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Martedì, 18 Giugno 2024

La recensione

Giulio Zoppello

Giornalista

"Parthenope" è il primo vero passo falso di Paolo Sorrentino

Parthenope arrivava alla 77ª edizione del Festival di Cannes come unico film in gara nella Selezione Ufficiale per l'Italia. La firma di Paolo Sorrentino però, era bastata a tranquillizzare tutti, vista l'alta considerazione e il seguito di cui gode il cineasta napoletano a livello internazionale, come confermato dai riconoscimenti e dalla nomination agli Oscar di due anni fa con il film È stata la mano di Dio. Questa volta però Sorrentino ha fatto un passo falso, ci dona un film che per quanto notevole esteticamente, è tanto personale da essere indecifrabile, appesantito da una sceneggiatura troppo dispersiva, dialoghi inutilmente pretenziosi e un'atmosfera fin troppo carica.

Parthenope - la trama

Napoli, 1950. Parthenope (Celeste Della Porta) nasce in una famiglia ricca dell'alta borghesia napoletana, armata di una bellezza che fin da subito pare mettere in soggezione chiunque, già 18enne si muove con sicurezza e spensieratezza in una città che domina con curiosità, con la voglia di provare qualsiasi cosa, di capire chi è e che cosa vorrà fare della sua vita. La sua famiglia è un paradosso fatto di agiatezza e fragilità, gli anni dell'Università le regalano la grande passione per gli studi, anche grazie al Professor Devoto Marotta (Silvio Orlando), capace di vedere in lei quella differenza dalla norma e quelle qualità, di cui neppure lei a volte pare essere a conoscenza. La seguiremo per buona parte della sua vita, tra amori giovanili, progetti di vita, feste, incontri con personaggi curiosi, in quella Napoli di cui pare rappresentare speranze e delusioni, contraddizoni e bellezza, ma di cui forse, in realtà, non conosce poi così tanto come vorrebbe o come dovrebbe.

Parthenope partiamo col dire che, alla pari di È stata la mano di Dio, è un film molto personale e per questo contraddistinto da una stratificazione semantica chiara, il che è inizialmente il suo punto di forza, ma con l'andare avanti diventa la crepa decisiva, in una costruzione che forse troppo presume di sé. Paolo Sorrentino, con la sua autobiografia, aveva usato Napoli come sfondo, qui invece è la grande protagonista, è Parthenope appunto, che non è una persona reale, la sua vita, i suoi errori, la sua bellezza e tutto ciò che di assurdo e grottesco le succede, altro non sono che una serie di metafore con cui Sorrentino cerca di parlarci di questa città gigantesca, imprescrutabile, caotica e imprevedibile come nessun'altra al mondo. C'è spazio per tutto, per l'alta borghesia immobile e stagnante, per le donne che usano la bellezza come un'arma, per i ricchi venuti dal Nord che la fanno da padroni, per gli intellettuali raffinati che vi si perdono.

Poi ecco spuntare la Camorra, il colera del 1973, l'arte e la bellezza, il clero ipocrita e il popolino furbo e miserabile, San Gennaro, lo scudetto della scorsa stagione, i grandi artisti e le celebrità, la cultura immensa e la volgarità, la famiglia come prigione... non manca nulla di Napoli in Parthenope, che cammina sui passi discoli e sensuali di Celeste Della Porta, nuovo volto femminile, chiamato ad un compito non facile con questo personaggio. Ma, ed è questo il problema centrale di Parthenope, Sorrentino crea una distanza enorme tra sé e lo spettatore, lo lega comunque ad un primo piano di lettura, ad un biopic incentrato su una protagonista che, volente o nolente, la sua scrittura rende insopportabile, inconsistente, che fa muovere con dialoghi veramente pretenziosi e che privano l'insieme di una vera capacità di sviluppare empatia, di legarci ai protagonisti. 

Una metafora cinematografica che però non va oltre un'estetica prorompente

A voler guardare Parthenope per ciò che è nella sua forma primaria, quella a cui arriverà il 90% del pubblico, viene da pensare a Godard, alla necessità di non fare film politici, ma di fare film in modo politico. Sorrentino a volte l'ha fatto, qui invece ci ricorda quanto del resto la sua visione della donna sia sempre stata se non superficiale, quanto meno limitata. Per carità, alcuni dei suoi personaggi femminili sono stati notevoli, basti pensare alla Sabrina Ferilli de La Grande Bellezza, alla Maria di Teresa Saponangelo nel suo biopic dissimulato, ma per il resto, conferma di essere affascinato ma anche succube di uno sguardo che le vuole o creature divine e puramente carnali, oppure grottesche figure quasi mostruose e dannate. Celeste Della Porta è soprattutto la prima, la vediamo sbagliare in continuazione, con la sua aria annoiata da piccola diva borghese, che presume un sacco di sé, ma che alla fine è inconsistente, narcisista egoriferita, presuntuosa, totalmente priva di empatia.

Parthenope sceglie solo uomini sbagliati con grande entusiasmo, rivendica una sensibilità e originalità che è solo di maniera. Impossibile farsela piacere. Sorrentino, al netto della ricchezza visiva creata dalla sua solita regia barocca, dalla fotografia di Daria D'Antonio, dalle scenografie di Carmine Guarino, si fida troppo di frasi ad effetto, non sa come guidarci dentro la mente di questa ragazza incontentabile, la arma di dialoghi veramente rozzi alle volte, di assoluti che sono un mero trucco. Le cose migliori in Parthenope ci arrivano dal solito, maestoso, Silvio Orlando, cinicamente tenero, da una Luisa Ranieri ferocissima, che strizza l'occhio alla Loren, Mina, a chi il Sud l'ha lasciato. Poi c'è una Isabella Rossellini mascherata ma potente, il Cardinale di un Peppe Lanzetta istrionico, mentre Gary Oldman ed il suo John Cheever non hanno molto da darci. Parthenope è in ultima analisi un film nato da un'idea giusta sviluppata però in modo alquanto sbagliato perché prevedibile.

Soprattutto, è un film fin troppo fiducioso della propria bellezza, così come lo è questa ragazza che in età matura ha il volto di una Stefania Sandrelli disillusa. Se in passato Sorrentino aveva talvolta ecceduto con Youth, con i due Loro, qui può rivendicare solo isolati momenti di maestoso splendore, persi dentro un labirinto che ci lascia insofferenti ma freddi, così come lo eravamo all'inizio. La sua opera più debole fino ad oggi, di certo quella in cui è parso più in difficoltà nel dirci ciò che voleva, e alla fine di Napoli ci pare quasi di aver capito ancora meno di quanto pensavamo di saperne prima di conoscere Parthenope. Ci rimane questa ragazza a metà tra mito e glamour, troppo persa nel guardarsi dentro gli occhi degli altri e ad avere la battuta pronta, per essere veramente più di un'immagine scontata. 

Voto: 5,5

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