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Sardegna, il lato oscuro di un paradiso: è l'isola più militarizzata d'Europa

Per tanti turisti è solo mare e spiagge da sogno. Si parla pochissimo dell'altra faccia della Sardegna: sull'isola ci sono il 61 per cento delle servitù militari italiane, i tre più grandi poligoni d'Europa. Territorio contaminato (e interdetto alla popolazione), conseguenze sulla salute, il "ricatto" dei posti di lavoro. Cosa riserverà il futuro? Ne abbiamo parlato con Michele Piras, deputato e membro della IV Commissione Difesa

La Sardegna è la regione più militarizzata d'Italia e d'Europa. Tutto ebbe inizio dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando a Washington venne disegnato il ruolo dell'Italia nello scacchiere della Guerra Fredda. Dall'altra parte dell'oceano venne definito il ruolo della Sardegna come crocevia strategico nello scenario internazionale. La Sardegna era il cuore, il punto critico, del sistema politico-militare creato dall’alleanza atlantica nello scenario europeo.

Oggi i tempi sono cambiati, ma la presenza militare in Sardegna è superiore, incredibilmente superiore, a quel che probabilmente pensa la maggior parte degli italiani. Il 61% delle servitù militari italiane è in Sardegna. Abbiamo intervistato Michele Piras, deputato di Sel e Membro della IV Commissione Difesa, nominato nell’Assemblea parlamentare della Nato dalla Presidente Laura Boldrini. Piras è da sempre attento alle questioni legate alla occupazione militare in Sardegna ed alla contaminazione del territorio sardo.

Quello che a una prima analisi anche superficiale secondo me sorprende è la capillarità della presenza di poligoni militari e basi più o meno segrete sull'isola, da Nord a Sud, da Est a Ovest. La maggior parte degli italiani non ha coscienza della dimensione di questo fenomeno, è d'accordo?

"La maggior parte degli italiani - ci dice - non sa perché la conoscenza che hanno della mia terra è parziale, spesso limitata alle bellezze naturalistiche e del paesaggio, ai profumi della tavola e - più in generale - alla sua vocazione turistica. Ma la Sardegna è come mille cieli sopra un continente, mille realtà spessO nascoste al passante distratto. Il 61% delle servitù militari dell'intero territorio nazionale è ubicato nell'Isola, il restante 39% è altrettanto iniquamente ripartito fra Friuli Venezia Giulia (31%) e il resto del Paese. Fra servitù di terra e aree marine interdette alla navigazione ed alla attività civile la Sardegna si attesta nell'intorno del 35 mila ettari, senza considerare gli spazi aerei interdetti. E i tre più grandi poligoni d'Europa alloggiano in terra sarda. Poligoni sperimentali, nei quali si spara terra-mare, aria-terra e mare-terra, dove si svolgono possenti esercitazioni (anche in affitto) e si mette in mostra il made in Italy dell'industria bellica. Come in un supermercato".

Quirra, Perdasdefogu, sono nomi che raccontano, evocano qualcosa ai cittadini informati. Agnelli nati malformati nei pascoli adiacenti o situati nei dintorni del Poligono, soldati e pastori ammalati di tumore o leucemia. La "Sindrome di Quirra", una lunga catena di morti e malattie sospette che potrebbe collegare (i procedimenti giudiziari sono ancora in corso) queste disgrazie con le attività militari svolte nel Poligono Sperimentale Interforze, è il simbolo della presenza militare sull'isola. Dalle prime pubbliche denunce sull'insorgenza di tumori del sindaco di Villaputzu è passato quasi un quarto di secolo (era il 1990). In questi 23 anni che cosa è cambiato secondo lei?

"Si è accresciuta la sensibilità sul tema e si sono diffusi una molteplicità di elementi di conoscenza, prima sconosciuti anche alla maggioranza dei sardi. L'occupazione militare ha causato problemi evidenti alle economie locali: da una parte ha causato una economia pressoché dipendente dalla presenza del poligono (si veda il caso di Perdasdefogu), dall'altra gli indicatori socioeconomici e demografici mostrano chiaramente una correlazione con lo spopolamento (comunque dovuto anche ad altri fattori) e con un livello di reddito pro capite nella maggior parte dei centro interessati decisamente inferiore alla media sarda. Se la questione della correlazione fra impatto ambientale ed alcune forme tumorali è ancora questione dibattuta, in un contesto peraltro nel quale le omissioni e gli insabbiamenti sono all'ordine del giorno, quella della contaminazione del territorio è chiara ed evidente. Ad esempio, le indagini ambientali condotte nel PISQ hanno portato a dichiarare contaminati 800 ettari di territorio (quelli a più alta attività). Una operazione di bonifica costerebbe decine di milioni di euro. E se molti escludono la presenza di uranio impoverito, i medesimi confermano la presenza oltre norma di una sostanza radioattiva (e pericolosissima) come il Torio 232 e di metalli pesanti in abbondanza. Del resto è difficile pensare che una attività come quella possa considerarsi eco-compatibile. In altri casi (come quello di Capo Frasca) in quasi 60 anni (tutti e tre i poligoni vennero istituiti nel 1956) non sono mai state condotte analisi ambientali né bonifiche di alcun tipo. E la coscienza ambientale del Paese negli anni '60 non era certo quella attuale".

