Aree interne, il futuro dell'Italia passa di qui: "Politica e cultura, si può fare"

Per migliaia di comuni italiani lo spopolamento è un processo iniziato da tempo, ma le energie per ribaltare le prospettive e valorizzare le risorse ci sono. Quale sarà il futuro dell'Italia "interna"? Abbiamo intervistato Filippo Tantillo, coordinatore scientifico del team di supporto al Comitato nazionale per le aree interne: "La prima cosa che colpisce, muovendosi in queste aree, non è la mancanza di servizi, ma l’incapacità da parte di chi le abita di esprimere bisogni e rivendicare diritti". Qualcosa sta cambiando: "Il tema sta tornando al centro delle riflessioni sul futuro del Paese"

Il futuro dell'Italia "interna", quella composta da migliaia di centri "minori", caratterizzati da un calo demografico marcato e continuo, da cui i giovani "scappano", non può essere un tema periferico nel dibattito pubblico. In queste aree distanti dai principali centri di offerta di servizi essenziali (istruzione, salute e mobilità) vive circa un quarto della popolazione italiana.

E' quell'Italia in cui i beni pubblici spesso sono malridotti, gli ospedali sono lontani, le scuole si svuotano, le persone che non vogliono scappare praticano un pendolarismo che ricorda quasi una forma di emigrazione, e i giovani preparano la valigia e cercano un altrove dove costruirsi una vita. Chi vive in queste zone avrà sempre più difficoltà concrete a rimanervi in futuro. A meno che non vengano portate avanti strategie efficaci, fatte di politica e cultura.

Ridurre la polarizzazione fra sistemi produttivi e sistemi naturali, fra società urbana e società rurale, è la via maestra da seguire per dare nuova linfa a vaste zone di territorio italiano per i quali la parola "spopolamento" non è soltanto una malaugurata prospettiva, ma un processo iniziato da tempo.

Proprio per proporre progetti di rilancio delle opportunità economiche incentrati sulla valorizzazione e riqualificazione delle risorse esistenti, e su dinamiche di scambio più virtuose che in passato con i territori più dinamici e densamente popolati, è nata la Strategia Nazionale per le Aree Interne, lanciata da Fabrizio Barca, allora ministro della Coesione territoriale. In Italia abbiamo un territorio particolarmente diversificato e il futuro non può essere delle grandi città. Le aree interne rappresentano un’opportunità, da studiare e da esplorare. L'Italia delle aree interne, ha detto in varie occasioni l'ex ministro Fabrizio Barca, è "un’Italia dove la distinzione tra Nord e Sud evapora. Palermo e Torino sono città difficilmente paragonabili, ma le Madonìe e la Val Maira hanno problemi molto simili".

L'Italia nel Piano Nazionale di Riforma (PNR) ha adottato una strategia ambiziosa per contrastare la caduta demografica e rilanciare lo sviluppo e i servizi di queste aree attraverso fondi ordinari della Legge di Stabilità e i fondi comunitari. Filippo Tantillo è coordinatore scientifico del team di supporto al Comitato Nazionale per le Aree Interne. Ricercatore territorialista, esperto di politiche del lavoro e dello sviluppo, lavora da più di 15 anni con Istituti di ricerca e università italiane ed europee alla messa a punto di nuovi strumenti di ascolto del territorio e dei fenomeni sociali. Today.it l'ha intervistato.

La Strategia nazionale per le aree interne nasce per affrontare le tante problematiche dell'Italia interna a rischio spopolamento e marginalizzazione, che rappresenta tre quinti del territorio: ogni zona è estremamente diversa dall'altra e ognuna ha problemi diversi. Sono di più le differenze o gli elementi in comune tra le varie aree al centro della strategia?

Ci sono differenze e similitudini. La tua domanda, se interpreto bene, potrebbe essere postulata in questa maniera: ha senso parlare di “aree interne”, o è una rilettura che si sovrappone inutilmente a quelle tradizionali tra aree di crescita e aree svantaggiate, o tra aree urbane e aree rurali, o che ricalca quella tra  nord e sud del paese? Siamo convinti che abbia senso. E ne è dimostrazione il fatto che queste aree, individuate mettendo insieme degli indicatori statistici che misurano la lontananza dei cittadini dalle scuole, dagli ospedali, dalle stazioni, in termini di distanza e raggiungibilità, cioè in tempi di percorrenza, si trovino poi a coincidere esattamente con quelle aree che, dall’inizio dell’età industriale, perdono popolazione a favore delle città, a prescindere che siano ricche o povere, rurali o manifatturiere, in montagna o in pianura, nel nord o al sud.

Dopodichè permangono similitudini e diversità. Caratteristica comune a tutte le aree interne, oltre alla scarsità di popolazione, è la presenza di un paesaggio che porta le tracce di un secolare sfruttamento intensivo di acqua, di risorse minerarie, di patrimonio boschivo, e di un successivo abbandono. E dove il cambiamento climatico è una realtà, e passa  attraverso la crisi di attività economiche, ad esempio quelle legate al turismo sciistico, con l’innalzamento del livello delle nevi, fino ad arrivare alla tenuta del territorio di fronte agli eventi estremi degli ultimi anni, che mette continuamente a rischio gli spostamenti di persone e merci.  

