rotate-mobile
Martedì, 28 Maggio 2024
L'intervista

Gianni Togni: "Negli anni '80 eravamo liberi, oggi i giovani costretti a fare solo certe canzoni"

I primi passi al Folkstudio a soli 16 anni, il successo con "Luna", i "no" per non lasciarsi travolgere da una vita che era diventata complicata, la musica di allora e quella di oggi

"Luna" gli regalò un successo che mai avrebbe immaginato, nonostante fossero già diversi anni che provava a farsi conoscere ed era un supporter di spicco ai concerti dei Pooh. Era il 1980 e Gianni Togni, allora 24enne, si divideva tra la musica e l'università. Seguirono tante altre hit, tournée internazionali, e oggi, con una sua etichetta, oltre a voler trovare giovani artisti da produrre - schiacchiati dalla tagliola del sistema - continua a scrivere e comporre. "Edizione straordinaria" è il nuovo album di inediti (in vinile), con cui non punta alle classifiche perché "l'arte non è una gara". Quella che oggi muove la sua musica è la stessa libertà che sentiva negli anni '80. 

"Parole in libertà" è il primo singolo del nuovo album. Dopo 50 anni di carriera si è più liberi di dire le cose?
"Sì, secondo me avere alle spalle una grande esperienza ti permette di valutare tutto meglio. È ovvio che oggi, come tanti miei colleghi, faccio un disco ogni due o tre anni, perché ci mettiamo più impegno, siamo più attenti e anche perché le cose che dobbiamo dire non sono le stesse che dicevamo quando avevamo vent'anni. Questo però non vuol dire che siamo fuori dal mondo, anzi. Lo guardiamo con occhi diversi. Ho un'etichetta mia e mi sento libero di poter fare tutto quello che voglio, anche perché non cerco classifiche. L'arte non è una gara". 

Molti suoi colleghi dopo una carriera così longeva si dedicano ai "best of". Lei esce con un disco di inediti. Misurarsi con il successo degli anni passati potrebbe essere rischioso, ci ha pensato?
"Sinceramente non ci ho mai pensato. I rischi nell'arte non ci sono. Se una cosa non ti piace la butti, non fai del male a nessuno. Io faccio l'artista e faccio quello che penso sia giusto. Questo è un album molto particolare, sono partito da un plot, 'edizione straordinaria', come se fosse un giornale che leggo tutte le mattine. Ho preso le storie che purtroppo non si trovano più sui quotidiani. Sono storie vere di persone comuni, personaggi che non hanno fama. Racconti bellissimi di vita, interviste interessanti che non hanno più spazio. Oggi anche i quotidiani importanti sembrano improntati più sul gossip".

Un album verità. 
"Sì. Nel disco ne racconto diverse di storie vere, come quella di una ragazza spagnola che a 18 anni non ha voluto seguire la madre in Sicilia e con 800 euro in tasca è andata in Australia, poi si è laureata tra Parigi e il Canada e fino a oggi ha girato 60 paesi del mondo e vive senza avere una casa fissa. Oppure quella di una signora ottantenne, molto chiusa, che ha avuto solo una figlia e un solo uomo, e ha ritrovato l'amore in una rsa francese". 

Lei iniziò al Folkstudio, a Roma. Negli anni '70 era una fucina di talenti. Che ricordi ha?
"Avevo 16 anni e potevo fare il Folkstudio giovani, la domenica pomeriggio. Veniva tanta gente a sentirci nonostante fossimo dei ragazzini. Eravamo tutti degli sconosciuti. Era un mondo in cui si andava per parlare, ma soprattutto era un mondo che ascoltava, mentre oggi è sempre più difficile. Oggi tutti vogliono parlare ma nessuno ascolta".

Al Folkstudio si ascoltavano anche quelli che già allora erano dei big...
"Quando venivano De Gregori e Venditti, che erano degli dei perché avevano fatto album bellissimi ed erano famosi, mi avvicinavo sempre con molta attenzione. Però ci salutavano, erano molto gentili. Poi si siamo incontrati tante volte negli anni".