E' qui in Sardegna che esplode l'80% delle bombe in Italia, trentacinquemila ettari di terreno non accessibili ai cittadini, perché occupati da servitù militari e aree demaniali connesse. La Sardegna è militarizzata, da più di 50 anni (il Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze, che svolge tuttora attività militari missilistiche e di collaudo è attivo dal 1956). Ma il futuro rischia di essere persino più fosco. I poligoni sardi saranno sempre più al centro (lo si legge anche in un'interrogazione dell'onorevole e sua collega di partito Claudia Zuncheddu) delle sperimentazioni di nuove tecnologie: radar, satelliti, droni. Capo Teulada viene definito dalle istituzioni un "unicum" in Italia per la possibilità di attività congiunte di Aeronautica, Marina ed Esercito. I cittadini sardi hanno mai ricevuto adeguata e completa informazione dalle istituzioni sul tema della salute pubblica e dei rischi ambientali?

"L'informazione esistente deriva principalmente da un percorso iniziato prima negli anni '80, quando il Presidente Melis pose con forza la questione del disequilibrio nella ripartizione del peso delle servitù militare, poi proseguito nei '90 e nel ventennio successivo con una copiosa ed imprescindibile attività svolta dai comitati. Una opera di fondamentale rilevanza che finalmente è stata assunta dalla politica e che ha determinato - più di recente - l'intervento della magistratura. Si consideri che tutto ciò è avvenuto in aperto conflitto con i vertici delle Forze Armate ed anche con le posizioni da sempre tenute dal Ministero della Difesa. In questo momento il dibattito è aperto, esiste una determinazione assunta all'unanimità dalla Commissione d'indagine sull'uranio impoverito del Senato (XVI legislatura) che propone la chiusura di Frasca e Teulada e la riperimetrazione, riqualificazione e riconversione del PISQ, riproposta di recente dal Pd, che sta facendo discutere la maggioranza di governo e che potrebbe segnare un cambiamento di orientamento fra l'attuale governo e quello di Enrico Letta. Staremo a vedere. Ed esiste anche una questione che allude al diritto delle popolazioni locali ad essere risarcite ed a conoscere piani ed entità delle risorse per la riconversione prima che ci si ritrovi in un deserto: ancor più poveri sul piano economico e circondati dall'inquinamento".

Il Poligono del Salto di Quirra ospita regolarmente la sperimentazione di armamenti e la dimostrazione da parte delle aziende produttrici a potenziali clienti. Il 40% delle attività che vi si svolge è privata, non pubblica. Il poligono viene affittato a chi ne faccia richiesta per 50 mila euro l'ora. Come si può accettare che in nome dell'interesse privato, spesso straniero, venga avvelenato un territorio?

"Non è accettabile. Non certamente per me. Il tema controverso resta quello dell'occupazione, in territori molto poveri e con poche prospettive. Perciò va rovesciato il discorso e messa in campo una programmazione democratica dello sviluppo e risorse a sufficienza affinché non si ripeta ciò che è successo a La Maddalena dopo la dismissione della base USA di Santo Stefano. I poligoni tuttavia, a differenza delle basi, generano pochissimo indotto, anche per questo quei territori non andrebbero posti di fronte alla scelta se morire definitivamente di fame o tenersi le sperimentazioni di guerra".

La classe dirigente in Sardegna si è ritrovata sempre a essere subalterna ai centri di potere politico, economico e militare dominante? Ci sono state delle eccezioni degne di rilievo nella storia recente? La Sardegna ha dato due Presidenti della Repubblica all'Italia (Segni e Cossiga), ma è mai cambiato l'approccio "dall'alto" sui problemi strutturali che da sempre caratterizza il rapporto Italia-Sardegna?

"L'approccio non può cambiare dall'alto. Si tratterebbe di capire se la spinta finalmente arriverà dal basso, perché anche su questo terreno l'atteggiamento di noi sardi è spesso contraddittorio. Per quanto mi riguarda ci sto provando, ma penso anche che la battaglia contro le servitù militari debba poter fare un salto di qualità: dalla fase della denuncia e sensibilizzazione a una concreta pratica di governo, che porti a casa risultati concreti e combini dismissione e progetti seri di bonifica e riconversione".

