Famiglia, cos'è il ddl Pillon e perché rischia di riportare l'Italia indietro nel tempo

Si prepara una grande manifestazione contro il disegno di legge del senatore leghista Pillon sull’affido condiviso dei figli e il loro mantenimento: cosa prevede il dispositivo legislativo e perché è finito al centro delle polemiche

Simone Pillon in una foto ANSA / LUIGI MISTRULLI

Il 10 novembre in tutta Italia si svolgeranno manifestazioni contro il ddl Pillon che intende riformare "affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità", per quella che potrebbe essere la prima, grande dimostrazione popolare contro un provvedmento del governo giallo-verde. 

Da tempo la rete dei Centri anti-violenza e altre realtà sociali hanno lanciato l'allarme contro il ddl n. 735/2018 che vede come primo firmatario il senatore leghista Simone Pillon, arrivato in commissione Giustizia del Senato lo scorso 10 settembre e finito al centro delle polemiche. L'avvocato bresciano Pillon, già organizzatore del Family Day e di professione "mediatore familiare", è noto per le sue posizioni contro unioni civili, teorie gender e aborto. La proposta di legge per modificare le norme sull'affido che porta il suo nome si rifà ai punti programmatici sul diritto di famiglia contenuti nel contratto di governo firmato dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle: mediazione civile obbligatoria per le questioni incui siano coinvolti i figli minorenni; "bigenitorialità perfetta", ossia la divisione a metà del tempo passato dai figli con uno e l'altro genitori; mantenimento diretto senza automastismi; contrasto all'alienazione parentale. Tra i firmatari ci sono i senatori Andrea Ostellari, Massimo Candura e Emanuele Pellegrini della Lega, poi Angela Anna Bruna Piarulli, Grazia D’Angelo, Elvira Lucia Evangelista, Mario Michele Giarrusso e Alessandra Riccardi del MoVimento 5 Stelle.

I punti cardine del ddl Pillon

Cardine del disegno di legge Pillon è l'introduzione della mediazione familiare obbligatoria. L'articolo 7 stabilisce per le coppie con figli che decidono di separarsi il ricorso obbligatorio a un mediatore che li aiuti a trovare un accordo nell'interesse dei minori. Il primo incontro sarà gratuito, gli altri invece saranno a pagamento sulla base di tariffe stabilite dal Ministero della Giustizia. 

L'articolo 10 invece prevede che, in caso di separazione consensuale, i genitori di figli minori debbano indicare nel ricorso un "piano genitoriale concordato" tramite il quale padre e madre "saranno chiamati a confrontarsi per individuare le concrete esigenze dei figli minori e fornire il loro contributo educativo e progettuale che riguardi i tempi e le attività della prole e i relativi capitoli di spesa". Pena la nullità del procedimento. In questo "piano genitoriale" vengono elencati e predispoti "i luoghi abitualmente frequentati dai figli", "scuola e percorso educativo del minore", "eventuali attività extrascolastiche, sportive, culturali e formative", "frequentazioni parentali e amicali del minore", "vacanze normalmente godute dal minore". Nel piano inoltre "deve essere indicata anche la misura e la modalità con cui ciascuno dei genitori provvede al mantenimento diretto dei figli, sia per le spese ordinarie che per quelle straordinarie, attribuendo a ciascuno specifici capitoli di spesa, in maniera proporzionale al proprio reddito". Sparisce quindi l'assegno forfettario di mantenimento, sostituito da una cifra calcolata ad hoc sui bisogni dei figli. 

L'articolo 11 stabilisce che "indipendentemente dai rapporti intercorrenti tra i due genitori", il minore "nel proprio esclusivo interesse morale e materiale, ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuato con il padre e con la madre, a ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali e a trascorrere con ciascuno dei genitori tempi adeguati, paritetici ed equipollenti, salvi i casi di impossiblità materiale". Salvo diverso accordo tra le parti, ai figli dovranno passare non medo di dodici giorni al mese, pernottamenti compresi, presso il padre e presso la madre, "salvo comprovato e motiviato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore". La prole ha inoltre "diritto di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale". Il giudice può stabilire il doppio domicilio del minore presso l'abitazione di ciascuno dei genitori ai fini delle comunicazioni scolastiche, amministrative e relative alla salute". 

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Nel testo si stabilisce l'esigenza di "superare la concezione nominalistica dell'alienazione genitoriale", considerando che "in molti casi si manifesta il fenomeno del rifiuto manifestato dal minore in ordine a qualsiasi forma di relazione con uno dei genitori". L'alienazione parentale, teoria introdotta negli anni Ottanta dallo psichiatra forense americano Richard Gardner, è un concetto tutt'ora controverso e non compare nel Manuale diagnistico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5), considerata la principale fonte di disturbi psichiatrici ufficialmente riconosciuta in tutto il mondo, come ricorda Il Post, anche se capita spesso che venga presa in considerazione nelle aule di tribunali, Italia compresa.

Nell'articolo 17 si stabilisce che il giudice possa adottare provvedimenti "nell'esclusivo interesse del minore anche quando – pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori – il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo ad uno di essi". Il giudice quindi può disporre d'urgenza "la limitazione o sospensione della responsabilità genitoriali" al genitori che "abbia tenuto a condotta pregiudiziale" e "in ogni caso", il giudice può disporre "il collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata", ad esempio una casa famiglia, "previa redazione da parte dei servizi sociali o degli operatori della struttura di uno specifico programma per il pieno recupero della bigenitorialità del minore". 