Lei ha aperto tanti concerti dei Pooh. In Italia un fenomeno musicale simile non c'è più stato. Ha mai sognato di farne parte o preferiva la carriera solista?
"Non ho mai pensato di far parte di un gruppo. Ho avuto la fortuna di poter fare il supporter dei Pooh, così si chiamava. Mi hanno insegnato tanto, soprattutto dal punto di vista del palcoscenico. Io cantavo fuori dal sipario, con la chitarra, e facevo canzoni scritte apposta per quelle occasioni perché le mie erano più da Folkstudio. Lì ho capito come funzionava un palco importante e ricordo con quanta attenzione loro si mettevano su quel palcoscenico. Prima del concerto ogni particolare era studiato".

Nel 1980 arriva il successo travolgente con "Luna". Com'è cambiata la sua carriera, ma anche la sua vita, dopo quella canzone?
"Non mi aspettavo un successo del genere, non era proprio nelle mie idee. Andavo all'università, studiavo lettere. Mi muovevo tra la letteratura e la musica. Quando è arrivato questo successo, all'improvviso, la mia vita ovviamente è cambiata. Dovevo fare un disco all'anno, sono iniziate le tournée, anche all'estero. C'erano giornate assurde in cui mi svegliavo alle 5, prendevo l'aereo e andavo a Milano per parlare del nuovo album, poi prendevo un altro aereo e andavo a Madrid, dove invece era uscito il disco precedente e dovevo fare promozione, nel pomeriggio andavo a Parigi e la sera finivo a Monaco di Baviera. Il giorno dopo ritornavo a casa. Era faticoso. Dopo 'Per noi innamorati', che fu un successo mondiale, hanno iniziato a chiamarmi anche dal Sud America ma decisi di non fare più quella vita. Era troppo complicata e mi toglieva la quotidianità esageratamente. Vanno bene le tournée, va bene la promozione, ma poi devi anche vivere per poter raccontare qualcosa". 

Ha detto dei no di cui si è pentito?
"No. Ho semplicemente smesso di fare il viaggiatore internazionale, dove dormi una notte da una parte e una dall'altra, perché diventavo matto. Non ho quel carattere. Non amo apparire e per me è molto faticoso". 

Quelli erano anni di grande fermento musicale in tutto il mondo. In Italia la concorrenza era tanta, penso a Umberto Tozzi, i Ricchi e Poveri. C'era rivalità tra voi?
"Non ho mai sentito pressioni né rivalità. Ogni generazione ha gli eroi di quel momento. Io non riesco a ripetere le stesse cose, anche nel successo. 'Semplice' non è uguale a 'Luna', 'Per noi innamorati' è una cosa diversa, 'Giulia' tutta un'altra cosa ancora. Non mi sento in competizione con nessuno, ma neanche all'epoca. Non siamo alle Olimpiadi, né su un campo di calcio o di tennis. Ognuno fa il suo".

Nel 2013 gli Eiffel 65 hanno pubblicato il remix di "Giulia". Ha gradito l'omaggio?
"Devo dire la verità, non me la ricordo. Se una canzone piace e ne fanno una versione diversa va sempre bene. 'Per noi innamorati' credo abbia in Sudamerica una cinquantina di versioni diverse e continuano a uscirne di nuove. Basta che melodicamente resta quella, con le stesse caratteristiche. Anche Jovanotti ha fatto 'Luna'. Qualcuna mi piace di più, qualcuna meno, ma mi fa sempre piacere". 

