Tasse e contributi, mancano 108 miliardi l'anno: gli evasori preferiscono l'Irpef

"Le tasse vanno pagate, ma una parte dei soggetti che decide di non versare imposte e tributi nelle casse dello Stato lo fa per necessità", dice il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci

Il totale dell'evasione fiscale in Italia raggiunge quota 108 miliardi di euro l'anno. Alle casse dello Stato vengono sottratti ogni 12 mesi, in media, 97 miliardi di tasse e quasi 11 miliardi di contributi previdenziali per un totale di 107 miliardi e 933 milioni. E' l'Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche) la tassa "preferita" dagli evasori, con 37,8 miliardi, seguita dall'Iva (imposta sul valore aggiunto), con 35,7 miliardi. Questi i dati principali di un rapporto del Centro studi di Unimpresa sull'evasione fiscale, secondo il quale i balzelli sulle locazioni generano un ammanco di gettito per quasi 1 miliardo. L'evasione dell'Irap (imposta regionale sulle attività produttive) ammonta a 8,1 miliardi, mentre l'Imu (imposta municipale unica) e la Tasi (tassa sui servizi indivisibili) si fermano vicine a quota 4 miliardi.

Secondo la ricerca, basata su dati del ministero dell'Economia e delle Finanze, l'evasione fiscale in Italia si attesta a 107,9 miliardi. Il dato è il frutto della media relativa al 2011-2015, anni per i quali sono disponibili informazioni complete: 97,1 miliardi si riferiscono alle tasse non pagate regolarmente all'erario, altri 10,8 miliardi sono, invece, contributi previdenziali non versati. Nel 2016, periodo per il quale i dati sull'Irpef sono parziali, il totale dell'evasione ha raggiunto quota 90,2 miliardi, ma mancano i dati relativi ai contributi. Nel 2011, l'evasione ha toccato quota 104,8 miliardi (94,4 miliardi di tasse e 10,4 miliardi di contributi); nel 2012 l'ammontare è salito a 108,1 miliardi (97,4 miliardi e 10,5 miliardi), per poi calare leggermente nel 2013 a 106,9 miliardi (96,6 miliardi e 10,2 miliardi); nel 2014 lo stock di evasione ha raggiunto il record con 112,6 miliardi (101,3 miliardi e 11,2 miliardi) e nel 2015 si è attestata a 107,2 miliardi (95,5 miliardi e 11,7 miliardi).

Quali sono le tasse più "odiate" dagli italiani

Quanto all'analisi per tributo, l'Irpef risulta la più "odiata" dai contribuenti italiani. La media per il periodo 2011-2015 è di 37,8 miliardi; negli anni precedenti, il mancato gettito legato all'imposta sui redditi delle persone fisiche si è attestato a 37,1 miliardi nel 2011, 37,1 miliardi nel 2012, 36,8 miliardi nel 2013, 39,7 miliardi nel 2014, 39,7 miliardi nel 2015 e 33,9 miliardi nel 2016 (dato parziale). Poco dietro si posiziona, nella speciale classifica, l'Iva con una media di 35,7 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l'evasione della tassa sui consumi si è attestata a 36,7 miliardi nel 2011, a 36,1 miliardi nel 2012, 34,7 miliardi nel 2013, 36,4 miliardi nel 2014, 34,8 miliardi nel 2015 e 34,8 miliardi nel 2016. Per quanto riguarda l'Ires (società) la media dell'evasione è di 8,3 miliardi nel periodo 2011-2015; negli anni precedenti l'evasione della tassa sui redditi delle persone giuridiche si è attestata a 9,1 miliardi nel 2011, 8,4 miliardi nel 2012, 8,3 miliardi nel 2013, 8,9 miliardi nel 2014, 6,8 miliardi nel 2015 e 7,6 miliardi nel 2016. Quanto al settore immobiliare, l'evasione relativa all'Imu/Tasi è in media pari a 3,9 miliardi: 3,9 miliardi nel 2012, 5,2 miliardi nel 2013, 5,2 miliardi nel 2013, 5,2 miliardi nel 2014, 5,1 miliardi nel 2015 e 5,3 miliardi nel 2016.

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La quota di evasione relativa all'Irap (imposta regionale sulle attività produttive) si attesta (media 2011-2015) a 8,1 miliardi (9,1 miliardi nel 2011, 8,7 miliardi nel 2012, 8,5 miliardi nel 2013, 8,4 miliardi nel 2014, 5,7 miliardi nel 2015 e 5,3 miliardi nel 2016), mentre quella relativa ai tributi applicati sulle locazioni vale in media 1,1 miliardi (1,8 miliardi nel 2011, 1,3 miliardi nel 2012, 739 milioni nel 2013, 736 milioni nel 2014, 1,2 miliardi nel 2015 e 1,1 miliardi nel 2016). Per quanto riguarda l'evasione contributiva, la fetta maggiore è quelle di competenza delle aziende e dei datori di lavoro: su una media per il periodo 2011-2015 di 10,8 miliardi, 2,5 miliardi sono riferibili ai lavoratori e 8,3 miliardi sono mancati versamenti dei datori di lavori. Una proporzione rispettata anche nelle serie storiche: 2,4 miliardi e 8,1 miliardi nel 2011 (totale 10,4 miliardi), 2,4 miliardi e 8,1 miliardi nel 2012 (totale 10,5 miliardi), 2,3 miliardi e 7,9 miliardi nel 2013 (totale 10,2 miliardi), 2,6 miliardi e 8,6 miliardi nel 2014 (totale 11,2 miliardi), 2,8 miliardi e 8,8 miliardi nel 2015 (totale 11,7 miliardi).

