Quest'anno niente Festa della donna

Manifestazioni in 200 città di 80 Paesi. Due colori: il rosso contro lo sfruttamento sul lavoro e il nero contro i femminicidi. Poi il fucsia "contro ogni violenza di genere". Quest'anno nessuna festa. Dalla Polonia agli Usa, dal Sudamerica all'Asia non c'è spazio per le mimose: "Non chiediamo più di essere ascoltate. Il mondo è obbligato ad ascoltarci"

Donne in piazza a Kiev (Ansa)

Centonove anni dopo quell'8 marzo del 1908, quando 15mila donne marciarono a New York chiedendo il diritto di voto, salari e orari di lavoro migliori, da oggi si può tornare veramente a parlare di un "movimento delle donne". Quanto sta accadendo in ogni Paese è qualcosa che riporta alla mente quel femminismo reale che la Festa della donna per troppo tempo ha chiuso in un cassetto, nascosto tra mazzi di mimose dal profumo ipocrita di un mondo ancora troppo diseguale.

Abbiamo solo l'imbarazzo della scelta su dove mettere a fuoco per raccontare una giornata che possiamo definire storica: la "marcia" che unisce idealmente donne di ogni latitudine (con manifestazioni in 200 città di 80 Paesi) ha mille sfumature, mille colori diversi, mille motivazioni per scendere in piazza. E allora partiamo dalle origini, da quella New York che a 109 anni dalla prima marcia, quando ancora l'8 marzo non era la "Festa delle Donne" ma un giorno di ordinaria rabbia femminile, si è riscoperta femminista. Il motivo ha un nome e un cognome: Donald Trump. Il presidente degli Usa è il "nemico" perfetto: "Un vero misogino. Un moderno xenofobo". Dal 21 gennaio, quando in tutte le maggiori città degli States due milioni di persone sono scese in piazza per manifestare per l'uguaglianza dei sessi il day after l'inaugurazione del governo trumpista, all'8 marzo, quindi. Sono queste le date che hanno segnato l'inizio e l'apice delle "donne in marcia". Dalle proteste allo "sciopero globale". Mai una Festa della donna è stata così politica

Lo sciopero internazionale delle donne prevede, non a caso, iniziative di protesta tanto sul fronte domestico che su quello lavorativo: è la prova che i movimenti femministi hanno trovato nuove energie e nuove motivazioni. "Siamo unite, siamo internazionali, siamo ovunque" : a parlare è Klementyna Suchanow, organizzatrice polacca dello sciopero internazionale delle donne.

Siamo un esercito di donne in tutto il mondo e non chiediamo più di essere ascoltate. Il mondo è obbligato ad ascoltarci.

Niente rosa, però. Rosso o nero. Sono questi i due colori della giornata: rosso per chi non ha potuto scioperare e si è così recata a lavoro con il colore storicamente associato ai movimenti operaisti; nero per chi ha voluto puntare il dito sul tema della violenza, concetto largo che va dai femminicidi al diritto all'aborto. E poi c'è chi, come "Non una di meno" in Italia, ha abbinato al nero il fucsia per protestare contro la violenza di genere in tutte le sue forme: "Oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia".

Sullo sfondo, la Reykjavik del 1975 quando 25 mila islandesi scesero in piazza: quel giorno il 90 per cento della popolazione femminile non lavorò, non cucinò, non fece le pulizie, non si occupò dei figli. Nella mente la Reykjavik di un anno fa, quando tutte le lavoratrici, alle 14.38 dell'8 marzo 2016, incrociò le braccia interrompendo il lavoro per protestare contro le disparità salariali tra uomini e donne.

Il risultato? Stavolta non bisogna aspettare la fine della giornata per tracciare un bilancio. Basta ascoltare le parole di Klementyna Suchanow per capire che ormai è nato un nuovo movimento femminista:

Se combattiamo la nostra singola battaglia, in Polonia sull'aborto, in Sudamerica sul femminicidio, combattiamo solo un dito del gigante. E dobbiamo abbattere il gigante, non il dito.

Parole dure, che arrivano da chi ha promosso lo sciopero di massa delle donne che a ottobre, in Polonia, portando centomila persone vestite di nero in piazza per protestare contro la messa fuori legge dell'aborto. Proposta di legge respinta dal Parlamento poche ore dopo la marcia. 

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