Con chi farebbe oggi un featuring?
"Di artisti internazionali ho una montagna di nomi. Mi piacerebbe fare un pezzo con i The National o gli American Football, ma anche Jonathan Wilson. Ne avrei veramente tantissimi. In Italia invece un artista che mi piace molto e trovo tra i più interessanti è Iosonouncane. Un personaggio molto particolare che fa una musica fuori dai canoni del pop, addirittura in un album si è inventato un linguaggio tutto suo con cui cantare. Lo trovo molto originale". 

Che poi è la cosa più difficile oggi nella musica, essere originali. Non trova?
"È molto difficile".

I Ricchi e Poveri dopo l'ultimo Sanremo sono diventati gli idoli dei giovanissimi. Lei ha provato a partecipare in questi anni?
"Mi ci mandarono solo una volta. Volevano a tutti i costi che andassi Sanremo, ma per fortuna Pippo Baudo mi fece fuori. Quando l'ho incontrato, negli anni, l'ho sempre ringraziato per avermi salvato. Il Festival non fa per me, le gare in generale non fanno per me. Non mi piacciono le gare nell'arte, le trovo assurde. Non mi interessano. Con la mia etichetta ho provato a trovare qualche giovane da produrre, ti chiedono subito di andare ad Amici o a Sanremo Giovani, di quello che fanno gli interessa meno. È questa la tristezza".

È contrario ai talent?
"La musica è bella anche oggi e ce n'è tantissima, ma bisogna uscire fuori da quelle trasmissioni televisive. Ti costringono a fare solo certe canzoni, con quella ritmica, e molte si possono interscambiare l'una con l'altra. Questo è pop becero. Già se si esce da quel mondo televisivo è diverso". 

Ne parla con diffidenza della tv...
"Non mi piace quel mondo. Mi chiamano in tanti ma solo per cantare le vecchie canzoni. Che ci vado a fare? Negli anni '80 c'era Discoring, una trasmissione dove andavi e cantavi solo pezzi nuovi. Ci siamo andati tutti, ci è andato anche Battiato. Così dovrebbe essere la musica in tv, ci vorrebbero degli spazi per presentare cose nuove. Invece è tutto customizzato per un certo tipo di pubblico che vuole vedere sempre le stesse cose. Allora in quella televisione non ci vado". 

La differenza tra oggi e gli anni '80 quindi è il sistema, non la qualità musicale?
"La differenza è che artisticamente parlando eravamo più liberi. Altrimenti non sarebbero nati Battiato, De Gregori, Lucio Dalla. Oggi è difficile che ci sia una casa discografica che ti fa un contratto capace di darti sicurezza. Il mio primo contratto prevedeva 4 album in 5 anni, ora non esiste una cosa così. Si fanno i singoli. Ho molti amici nelle major e mi raccontano che con quello che spendo io per un album loro ce ne fanno 4. Qui quando c'è un successo tutti seguono quello. Non ha senso. In Svezia o in Inghilterra, per fare un esempio, sono tutti successi diversi. È questa la forza. Ognuno è diverso dall'altro, non sono tutti uguali". 

Lo so che non si chiede a un cantante, è come chiedere a un genitore a quale figlio vuole più bene. Ci provo. Qual è la sua canzone a cui è più legato?
"Le amo tutte, ovvio. Una canzone a cui sono legato è 'Sorridi alla tristezza'. Quell'anno purtroppo andò via mia zia, a cui ero legatissimo, e subito dopo anche mia mamma. È una delle canzoni che riscriverei in ogni disco".

E quella che avrebbe voluto scrivere lei?
"Ce ne sono tante. Dai dischi di Paul Simon, quando ha scoperto la ritmica africana, a quelle di David Bowie, ma anche artisti nuovi che hanno canzoni con grandissime melodie. Nell'ultimo album di Peter Gabriel ci sono delle bellissime canzoni. Io ascolto veramente tutto, dall'elettronica al jazz. È il mio grande vizio: libri e dischi non possono mancare".

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Gianni Togni: "Negli anni '80 eravamo liberi, oggi i giovani costretti a fare solo certe canzoni"

Today è in caricamento