Sono aree omogenee dal punto di vista sociale e scarsamente conflittuali. Non sono necessariamente povere, anzi in molti casi sono zone che producono risparmi; in tutte gli spazi pubblici scarseggiano e sono in cattivo stato di manutenzione a cominciare dalle strade. I servizi sanitari specialistici sono lontani e le scuole non mancano ma sono vuote. Le donne lavorano a casa e in campagna, gli uomini passano metà della loro vita in automobile; i giovani che non lavorano vanno a studiare fuori e non tornano. Queste sono le similitudini. Allo stesso tempo, le aree interne non sono tutte uguali.

In alcune aree, a fronte di cittadini che se ne vanno, si moltiplicano le tracce di nuovi arrivi, di persone portatrici di nuovi bisogni e speranze, qualche volta di nuove risorse economiche. Persone giovani, con esperienza di lavoro e studio in luoghi lontani, e impegnate nella costruzioni delle condizioni materiali della loro vita, nell’edificazione pioneristica di un nuovo territorio, come nuovi coloni, in luoghi dove scarseggiano le opportunità di lavoro. In molte di queste aree cittadini vecchi e nuovi sono stati in grado di organizzarsi, di promuovere una classe dirigente nuova in grado di contrastare i meccanismi che li condannano, e offrire una visione alternativa di futuro

Sono le aree interne che abbiamo chiamato “in movimento”, quelle che sono in grado di darsi un’organizzazione minima di servizi anche facendo leva su risorse proprie, i propri cittadini, i propri volontari, sulle quali la Strategia sulle aree interne, una politica nazionale promossa nel 2014 dall'allora Ministro per la Coesione Fabrizio Barca, prova a puntare, in una logica di riequilibrio dei servizi e di promozione dello sviluppo e del lavoro. Perché facciano da apripista per le altre. E ha provato ad intervenire in maniera nuova, andando a raccogliere sui territori le dinamiche nate dalla collaborazione fra cittadini e amministrazioni, accompagnando quelle più promettenti, cooprogettando insieme a tutti gli attori istituzionali, supportandole, fornendogli competenze, stimolandone l’apertura verso l’esterno, trasformando i conflitti in laboratori verso nuove modalità di relazione fra istituzioni e cittadini. Poi ci sono anche dei “territori muti”. Aree all’apparenza disperate, dove il drenaggio continuo di uomini e attività economiche ha prodotto e continua a produrre smarrimento, subalternità, assenza di futuro.

La prima cosa che colpisce, muovendosi in queste aree, non è la mancanza di servizi, ma l’incapacità da parte di chi le abita di esprimere bisogni e rivendicare diritti, anche i più elementari. Qui l’azione della Strategia ha un altro segno, e si muove in discontinuità rispetto quello che è stato fatto negli ultimi vent’anni di “sviluppo locale”, in una logica più propriamente di lotta al sottosviluppo. Punta a portare o a rafforzare i servizi pubblici in questi territori, promuovendo la gestione associata dei servizi fra i comuni e la riorganizzazione della spesa ordinaria dei ministeri, e mettendo al centro interventi su quelle che chiama “condizionalità”, ossia scuola, sanità, infrastrutture, messa in sicurezza del territorio, e creando concrete opportunità di lavoro in questi ambiti: in pratica opera sulle precondizioni per invertire il processo di impoverimento umano e materiale.

Quali sono le misure politiche ed economiche immediate e urgenti secondo te da cui l'Italia non può prescindere per contrastare la caduta demografica, lo spopolamento dei paesi delle aree interne e rilanciare lo sviluppo?

Intanto, c’è da dire che dal nostro punto di vista, la perdita di popolazione sembra esser frutto più della mancanza dei servizi essenziali che dal mancato sviluppo economico. E’ un ribaltamento di prospettiva non da poco. Ma se ci si limitasse ad intervenire solo adeguando i servizi, costruendo nuove strade ad esempio, non si otterrebbe quello che è il fine ultimo e più ambizioso della strategia. L’inversione di un trend demografico secolare, che non si risolve facendo più figli; in molte delle nostre aree abbiamo superato quella che i demografici indicano la soglia critica, vale a dire una popolazione che per oltre il 30% è ultrasessantenne. Si tratta di implementare le occasioni di lavoro e di mettere in piedi politiche di attrazione di nuovi abitanti. Quindi porre al centro i giovani e i migranti, immaginando politiche giovanili e di formazione mirate, favorendo l’accesso al credito, lavorare per non perdere i legami con la comunità di giovani che va a studiare fuori, quindi politiche di ricucire le relazioni con le città, tenendo a mente che le aree interne non sono isole, così come non lo sono le città. E infine favorire il ritorno della fiducia nei luoghi, restituendo ai cittadini la sovranità di cui oggi, un pò dappertutto, ma in maniera devastante nelle aree interne, dove registriamo proprio un deficit nella rappresentanza, si sentono espropriati.

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