione di voler realizzare un'opera grandiosa che, però, a conti fatti, non fa che allontanare il pubblico che, appesantito da una sceneggiatura ostica e poco chiara, non può che arrivare ad abbandonare la sala prima della fine del film, proprio come accaduto, comprensibilmente, alla prima per la stampa al Lido di Venezia. 

A volte i registi commettono il grave errore di fare film più per se stessi che per il pubblico, più per la loro gloria che per rendere piacevole la visione di una storia sullo schermo agli spettatori che dal cinema si aspettano ispirazione, profondità ma anche e soprattutto intrattenimento. E quando in un racconto per immagini il legame con lo spettatore non si crea ma si distrugge, allora ci si ritrova a rompere quella magia, quella connessione tra realtà e finzione che tiene in piedi la settima arte e la rende qualcosa di speciale. Lubo, purtroppo, è un film che allontana il pubblico, lo appesantisce, non tiene conto dei suoi bisogni. 

Un vero peccato per un film che poteva essere molto interessante e originale rispetto alle storie che abbiamo visto al Lido quest'anno ma che diventa uno dei peggiori titoli di questa 80esima edizione del Festival di Venezia. 

Voto: 4

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