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"Le tasse vanno pagate e onorare le scadenze col fisco è un dovere di tutti i contribuenti sia famiglie sia imprese. Tuttavia, quando si osservano dati sull'evasione fiscale, non si possono ignorare alcuni aspetti come il fatto che una parte dei soggetti che decide di non versare imposte e tributi nelle casse dello Stato lo fa per necessità, talora per la mancanza assoluta di disponibilità talora per far fronte ad altri pagamenti", commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci secondo il quale "la pace fiscale annunciata dal governo di Giuseppe Conte va nella giusta direzione, ma va accompagnata da una riforma tributaria volta sia all'abbattimento del peso delle tasse sia a una radicale semplificazione normativa".

L'Italia spaccata: il Sud peggio della Grecia

"Economicamente" parlando, l’Italia è un Paese sempre più spaccato a metà: se, dopo la crisi, il Nord ha ripreso a correre e con qualche difficoltà tiene il passo della locomotiva d’Europa, vale a dire la Germania, il Sud, invece, arranca e presenta una situazione socio/occupazionale addirittura peggiore della Grecia (ma con un pil pro-capite superiore) che da oltre un decennio è stabilmente il fanalino di coda dell’Eurozona. E’ questo il risultato a cui è giunto l’Ufficio studi della Cgia dopo aver comparato una serie di indicatori economici, occupazionali e sociali della Germania con il Nord Italia e della Grecia con il nostro Mezzogiorno. In termini di Pil pro capite il Nord Italia sconta un differenziale negativo con la Germania di poco superiore ai 4.300 euro; il dato del Mezzogiorno, invece, è superiore a quello greco di 2.000 euro. Tuttavia un cittadino del settentrione dispone di oltre 15.600 euro all’anno in più rispetto a un residente al Sud. Sul versante della produttività del lavoro (valore aggiunto per occupato in euro), invece, sia il Nord sia il Sud hanno la meglio rispettivamente della media tedesca e di quella greca. E’ questo l’unico indicatore tra i 10 presi in esame dove l’esito delle due macro aree del nostro Paese è migliore di quello registrato a Berlino e ad Atene.

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In merito all’export, infine, i dati della Germania non hanno eguali nel resto d’Europa, tuttavia il Nord Italia si difende benissimo, registrando un gap molto contenuto, anche nel rapporto tra saldo commerciale e Pil. Tra la Grecia e il nostro Sud, invece, le esportazioni sul Pil sono maggiori nel Paese ellenico, anche se il Mezzogiorno d’Italia conta una bilancia commerciale meno squilibrata di quella greca. Sul versante occupazionale le distanze tra i dati riferiti al mercato del lavoro tedesco e quelli del Nord Italia sono importanti. Se il tasso di occupazione generale in Germania è superiore di quasi 10 punti, il tasso di disoccupazione, invece, è di poco inferiore alla metà (3,8 contro il 6,9 per cento). Altrettanto forte è il divario riferito al tasso di disoccupazione giovanile: in Germania è quasi 4 volte inferiore (6,8 contro il 24 per cento). Ugualmente preoccupanti i risultati che emergono dalla comparazione tra il nostro Sud e la Grecia. Solo per quanto concerne il tasso di disoccupazione generale il Mezzogiorno registra una situazione migliore di quella greca (19,4 contro 21,5 per cento). In tutti gli altri casi Atene ha sempre la meglio.

Sebbene il Nord Italia presenti degli indicatori occupazionali meno positivi della media tedesca, in materia di povertà o esclusione sociale la situazione si capovolge. Nelle nostre regioni settentrionali le percentuali sono inferiori sia al rischio povertà (19 contro 19,7 per cento), così come inteso dall’indicatore previsto dalla strategia Europa 2020, sia quando analizziamo il “tradizionale” indicatore del rischio povertà (12,1 contro il 16,5 per cento). Nelle comparazione tra il nostro Sud e la Grecia, infine, le distanze sono pesantissime e in entrambi i casi la popolazione greca presenta percentuali nettamente inferiori alle nostre.

A un decennio dall’inizio della crisi economica che ha pesantemente colpito il nostro Paese, il Sud è stata la ripartizione geografica del Paese più penalizzata. Secondo una elaborazione della Fondazione Leone Moressa, tra il 2008 e il 2017 il Mezzogiorno d’Italia ha perso 310.000 occupati e ha registrato un aumento dei disoccupati pari a 592mila unità. Sempre nello stesso arco temporale, al Nord i posti di lavoro sono aumentati di 74mila unità, mentre il numero dei senza lavoro è salito di 413mila. L’Istat, tuttavia, stima che nel Mezzogiorno le unità di lavoro standard in nero siano pari a 1.300.000, contro le 776mila presenti nel Nordovest e le 517.400 “occupate” nel Nordest. La Cgia sottolinea la forte presenza dell’economia 'non osservata' al sud che, solo per la parte del lavoro irregolare, produce nel Mezzogiorno oltre 27 miliardi di euro di valore aggiunto sommerso all’anno.
 

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