Coloro che si oppongono alla dismissione delle basi utilizzano come argomento (o dovremo dire "ricatto"?) la presunta ricaduta occupazionale che essa comporta affermando che essa porterà ad un’ulteriore impoverimento dell’isola. Che cosa ne pensa? E' eccessivo definirlo un "ricatto"?  L'ex ministro Mauro ha ancora recentemente ribadito come la Difesa sia di gran lunga il primo datore di lavoro della Sardegna, con circa undicimila occupati.

"La Difesa non è il primo datore di lavoro in Sardegna. Per niente. Checché ne dica Mauro. Certamente esiste (ed è esistita) una condizione di ricatto. Ma del resto come potrebbe essere altrimenti con i tassi di disoccupazione che si registrano nell'Isola e - particolarmente - nei centri dell'interno. La ricaduta occupazionale, se con ciò si intende le maestranze civili dei poligoni e delle basi, è contenutissima. I poligoni (il caso del PISQ è parzialmente diverso) non presentano interscambi significativi con l'economia locale, mentre le basi (come era per la Maddalena e ancora oggi a Decimomannu) un po di più. Ma bisognerebbe piuttosto capire ciò a cui si è dovuto rinunciare in termini di mancato sviluppo, potenzialità economiche inespresse, competenze e intelligenze inutilizzate, sovranità sottratta".

L'impianto giuridico delle servitù militari è applicato nei fatti al di sopra e al di fuori di qualsiasi sfera di sovranità totale o parziale dei sardi. I sardi dovrebbero avere più voce in capitolo sulla questione? Qual è su questo punto la posizione sua o di Sel?

"Confermo: i sardi dovrebbero avere più voce. La Regione ed anche le Comunità locali. Una idea della Difesa centrata sul prevalente interesse nazionale è stata persino stigmatizzata dalla Corte di Cassazione in una recente sentenza sul caso del deposito di munizioni di Guardia del Moro".

Le bonifiche nei poligoni militari sardi per ora sono rimaste solo sulla carta. Lo stanziamento destinato allo scopo è irrisorio, 75 milioni complessivi per 10 poligoni in Sardegna. E la bonifica portata avanti in "tempi record" alla Maddalena è ora sotto la lente dell'autorità giudiziaria per evidenti negligenze. Un territorio, dal Nord al Sud dell'isola, contaminato da metalli pesanti, radioattivi, tossici, discariche e carcasse di bersagli. Lei non trova paradossale, direi offensivo, che si parli di bonifiche e allo stesso tempo si spieghi apertamente che nuovi progetti appesantiranno la presenza militare in Sardegna?

"Che si appesantisca la presenza militare è tutto da vedere. E non sarà semplice nemmeno per i più accesi, potenti, interessati o "romantici" militaristi. Credo che su questo si ritroveranno contro un popolo che gli anelli al naso li ha levati da tempo".

Ogni sardo o quasi ha un amico, un fratello, un parente che è stato in Bosnia, in Libano, in Somalia, in Iraq, in Afghanistan. I sardi la guerra la conoscono, senza per forza dover ritornare con la memoria ai tempi della Brigata Sassari nella Grande Guerra. E' possibile sognare per le future generazioni una Sardegna che si metta alle spalle la crisi endemica in quasi tutti i settori produttivi e che crei lavoro e conoscenza senza armi?

"Sognare e costruire. Ho visto io stesso partire alcuni dei miei migliori amici, diversi miei cari, per disoccupazione prima che per spirito patrio. La Sardegna ha dato davvero tanto all'Unità nazionale, un tributo di sangue al quale non è mai corrisposta altrettanta attenzione da parte dello Stato. Ma è giunto anche il tempo di smetterla di lagnarsi e di operare per cambiare lo stato delle cose presenti"

Costi ambientali, territoriali ed economici enormi e non confrontabili con nessuna parte del territorio dello Stato italiano o europeo. Basi di addestramento, caserme, poligoni di esercitazione. Trentacinquemila ettari di terreno sottoposti a servitù e a vincoli militari. Il "famigerato" poligono del Salto di Quirra è solo uno degli elementi. Hanno pari impatto ambientale e sociale ad esempio anche le aree militari di Capo Teulada e Capo Frasca, di cui lei si è occupato di recente. L'elenco è lungo. C'è secondo lei un luogo simbolo, a cui lei tiene particolarmente, della Sardegna militarizzata?

"Un cartello che ogni bambino nella mia terra ha incontrato almeno una volta: "Zona militare. Limite invalicabile". Sarà forse un sogno ma spero che mio figlio possa crescere con l'idea di chi ritiene valicabile ogni divieto d'accesso", conclude Piras.

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