"I tentativi di alienazione, le false denunce e i tentativi di condizionamento psicologico del minore - ha detto Pillon - saranno punite nei casi più gravi con il risarcimento del danno e la perdita della responsabilità genitoriale. La riforma non andrà invece a modificare le attuali norme in materia di mantenimento dell'ex coniuge più debole e quelle di prevenzione e contrasto della violenza endo-familiare che dunque rimarranno in vigore". 

Le critiche al ddl Pillon

Il ddl 735/2018 è stato accusato da più parti di essere "maschilista", mancando nella tutela dei diritti dei minori e soprattutto delle donne in situazioni di abusi e violenza. Inoltre, le spese per la mediazione familiare e altre disposizioni contenute nel ddl (ad esempio l'obbligo per il genitore a cui viene assegnata la casa coniugale di corrispondere all'altro coniuge "un indennizzo pari al canone di locazione computato sulla base dei concorrenti prezzi di mercato") rischiano di gravare dal punto di vista economico al punto da scoraggiare il coniuge dall'intraprendere la separazione, con pesanti conseguenze nelle situazioni in cui sono presenti abusi e violenze. 

Su Change.org è comparsa una petizione online lanciata da Di.Re. Donne in rete contro la violenza che sottolinea proprio questo aspetto. "Il DDL fa pensare che chi ha redatto il testo sia completamente decontestualizzato e non tenga conto di cosa accade nei tribunali, nei territori e soprattutto tra le mura domestiche", accusa l'associazione, e "se approvato" il dispositivo normativo "comporterebbe quindi per una gran parte delle donne, in particolare per quelle con minori opportunità e risorse economiche, l’impossibilità di fatto a chiedere la separazione e a mettere fine a relazioni violente determinando il permanere in situazioni di pregiudizio e di rischio in aperta contraddizione con l’attenzione alla sicurezza tanto centrale per questo governo".

Il ddl rischia di ostacolare anche le separazioni consensuali. Cristina Obber, giornalista e scrittrice esperta di tematiche femminili, su La 27esima Ora del Corriere della Sera ne ha evidenziato i limiti, dalle lungaggini burocratiche ad esempio per cambiamenti nel piano genitoriale nel caso di piccole variazioni quotidiane nella routine del minore, ai rischi per i bambini di finire a fare il pendolari tra una casa e l'altra dei due genitori per vedersi assicurati quei tempi "pariteteci" che magari prima della separazione non erano minimamente garantiti, fino all'aumento vertiginoso dei costi delle separazioni che metterebbero "in difficoltà uomini e donne con redditi limitati (soprattutto donne visto che nel nostro paese il gap occupazionale è ancora forte) acuendo le situazioni di povertà, con ricadute anche sui minori". 

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Critiche al ddl Pillon sono arrivate anche nel corso di un recente incontro su "Affido condiviso: riflessioni e approfondimenti" organizzato a Milano dal gruppo consiliare Noi con l'Italia, il movimento post democristiano di Raffaele Fitto e, come ha fatto notare il settimanale ciellino Tempi, "l’originalità delle critiche sta nel fatto che non sono ispirate da una visione femminista o genderista dei rapporti uomo-donna, come la quasi totalità delle critiche finora rivolte al ddl, ma da un approccio pro-famiglia". Al centro degli interventi di Alberto Gambino, ordinario di diritto privato all’Università Europea di Roma, Assuntina Morresi, componente del Comitato nazionale per la bioetica ed Eugenia Roccella, già sottosegretario alla Salute nel governo Berlusconi IV, ancora volta, la mediazione obbligatoria, la bigenitorialità perfetta definita "un algoritmo che non coincide con la vita reale" e la sindrome dell'alienazione parentale, "un concetto scientifico discutibile". 

Scopo dichiarato del ddl è "fare in modo che il conflitto familiare non arrivi in tribunale, cercando di fare in modo che papà e mamme possano raggiungere un accordo sulla gestione dei minori prima di arrivare in Tribunale", ha spiegato in una conferenza stampa lo stesso Pillon, che in altre occasioni si è detto a favore del "matrimonio indissolubile". 

Il ddl Pillon è anche un caso politico

In una lettera al governo inviata qualche settimana fa, le le relatrici speciali dell'Onu Dubravka Smonovic e Ivana Rada affermano che il ddl Pillon "introdurrebbe disposizioni che potrebbero comportare una grave regressione, alimentando la disuguaglianza e la discriminazione basate sul genere, e privando le vittime di violenza domestica di importanti protezioni".

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Le donne del Partito Democratico riunite nell'associazione TowandaDem hanno lanciato un appello alle colleghe della maggioranza per chiedere di fermare il ddl che "stravolge il diritto di famiglia vigente", “mina alla base lo sviluppo armonico di bambine e bambini figli di coppie separate, costringendoli a vivere scissi in tempi paritetici tra genitori”, “aggrava i costi della separazione inserendo obbligatoriamente la figura del ‘mediatore familiare’, che è a carico di chi si separa” e che all'articolo 11 "prevede poi che chi non ha la possibilità di ospitare il figlio in spazi adeguati non ha il diritto di tenerlo con sé secondo tempi ‘paritetici’. Dunque, il genitore più povero rischia di perdere anche la possibilità di vedere il figlio”. 

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Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, che fa parte del Movimento 5 Stelle, nel pieno delle polemiche, ha annunciato che il ddl Pillon "non è assolutamente possibile approvarlo così come è stato formulato" e che "non ci deve essere alcun arretramento culturale del nostro Paese". Il capogruppo del Movimento 5 Stelle in Senato Stefano Patuanelli ha parlato di un confronto all'interno della maggioranza in merito al ddl Pillone poiché "ci sono alcuni aspetti che secondo noi meritano un approfondimento", pur dicendosi sicuro di un "pieno accordo sul testo". Compatte le opposizioni nel chiedere il ritiro del ddl. 

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