"Foglie, cani e gatti per sopravvivere": la città siriana dove si muore di fame

Almeno dieci persone sono morte per mancanza di cibo e medicine a Madaya, cittadina siriana al confine con il Libano. Oggi il regime di Assad ha detto "sì" agli aiuti umanitari dell'Onu, ma i più aspettano di vedere il cibo per crederci

(Infophoto)

Su Twitter e Facebook circolano immagini di bambini magrissimi, ridotti allo stremo. Circa 40mila civili stanno cercando di sopravvivere come possono: mangiando foglie o addirittura cani e gatti, secondo i racconti di diversi attivisti. Si muore di fame a Madaya, cittadina siriana sulle montagne al confine con il Libano, assediata da sei mesi dalle forze governative di Damasco e dalle milizie libanesi sciite di Hezbollah.

Proprio in queste ore il governo siriano ha dato il permesso all'Onu di consegnare aiuti agli abitanti di tre cittadine sotto assedio, tra cui Madaya, nei pressi di Damasco. "L'Onu accoglie con favore l'approvazione da parte del governo siriano dell'accesso a Madaya, Fuaa e Kafraya e si prepara a consegnare aiuti umanitari nei prossimi giorni" afferma una nota Onu. Secondo le Nazioni unite ci sono "notizie credibili di persone che muoiono di fame" a Madaya, tra cui un uomo di 53 anni che sarebbe morto martedì.

Le tre cittadine rientrano in un accordo semestrale raggiunto a settembre per la fine delle ostilità in quelle aree in cambio di aiuti umanitari. L'accesso a Madaya e alla vicina Zabadani è bloccato dalla forze del regime, mentre Fuaa e Kafraya, nel nordovest della Siria, sono circondate dalle forze antigovernative. "Quando è arrivata la notizia qualcuno ha sparato in aria per festeggiare, ma i più aspettano di vedere il cibo per crederci, perchè sono già stati delusi in passato", ha detto il giornalista Maaz al-Qalamuni all'Afp al telefono da Madaya. La cittadina ha ricevuto aiuti l'ultima volta a ottobre, ma da allora è inaccessible "nonostante numerose richieste", secondo una nota dell'Ufficio Onu per il coordinamento degli Affari umanitari.

Circa 40mila persone, in gran parte civili, vivono a Madaya, nella provincia di Damasco, che ospita molti rifugiati dalla vicina roccaforte ribelle di Zabadani. Almeno dieci persone sono morte per mancanza di cibo e medicine in città, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani. Altre tredici, fuggite in cerca di cibo, sono state uccise dalle mine deposte dal governo o colpiti dai cecchini, secondo l'Osservatorio. Gli aiuti dovrebbero raggiungere anche i ventimila intrappolati nelle cittadine sciite di Fuaa e Kafraya, nella provincia di Idlib. Le consegne non inizieranno prima di vari giorni, certamente non prima del weekend, venerdì e sabato in Siria. Il ministro degli Esteri Walid Muallem parlerà del flusso umanitario con l'inviato Onu Staffan de Mistura, che sabato sarà a Damasco per organizzare i colloqui di pace tra regime e opposizione.

Le immagini degli abitanti di Madaya devastati dalla carestia hanno provocato una diffusa indignazione. Pawel Krzysiek, portavoce della Croce rossa internazionale entrato a Madaya con gli ultimi aiuti, ha fatto un quadro fosco. "La gente è rimasta per troppo tempo senza beni di base, forniture alimentari di base, medicine di base, elettricità e acqua... Ho visto la vera fame negli occhi della gente", ha detto all'Afp. "Abbiamo dimenticato il gusto del pane", ha detto il 27enne Mohamed da Madaya. "La situazione è diventata molto tragica". L'Onu ha detto che nell'ultimo anno solo il 10% delle consegne di aiuti richiesti in aree sotto assedio della Siria sono state approvate e realizzate.
 

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Commenti (2)

  • l'Osservatorio siriano per i diritti umani? Ah, quel tizio in quella oscura cameretta sopra ad un negozio londinese? Con quel, vecchio PC pieno di virus da far schifo? Ha un binocolo così potente che vede tutto quello che succede in Siria, Specialmente i crimini di Assad, perchè gli altri sono tutte brave persone. Chissà se ci sa dire chi c'è a Madaya, da rendere necessario un assedio così stretto da far morire di fame la popolazione? O è solo un gioco sadico di Assad?

  • basta che con il loro passaporto e con il loro certi@#?*%$to di battesimo si presentino al confine italiano e, con la garanzia di poter essere economicamente autosufficienti, possono essere ospitati nel territorio italiano. Ovviamente al patto di giurare di scordarsi delle proprie origini e cultura e di sapere alla perfezione la lingua italiana.

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